venerdì 21 giugno 2013

partiti ma solo a metà

al terminal I di Fiumicino trovo il marito immerso in una lunga conversazione di lavoro. Bel modo di accogliermi e di cominciare la vacanza insieme. Quando finalmente si toglie l'auricolare, mi dice, ho una negoziazione in corso, domani alle due definiamo. Sono tentata di voltare la schiena e tornare a casa, ma poi rivedo lo sguardo ostile dei miei figli stravaccati sui divani e intenzionati a scatenare in me sensi di colpa e decido che è meglio partire anche con la telefonata pendente. A Ibiza atterriamo poco prima della mezzanotte e già dall'aereo mi colpisce la bruttezza dei palazzoni illuminati. L'hotel scelto per la notte di passaggio è così squallido da riportarci indietro nel tempo, quando eravamo due studenti senza una lira. Dormo come un sasso e mi sveglio piena di forze. Alle nove prendiamo l'aliscafo per Formentera e finalmente capisco perché siamo arrivati fin qui. L'isola è bassa, coperta di pini, poco costruita. La spiaggia che raggiungiamo subito con il motorino che abbiamo affittato ricorda i Caraibi: acqua azzurra, sabbia chiarissima. Ascoltando la gente parlare sembra di stare in Italia (a Milano), ma un'Italia più civile con gente che prende il sole in due pezzi, in un pezzo solo o senza niente addosso. L'invasione di medusine marroni verso mezzogiorno si attenua ed entrare in acqua è meno problematico. All'ombra di Chabon e del mio kindle mi godo il pomeriggio sulla spiaggia dell'hotel (decisamente più bello del primo), mentre in stanza il marito negozia (o magari dorme dopo aver negoziato). Per fortuna che sono partita.

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