mercoledì 25 settembre 2013

La moglie


Jumpa Lahiri l’ho scoperta tanti anni fa leggendo il suo primo libro di racconti L’interprete di malanni e poi mi sono innamorata del suo L’Omonimo. Anche La moglie (tradotto da Maria Federica Oddera per Guanda) e' un bellissimo romanzo: l’ho letto con il fiato sospeso, soffrendo per il protagonista Subhash e insieme ammirandone la forza di carattere e la pacatezza. Per apprezzare la bravura di quest’autrice basta leggere l’inizio de La Moglie. Ci sono due ragazzini, Subhash appunto, e suo fratello Udayan. Non sappiamo nulla di loro, ma li vediamo all’opera: scavalcano un muro e s’introducono in un club privato. L’idea e' del minore, Udayan; il maggiore lo segue per lealtà. Vengono bloccati da un poliziotto: Udayan si fa avanti per prendersi la colpa, Subhash viene picchiato. Sono poche pagine, ma dentro c’e’ tutto il carattere dei personaggi e il loro destino. La moglie, ambientato tra Calcutta, dove crescono i due fratelli e il Rhode Island, dove va a studiare Subhash per poi rimanervi, parla della forza di legami familiari, d’ingiustizia sociale, di terrorismo, ma soprattutto di una madre che non se la sente di stare vicina a sua figlia e di come quest’assenza condizioni la vita di entrambe. Jumpa Lahiri vive in Italia da un po’. Ora e' negli Stati Uniti, torna a fine ottobre. Non vedo l’ora di intervistarla.

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