domenica 30 giugno 2013

il contrario del mare 2


il contrario del mare


in giardino

ieri sera finalmente abbiamo inaugurato il tavolo di pietra in giardino. Eravamo nove; è talmente grande che possiamo entrarci anche in sedici. È un po' lontano da casa, ma se si è in tanti e volenterosi ci si possono distribuire i viaggi. Ed è bellissimo mangiare in giardino tra gli ulivi e le piante aromatiche. A settembre voglio festeggiare qui i miei cinquant'anni e mi piacerebbe che ci fosse la stessa atmosfera lieve di questa sera di fine giugno.

Càino e Abele

la figlia ha scoperto Herman Hesse. Si è comprata Demian, ha pescato Siddartha dalla mia libreria. Alza gli occhi dal libro e mi dice, chi so' 'sti due, Càino e Abele? Come chi sono? Caino e Abele, i due fratelli della Bibbia! Io non ho fatto religione, che vuoi da me? Ha ragione lei, ho lasciato che si esonerasse dalle lezioni che non la interessavano e ora non una lacuna, ha una voragine culturale.

venerdì 28 giugno 2013

acquisti su acquisti

non pensavo arrivasse a tanto. Nel caricare la macchina stasera, tra i vari pacchi contenenti pezzi di poltroncine da esterni, ho trovato l'ennesimo aspirapolvere. Con questo siamo a quattro solo nella casa al mare. Ma è diverso dagli altri, è un robot che si lascia acceso quando si esce. Aspira la sabbia, fa tutto da solo, si è giustificato il marito. Ed ha aggiunto, l'ho avuto gratis con i punti della banca, che dovevo fare? Buttarli? Noooooooo, riempiamoci pure la casa di elettrodomestici inutili. Sono molto preoccupata, l'acquisto compulsivo sta superando le soglie di guardia. (E ora viene a dirmi che hanno sbagliato e gli hanno mandato tutto doppio, poltroncine e tavolo, facendogli pagare solo una volta: è una congiura contro di me, non c'è altra spiegazione).

giovedì 27 giugno 2013

perche' essere felice quando puoi essere normale?

"Mia madre era una depressa istrionica, una donna che teneva una pistola nel cassetto degli stracci e le pallottole in un barattolo di cera per mobili. Una donna che stava alzata tutta la notte a fare torte per non dormire nel letto di mio padre". L'eccentrica, crudele (soprattutto verso se stessa) Mrs Winterson non e' la vera madre di Jeanette, e' la sua madre adottiva, un concentrato di quello che una madre adottiva non dovrebbe essere: anaffettiva, repressa, piena di fobie, ostile all'umanità. L'inizio del libro, in cui giganteggia questo personaggio, e' molto bello: c'e' una bambina che combatte per affermare se stessa, che subisce castighi, intimidazioni, che impara a dormire davanti alla porta di casa chiusa, nel ripostiglio del carbone, che scopre di amare le altre ragazze e non si lascia deviare, che a sedici anni esce di casa e non ci torna più. A sostenere questa ragazza c'e' una passione dominante: quella per la letteratura. Secondo la folle visione materna anche la lettura e' un peccato; Jeanette legge di nascosto in biblioteca tutti gli autori inglesi dalla A alla Z e appena ha dei soldi compra libri che nasconde sotto il materasso (quando la madre li trova, non esita a bruciarli). Jeanette poi viene ammessa a Oxford, scrive, ha tempestose storie d'amore, arriva a un passo dal suicidio, si mette sulle tracce della madre naturale: in questa seconda parte del libro la narrazione resta avvincente, ma senza raggiungere l'intensità dell'inizio, la sua potenza. Perché essere felice quando puoi essere normale? e' uscito nel 2012 da Mondadori nella traduzione di Chiara Spallino Rocca.

mercoledì 26 giugno 2013

meno quattro

la prima ad andare sotto i ferri del dentista e' stata la figlia: e' uscita un'ora dopo con due denti del giudizio in meno e il labbro spaccato in un punto. Il figlio se l'e' cavata un po' meglio per via della bocca più grande. Ora sono buffi, stroncati dal dolore, tutti e due con la guancia destra come un pallone. Mi sembra sia andata bene e io mi sono tolta un grande pensiero. A settembre gli altri due, ma la seconda volta e' più semplice. Tutto.

incentivi alla lettura?

oggi alla libreria Fandango di via dei prefetti il Forum del libro aveva organizzato un incontro con il ministro dei beni culturali Bray. C'era un sacco di gente e ognuno desiderava prendere la parola davanti al ministro per illustrare il proprio progetto per incentivare la lettura: chi dedicato ai bambini piccoli o ancora non nati, chi alle scuole, chi agli adulti, chi strutturato in forma di festa, chi di festival, chi di iniziativa notturna, chi diurna. C'era Lidia Ravera, c'era Silvia Calandrelli, c'era Christian Raimo con Elena Stancanelli, c'era Chiara Valerio, e in ritardo sono arrivati anche Andrea Vianello e Marino Sinibaldi. Io ero li' per intervistare i promotori dell'iniziativa e la domanda che covavo dentro prima di andarci ce l'ho ancora: a che serve tutto cio'? Si diventa lettori per via traverse che quasi sempre non hanno a che fare con una grande disponibilità di libri intorno a se'. Si vuole trasformare in collettiva un'attività prepotentemente individuale: chi legge lo fa per se' e solo in un secondo momento può aver voglia di scambiare un'opinione con qualcun altro su quello che ha letto o di leggere una critica sul libro o di sentir parlare un autore. Il ministro, venendo dalla Treccani, si e' dichiarato un convinto fautore della politica a favore del libro. Domani verra' sommerso di carte: tutti hanno una soluzione al problema della non lettura. La domanda vera e': che vita e' senza leggere?

martedì 25 giugno 2013

il fidanza non c'e' più 2

tra i motivi del gran nervosismo della figlia in questi giorni c'era il desiderio di troncare la sua relazione. Stasera abbiamo cenato tutti e quattro in un ristorante sotto casa e, alla mia domanda su che fine avesse fatto il fidanza, ha detto, sollevata, di averlo lasciato. Tre mesi per lei sono un'enormità, non ce la faceva più a sentirsi legata. Lui e' stato un signore: oltre ai regali, le ha lasciato i suoi maglioni e le felpe di cui lei si era man mano impossessata. Per me e' un colpo al cuore, mi piaceva Tommaso, mi fidavo di lui. Che combinerà ora la figlia?

cambia!

ieri tornando da mensa ho incontrato nel piazzale della Dear degli amici operatori. Tra loro c’era un vecchio fonico, con cui mi è capitato di lavorare più volte. Mi ha detto, sei sempre sullo stesso programma? Non ti sei ancora stufata di fare due domandine alle presentazioni, di montare quei servizietti? Da quanti anni lo fai? Perché non cambi? Ho farfugliato, ma no, sto bene dove sto, e poi mi sono portata addosso una sensazione di malessere che non si è del tutto dissolta. Basta così poco a mettermi in crisi? Dovrei guardarmi intorno? Trovarmi un’altra collocazione? O forse dovrei smetterla di dare ascolto al primo che passa?

disarmonie familiari

se pensavo che tornando dalla nostra breve vacanza avremmo trovato in casa un clima accogliente e disteso, mi illudevo di brutto. Aggressivi, nervosi, annoiati, i ragazzi si sono impegnati più che potevano nella missione di farci sentire genitori degeneri, indifferenti alle loro sorti, capaci solo di darsi alla pazza gioia. L’unica cosa buona di questo momentaccio familiare è che i due figli hanno costituito un fronte comune: i nemici siamo noi, tra loro si spalleggiano e si proteggono reciprocamente. In nostra assenza domenica sera sono persino andati a mangiare una pizza loro due soli. All’inizio di luglio dovevano andare al mare: ora uno si è messo a studiare come un pazzo per il patentino, l’altra ha ancora feste in città. Sarò degenere ma non vedo l’ora che partano.  

lunedì 24 giugno 2013

il pranzo del tedesco

sabato a pranzo su una spiaggia di Formentera. C'era un tavolo riservato vista mare. All'una e mezza è arrivato un vecchio signore, vestito di tutto punto, con una grossa pancia. Ha ordinato un piatto di cozze e una bottiglia di vino bianco e poi si è immerso nella lettura di Die Welt. Quando sono arrivate le cozze, ha scostato il giornale e ha cominciato a mangiare piano, con l'aria di gustarle molto. Il cameriere è arrivato con un vassoio contenente un enorme pesce grigliato e le patate, mentre lui era ancora alle prese con le cozze. Ha fatto segno che non importava, ha finito con calma i molluschi e si è dedicato con la stessa metodicità al pesce. Ha ordinato un altro litro di vino bianco pregiato.  Chi era quel tedesco epicureo? Che ci faceva in mezzo ai bagnanti? Come si bevono due litri di vino a pranzo in una giornata di sole?

la salita alla rocca

il terzo giorno abbiamo esagerato con il sole. Forse ci sentivamo più spavaldi perché eravamo meno bianchi, forse volevamo portare con noi quella sensazione di benessere che provavamo stesi tra il mare e la spiaggia: sta di fatto che ci siamo arrostiti per bene. Alle sei abbiamo preso l'aliscafo per Ibiza. Una volta arrivati, abbiamo lasciato le borse in albergo e siamo usciti a esplorare la città vecchia. Il marito cercava sul suo iPhone un ristorante, io volevo salire fino alla cattedrale per vedere il panorama dall'alto. Io amo camminare, lui no. A Formentera aveva camminato parecchio per cercare spiagge isolate; ora aveva esaurito il suo desiderio di muoversi a piedi. È venuto con me fin su, ma senza nascondere il suo scontento; mi ha fatto dare un'occhiata al paesaggio e poi subito tornare giù, come se al porto ci aspettasse una cena sontuosa. Al porto abbiamo trovato solo locali pulciosi, venditori di biglietti per le discoteche, negozi di magliette, bar con la musica altissima. C'è venuta una grande stanchezza e ci sentivamo cotti dal sole. Alla fine, per mangiare in un posto decente, siamo risaliti a metà strada verso la cima e abbiamo pregato il proprietario del ristorante che avevo adocchiato quasi un'ora prima di trovare un tavolino per noi. Di fronte a dei meravigliosi calamari grigliati la tensione si è sciolta. Domani volo alle sei e quaranta e di corsa al lavoro.

domenica 23 giugno 2013

Telegraph Avenue

Oakland, San Francisco. Due coppie: una di bianchi e una di neri. Gli uomini, molto amici tra loro, gestiscono un negozio di vinili; le donne, altrettanto legate, sono ostetriche, specializzate in parti in casa. Un sentimento di forte, eppure ironica nostalgia, permea tutto Telegraph Avenue, il romanzo di Michael Chabon appena tradotto in italiano da Matteo Colombo e Massimo Birattari per Rizzoli. Nostalgia per mestieri in via d'estinzione, come il venditore di dischi o la levatrice, e per uno stile di vita rilassato, fatto di chiacchiere nei negozi, di conoscenze di quartiere. I più conservatori, in questo racconto, sono i bianchi: come Nat si aggrappa al suo commercio, minacciato da un megastore, così Aviva, sua moglie, pur di far nascere i bambini nel loro ambiente, è disposta a tollerare lo scetticismo e l'aggressività dei medici ospedalieri. Gwen e Archie hanno anche altri problemi da affrontare: lei è incintissima e lui, da una parte prende in prestito bebè per impratichirsi, dall'altra scopa chi può e si ritrova tra i piedi un figlio quindicenne di cui non aveva mai voluto ammettere l'esistenza. Di là dalla trama, infarcita di riferimenti alla musica e al cinema di Tarantino e a quello che lo ha alimentato (il padre di Archie è un attore di B movie, disposto a tutto per realizzare il terzo film di una serie che l'aveva reso celebre), colpisce in Chabon l'uso pirotecnico della lingua: è tutto una metafora, tutto un'aggettivazione sorprendente e sopra le righe. Chabon è del '63 come me, ha vinto un Pulitzer. Non l'avevo mai letto: mi ha divertito, intrattenuto, aperto mondi. Del tutto convinta no, forse proprio per via dello stile così elaborato.

sabato 22 giugno 2013

senza pensieri

con il motorino abbiamo percorso l'isola in lungo e in largo: due ore su una spiaggia, due ore su un'altra, al faro, e poi di nuovo sullo sterrato tra i pini, alla scoperta di  calette nuove. Dovunque mare azzurro, spiaggia bianca e sottile, una folla variegata di giovani, vecchi e bambini, un po' nudi e un po' vestiti senza sguardi di troppo. Tanto sole, a cui non siamo più abituati. A pranzo riso e pesce di fronte al mare. È bella Formentera e accogliente. I pensieri svaporano in fretta. Sono qui, ma anche a Oakland con Chabon in Telegraph Avenue. E c'è ancora tutto domani.

venerdì 21 giugno 2013

partiti ma solo a metà

al terminal I di Fiumicino trovo il marito immerso in una lunga conversazione di lavoro. Bel modo di accogliermi e di cominciare la vacanza insieme. Quando finalmente si toglie l'auricolare, mi dice, ho una negoziazione in corso, domani alle due definiamo. Sono tentata di voltare la schiena e tornare a casa, ma poi rivedo lo sguardo ostile dei miei figli stravaccati sui divani e intenzionati a scatenare in me sensi di colpa e decido che è meglio partire anche con la telefonata pendente. A Ibiza atterriamo poco prima della mezzanotte e già dall'aereo mi colpisce la bruttezza dei palazzoni illuminati. L'hotel scelto per la notte di passaggio è così squallido da riportarci indietro nel tempo, quando eravamo due studenti senza una lira. Dormo come un sasso e mi sveglio piena di forze. Alle nove prendiamo l'aliscafo per Formentera e finalmente capisco perché siamo arrivati fin qui. L'isola è bassa, coperta di pini, poco costruita. La spiaggia che raggiungiamo subito con il motorino che abbiamo affittato ricorda i Caraibi: acqua azzurra, sabbia chiarissima. Ascoltando la gente parlare sembra di stare in Italia (a Milano), ma un'Italia più civile con gente che prende il sole in due pezzi, in un pezzo solo o senza niente addosso. L'invasione di medusine marroni verso mezzogiorno si attenua ed entrare in acqua è meno problematico. All'ombra di Chabon e del mio kindle mi godo il pomeriggio sulla spiaggia dell'hotel (decisamente più bello del primo), mentre in stanza il marito negozia (o magari dorme dopo aver negoziato). Per fortuna che sono partita.

giovedì 20 giugno 2013

in fuga

alle nove e mezza c’è il volo. Una vacanza da soli, una vera vacanza con l’aereo e tre notti in albergo non la facevamo da un po’. Lasciare i bambini piccoli per me era un uno strazio, ma li ho sempre lasciati, richiedevano un grande impegno e stare lontani tre giorni, una settimana serviva. Poi è venuto il piacere di fare le cose insieme a loro. E’ finito. Ora sono più rognosi di quando erano piccoli: criticano tutto e tutti, soprattutto la madre e il padre. Usciamo temporaneamente di scena: che sollievo.   

mercoledì 19 giugno 2013

quel soldatino di mia suocera

a settembre mia suocera compie ottanta anni. E’ da circa venti che non va più al mare: prima lo amava molto, poi il marito si è invecchiato, si è ammalato e una volta rimasta vedova non ci è più andata. Venerdì mattina parte in treno con i miei figli e va a passare il week end con loro a casa nostra. L’ho sentita ieri al telefono: è spaventata all’idea del sole, non vuole mettersi in costume (è ancora d’aspetto gradevole, magra e alta, ma da ex bella si fa mille complessi), non sa come comportarsi con i due nipoti che adora ma con cui non ha mai convissuto. Le ho detto che non deve sentirsi obbligata che, in nostra assenza, i ragazzi possono stare a Roma da soli e magari appoggiarsi da lei per il cibo, ma lei mi ha risposto, me l’ha chiesto mio figlio, lo faccio, è deciso. Moglie di generale non si diventa per caso.

martedì 18 giugno 2013

Quando meno te lo aspetti


in Quando meno te lo aspetti convivono magnificamente fiaba e realismo, personaggi sognanti e personaggi fin troppo prosaici. Agnès Jaoui, regista, che ha scritto il film con il marito Jean-Pierre Bacri, interpreta un ruolo che e’ una via di mezzo tra i due: e’ un’attrice mancata che organizza recite per i bambini. Suo fratello e’ un ricco industriale, sposato con una donna che passa la vita a combattere contro i segni del tempo; sua nipote aspetta il principe azzurro e lo trova in un giovane musicista che balbetta; il padre di lui (Jean-Pierre Bacri) ha una scuola guida e un brutto carattere; la sua nuova compagna ha due bambine petulanti che lui non sopporta; la sua ex moglie fa la barista e prova ancora affetto per lui; poi ci sono una bambina in crisi per la separazione dei genitori che si gratta sempre e va in crisi mistica e un promotore di festival musicali che ci prova con tutte le donne.  Tra un ballo, una lezione di guida, una cena romantica, un concerto i destini dei personaggi s’intrecciano. Dialoghi perfetti, umorismo sottile e grandi attori: la formula vincente del cinema francese. 

la simpatia di Clara Usón

se non mi pagassero per lavorare, li pagherei io per poterlo fare. Sono uscita di casa alle due sotto un sole torrido, infestata da brutti pensieri sulle mie scarse doti di madre. Entrando nella casa delle letterature mi sentivo addosso un macigno. Poi mi sono immersa in una torrenziale conversazione in inglese con Clara Usón sul suo libro La figlia e sulla sua scoperta del disastroso disinteresse europeo nei confronti del conflitto nei Balcani. Seguire il filo del suo animato discorso e dimenticare i miei crucci e' stato tutt'uno. Clara Usón e' una giovane donna piena di passione civile e il suo romanzo su Ana Mladic gronda di questa passione.

tutti sei

lo sapevo che la pagella del figlio non mi avrebbe riservato grandi soddisfazioni, ma quando mi sono trovata di fronte la foto dei quadri usciti oggi sono stata colta da una crisi di scoramento. Tranne due compagni rimandati a settembre, e' tutto un fioccare di otto e di nove. Lo diceva lui di essere capitato in una classe di secchioni; doveva proprio riservarsi l'ultimo posto della classifica, quello senza infamia e senza lode? Mi ero detta, e' il primo anno di liceo, non bisogna fargli pressione, ha recuperato latino e italiano, ha scelto il miglior scientifico di Roma, ha dimostrato di potercela fare tutto da solo. Ora pero' mi rimprovero di non averlo stimolato abbastanza, di non avergli fatto capire che doveva impegnarsi di più, che si fa una fatica boia a farsi apprezzare dagli insegnanti quando ti hanno appiccicato addosso la qualifica di mediocre. E mediocre lui non e': non lo dico da mamma obnubilata. La pagella e' il meno, se solo si divertisse. Passeranno questi spigolosi quindici anni.

lunedì 17 giugno 2013

chieda perdono

fresca di lettura di un romanzo sul clima soffocante di una setta, mi ha fatto saltare sulla sedia l'affermazione di una senatrice Cinque Stelle rivolta alla sua collega Adele Gambaro, rea di aver detto che le elezioni al movimento le ha fatte perdere Grillo, con i toni accesi del suo blog che spaventano la gente. La senatrice ha detto, chieda perdono a Grillo. Perdono? Ma in che mondo siamo? In che organizzazione? La Gambaro non sembra una facile da intimidire, ma che brutta gente le siede accanto in Parlamento.

caffe'


Sto bene è solo la fine del mondo


all’inizio c’è un bambino in adorazione della madre e c’è un padre violento che terrorizza tutta la famiglia. Poi irrompono sulla scena due signori con la valigetta e gli abiti scuri e comincia un incubo diverso: quello dell’appartenenza a una setta. Nell’esordio del pugliese Ignazio Tarantino, Sto bene è solo la fine del mondo, pubblicato da Longanesi, si racconta come una donna fragile e vessata possa cadere nella rete dei testimoni di Geova (mai nominati con il loro nome, ma più che riconoscibili per i loro comportamenti esteriori e le loro credenze) e trascinare con sé i suoi sei figli, come l’esistenza di questi da complicata e faticosa diventi invivibile e infine come sia difficile uscire dalla rete, sconvolgere gli equilibri familiari, ferire le persone a cui si è più legati. Ma Sto bene è solo la fine del mondo è soprattutto un bel romanzo di formazione, che restituisce lo spirito di un’infanzia e un’adolescenza in un paese del sud: il valore dei parenti, le chiacchiere tra vicini, le corse al mare in bicicletta e motorino. Tra i ritratti più riusciti del libro ci sono quello dell’implacabile nonna Giulia che vive a letto con accanto a sé una finta dottoressa e una finta suora e quello di Sara, una compagna di scuola del protagonista, che accetta di vederlo poco e di nascosto, rispettando il mistero di cui il suo amico si avvolge. A salvare Giuliano Flavio dalla “Società” che gli impone uno stile di vita tetro e punitivo sono il suo spirito critico, il suo amore per i libri, il suo senso dell’humour. Già curioso e attento da bambino, crescendo, il ragazzo non può che interrogarsi sui perversi meccanismi di premiazione e colpevolizzazione della setta (plausi a chi bussa a più porte, a chi distribuisce più volantini, a chi converte di più, biasimi ed espulsioni a chi dà spazio a dubbi e al confronto con altri). Giuliano vede le sue sorelle e i suoi fratelli maggiori entrare nel meccanismo competitivo, aspirare a salire nella gerarchia della Società, ma vede anche i loro crolli di fronte ai matrimoni che vengono loro imposti e ne registra l’infelicità. Paradossalmente, proprio l’evento più scioccante, la morte del fratello Ivo per una mancata trasfusione, spinge l’io narrante, sempre in bilico tra dentro e fuori, a buttarsi nella setta e ad accantonare tutto il resto. Durerà poco, per fortuna. Non è un libro perfetto: la figura del padre risulta poco credibile perché troppo ondivaga (come può un uomo, e un uomo così prepotente e violento, lasciare liberi sua moglie e i suoi figli di dedicarsi a tempo pieno ad attività che lui non condivide?), certi passaggi sono troppo bruschi e certi personaggi appena abbozzati, ma si legge d’un fiato e la liberazione del protagonista è la nostra liberazione, la sua gioia di godersi il mondo senza restrizioni la nostra gioia.

domenica 16 giugno 2013

i misteri della figlia

l'avevamo vista partire tutta contenta; ieri invece in spiaggia la figlia era un'altra: nervosa, polemica, distante. Ci ha subito annunciato che oggi avrebbe preso il treno delle otto per tornare a Roma. Abbiamo provato a discutere, a convincerla: la gita a Ponza non ci sembrava così disprezzabile, non capivamo che fretta avesse di tornare in città. Alla fine, a denti stretti, ci ha detto che il fidanza si era rotto una spalla, scavalcando un cancello a Fregene e che doveva andare da lui. Perché non raccontarcelo subito? Perché tanti misteri? Ora siamo approdati alle Piscine, vicino a Le Forna. La roccia gialla è più splendente di sempre, l'acqua azzurrissima, il sole splende e l'aria è fresca. Essere genitori è anche capire che un bagno a mare a Ponza che a te sembra irrinunciabile, per un figlio può essere irrinunciabilissimo.

sabato 15 giugno 2013

I fratelli Ashkenazi


nelle 759 pagine dei Fratelli Ashkenazi (Bollati Boringhieri, traduzione di Bruno Fonzi) ho trovato alcuni dei temi della Famiglia Karnovski, il romanzo che Israel Singer scrisse nel 1942 (questo e’ del 1937). C’e’ la storia familiare: due gemelli nati a Lodz in Polonia, uno intelligentissimo, avido, spietato, macilento in competizione perenne con l’altro, bello, generoso, fortunato. C’e’ il racconto di un’epoca: la rivoluzione industriale in Polonia, il contributo dato dagli ebrei allo sviluppo del settore tessile, le prime rivolte operaie, i pogrom contro il popolo ebraico che si scatenano in ogni momento di crisi. Mentre nella Famiglia Karnowski domina il ritratto, qui prevale l’affresco. Simcha e Jakob, a cui un rabbino predice un futuro di ricchezza, scatenando la preoccupazione paterna, sono solo due pedine della Storia, i loro successi, le loro cadute, persino i loro stessi desideri sono frutto di circostanze piu’ generali, di un movimento che tutto travolge. Quello che piu’ amo in Singer e’ la capacita’ di dar vita sulla carta a tutte le sfumature dell’animo umano: ci sono nel suo libro rivoluzionari puri e arrampicatori sociali, donne innamorate e mangiauomini, soldati spietati e militari idealisti e i vari personaggi conoscono continue evoluzioni al loro interno, proprio come nella vita reale. Ha ragione Goldkorn, in Singer c’e’ del Tolstoj e del Balzac.