martedì 16 luglio 2013

Quando lei era buona

spesso i libri di Philip Roth, oltre a essere belli, sorprendenti, crudeli e tante altre cose, sono anche divertenti. Quando lei era buona, terzo romanzo dello scrittore americano, uscito nel 1967 e ora riproposto da Einaudi nella nuova traduzione di Norman Gobetti è tutto fuor che divertente (come promette la quarta di copertina). Parla di Lucy, una ragazza che ha molto sofferto per via del padre ubriacone. Lucy è decisa a fare una vita diversa da quella della sua debole madre, sempre disposta al perdono. Studia molto, a scuola evita di prestare ascolto a chi la prende in giro per i suoi familiari, lavora in un bar per pagarsi il college. Il destino però mette sulla sua strada Roy, un giovane di bell’aspetto che è stato in guerra (la storia è ambientata negli anni quaranta nel Midwest)  e coltiva vaghe ambizioni artistiche. Roy comincia a fotografare Lucy, poi seguendo la tattica che gli ha insegnato un commilitone le dice ti amo, ti amo e la convince piano piano a cedergli, a scivolare con lui nei sedili posteriori della macchina. La cosa più triste del libro è che Lucy neppure per un istante ama Roy e non fa che pianificare il momento migliore per lasciarlo. Va a finire che dopo qualche mese nell’agognato college, la ragazza scopre di essere incinta. Le pagine che riportano il colloquio con il dottore del campus, sordo alla disperata richiesta di abortire della studentessa, sono strazianti, ma quando suo padre si offre di pagare per sbarazzarla della gravidanza Lucy, per dispetto, decide di sposare Roy e neppure la nascita di un bambino dolce e tranquillo riuscirà a placarne la furia. Romanzo sull’insoddisfazione, sull’estremismo emotivo Quando lei era buona mette a dura prova il lettore: come si fa a seguire per pagine e pagine una protagonista che si detesta?

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