venerdì 20 settembre 2013

Sacro Gra

si parte dal paramedico che raccoglie sulla sua ambulanza le vittime del raccordo anulare, si passa per l’uomo impegnato nella difesa delle palme dai parassiti, si gira per le case che affacciano l’una sull’altra (un padre logorroico e la figlia che studia ascoltando la musica, un filippino dj), ci si sofferma su due vecchie prostitute che mangiano e si truccano su un camper cadente, si entra in un’enorme casa in cui non si sa se è più kitch l’arredamento o i padroni, si pescano le anguille sul Tevere con un pescatore che ama ascoltarsi parlare, si seguono i preparativi di due ragazze che ballano seminude sul bancone di un bar periferico: Sacro Gra è l’altra faccia della Grande bellezza di Sorrentino. Anche qui a dominare è la notte romana, con le sue voci e i suoi volti, ma al posto degli scenari sontuosi c’è solo il traffico e al posto della caricatura dei ricchi annoiati c’è la quotidianità dei diseredati. In comune i due film hanno l’umorismo decadente, il senso di vacuità che Roma trasmette a chi la vive e la guarda. Quello di Gianfranco Rosi è un documentario, ma l’aspetto narrativo prevale. Da vedere.

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