lunedì 17 giugno 2013

Sto bene è solo la fine del mondo


all’inizio c’è un bambino in adorazione della madre e c’è un padre violento che terrorizza tutta la famiglia. Poi irrompono sulla scena due signori con la valigetta e gli abiti scuri e comincia un incubo diverso: quello dell’appartenenza a una setta. Nell’esordio del pugliese Ignazio Tarantino, Sto bene è solo la fine del mondo, pubblicato da Longanesi, si racconta come una donna fragile e vessata possa cadere nella rete dei testimoni di Geova (mai nominati con il loro nome, ma più che riconoscibili per i loro comportamenti esteriori e le loro credenze) e trascinare con sé i suoi sei figli, come l’esistenza di questi da complicata e faticosa diventi invivibile e infine come sia difficile uscire dalla rete, sconvolgere gli equilibri familiari, ferire le persone a cui si è più legati. Ma Sto bene è solo la fine del mondo è soprattutto un bel romanzo di formazione, che restituisce lo spirito di un’infanzia e un’adolescenza in un paese del sud: il valore dei parenti, le chiacchiere tra vicini, le corse al mare in bicicletta e motorino. Tra i ritratti più riusciti del libro ci sono quello dell’implacabile nonna Giulia che vive a letto con accanto a sé una finta dottoressa e una finta suora e quello di Sara, una compagna di scuola del protagonista, che accetta di vederlo poco e di nascosto, rispettando il mistero di cui il suo amico si avvolge. A salvare Giuliano Flavio dalla “Società” che gli impone uno stile di vita tetro e punitivo sono il suo spirito critico, il suo amore per i libri, il suo senso dell’humour. Già curioso e attento da bambino, crescendo, il ragazzo non può che interrogarsi sui perversi meccanismi di premiazione e colpevolizzazione della setta (plausi a chi bussa a più porte, a chi distribuisce più volantini, a chi converte di più, biasimi ed espulsioni a chi dà spazio a dubbi e al confronto con altri). Giuliano vede le sue sorelle e i suoi fratelli maggiori entrare nel meccanismo competitivo, aspirare a salire nella gerarchia della Società, ma vede anche i loro crolli di fronte ai matrimoni che vengono loro imposti e ne registra l’infelicità. Paradossalmente, proprio l’evento più scioccante, la morte del fratello Ivo per una mancata trasfusione, spinge l’io narrante, sempre in bilico tra dentro e fuori, a buttarsi nella setta e ad accantonare tutto il resto. Durerà poco, per fortuna. Non è un libro perfetto: la figura del padre risulta poco credibile perché troppo ondivaga (come può un uomo, e un uomo così prepotente e violento, lasciare liberi sua moglie e i suoi figli di dedicarsi a tempo pieno ad attività che lui non condivide?), certi passaggi sono troppo bruschi e certi personaggi appena abbozzati, ma si legge d’un fiato e la liberazione del protagonista è la nostra liberazione, la sua gioia di godersi il mondo senza restrizioni la nostra gioia.

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