sabato 19 ottobre 2013

al commissariato

alle undici mi presento alla porta del commissariato che si trova al primo piano del mio palazzo. La porta e' aperta, in vista non c'e' nessuno. In una stanza un poliziotto brizzolato in borghese traffica con il passaporto di una signora, mi dispongo all'attesa. Quando la signora esce, il poliziotto mi chiama. Ho portato il bollettino postale, la marca, le foto. Lui scruta con aria sospetta la mia dotazione e poi esclama, eh no, questa foto non va, ci sono i capelli. Ma come, gli dico, me la sono fatta fare dall'ottico, un ciuffo di lato che cambia? No, fa lui, la fronte deve essere tutta scoperta, bisogna vedere l'ovale del viso. Mi esce il fumo dalle orecchie, ma mi sforzo di stare calma. Riprendo le mie cose e vado alla macchinetta giù in piazza (altri cinque euro e il risultato, con i capelli tirati indietro e la faccia tesa, e' terrificante). Ritorno. Il mio poliziotto e' alle prese con un suo amico che gli ha portato dei salami, per un quarto d'ora si scambiano pareri alimentari senza chiudere la porta ne' abbassare la voce. Quando l'amico esce, entro io. Soddisfatto dalla foto terrificante, il poliziotto prepara lo scanner. Mi chiama allarmato: eh, no, questa foto e' troppo chiara, gliel'avevo detto che la macchinetta qui sotto e' difettosa. Sto per perderla la calma. Lui se ne accorge e, quando con la forza della disperazione gli porgo la prima foto, dicendogli, questa si' che andava bene, la prende senza battere ciglio. Tra quindici giorni ritiro il  passaporto. Sono riuscita (per poco) a evitare una denuncia per assalto a pubblico ufficiale.

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