domenica 23 giugno 2013

Telegraph Avenue

Oakland, San Francisco. Due coppie: una di bianchi e una di neri. Gli uomini, molto amici tra loro, gestiscono un negozio di vinili; le donne, altrettanto legate, sono ostetriche, specializzate in parti in casa. Un sentimento di forte, eppure ironica nostalgia, permea tutto Telegraph Avenue, il romanzo di Michael Chabon appena tradotto in italiano da Matteo Colombo e Massimo Birattari per Rizzoli. Nostalgia per mestieri in via d'estinzione, come il venditore di dischi o la levatrice, e per uno stile di vita rilassato, fatto di chiacchiere nei negozi, di conoscenze di quartiere. I più conservatori, in questo racconto, sono i bianchi: come Nat si aggrappa al suo commercio, minacciato da un megastore, così Aviva, sua moglie, pur di far nascere i bambini nel loro ambiente, è disposta a tollerare lo scetticismo e l'aggressività dei medici ospedalieri. Gwen e Archie hanno anche altri problemi da affrontare: lei è incintissima e lui, da una parte prende in prestito bebè per impratichirsi, dall'altra scopa chi può e si ritrova tra i piedi un figlio quindicenne di cui non aveva mai voluto ammettere l'esistenza. Di là dalla trama, infarcita di riferimenti alla musica e al cinema di Tarantino e a quello che lo ha alimentato (il padre di Archie è un attore di B movie, disposto a tutto per realizzare il terzo film di una serie che l'aveva reso celebre), colpisce in Chabon l'uso pirotecnico della lingua: è tutto una metafora, tutto un'aggettivazione sorprendente e sopra le righe. Chabon è del '63 come me, ha vinto un Pulitzer. Non l'avevo mai letto: mi ha divertito, intrattenuto, aperto mondi. Del tutto convinta no, forse proprio per via dello stile così elaborato.

3 commenti:

azzurropillin ha detto...

io ho amato il suo kavalier e clay. consigliatissimo!

Anonimo ha detto...

"scopa chi può": la vacanzina ti ha proprio fatto bene

Anonimo ha detto...

Il sindacato dei poliziotti yiddish subito dopo Kavalier e Clay