giovedì 30 maggio 2013

Sangue negli occhi

sei a una festa, hai bevuto, c’è confusione. A un tratto ti si riempiono gli occhi di sangue, non ci vedi più. Comincia così Sangue negli occhi, il romanzo breve della scrittrice cilena Lina Meruane, pubblicato in italiano da La Nuova Frontiera nella traduzione di Luca Mariotti. La protagonista si chiama come l’autrice e si sente che le sensazioni raccontate non sono frutto di immaginazione. Eppure il libro non è un diario, non si limita ad allineare fatti, circostanze, reazioni individuali; il libro è un viaggio dentro il tunnel della cecità fatto con un misto di angoscia, rabbia, cinismo, spavalderia. Per Lina-Lucina diventa subito fondamentale il suo compagno Ignacio, che la scorta, la sorregge, la aiuta. Lei sa che gli amici di lui lo mettono in guardia dal diventare il suo cane: annota anche questo, mette in conto la sua sparizione. Altro personaggio fondamentale è l’oculista il dottor Lekz, che cura solo i casi disperati e confonde i nomi, ma non gli occhi dei suoi pazienti. Prima dell’operazione bisogna che l’emorragia cessi e il medico esorta Lina a compiere il viaggio di ritorno in Cile già organizzato. All’aeroporto di New York, in sedia a rotelle, Lina si concede il suo primo pianto. A casa l’aspettano madre e padre, entrambi dottori. Vorrebbero farla operare lì, vorrebbero starle vicino. A lei sua madre appare come una medusa, ne respinge il contatto. Ignacio la raggiunge, vanno insieme al mare: i luoghi conosciuti assumono un’altra dimensione, sono suoni, sapori, odori. Poi c’è il ritorno negli Stati Uniti, l’operazione, la lunga attesa di madre e fidanzato, il finale affidato a una frase. Un libro inconsueto che ti si appiccica addosso, ti cala in un vortice, ti destabilizza e non si preoccupa di restituirti un po’ d’equilibrio. Proprio come una malattia grave e improvvisa.  

1 commento:

Chiara ha detto...

Ho avuto la fortuna di partecipare a un incontro con l'autrice, schietta, forte, piccola e resistente. Mi ha fatto venire in mente certe piante che trovano sempre la strada per buttare una foglia dove la puoi vedere.
E l'editore, che la presentava, era genuinamente grato ed orgoglioso di porgercela.
Sono cose belle.