venerdì 8 novembre 2013

Ladro di macchine

non è un libro facile da leggere Ladro di macchine dello scrittore americano Theodore Weesner ora edito da Fazi nella traduzione di Giacomo Cuva . E non perché sia lungo 456 pagine, o perché presenti uno stile complesso (al contrario, la scrittura è molto lineare), ma perché pagina dopo pagina si è assaliti da una terribile inquietudine e anche una lettrice vorace come me deve prendersi delle pause. A emergere in primo piano è la solitudine del protagonista, il sedicenne Alex. Nella Detroit ancora in piena fase industriale (siamo nel 1959), Alex vive con il padre alcolizzato. Un giorno ruba una macchina senza sapere perché lo fa, e poi continua: ne prende un’altra e poi un’altra e poi un’altra. Questa catena di furti lo manda dritto dritto in riformatorio. Alex vive questa esperienza con lo stesso distacco con cui vive la scuola: osserva quello che lo circonda, sta lontano dai guai, si permette solo delle fantasticherie sulle ragazze che sfiora a mensa o in cucina. Il padre lo va a trovare; non è stupito di quello che è successo, è solo molto dispiaciuto. Quest’uomo mi è parso una delle figure paterne più strazianti che abbia incontrato tra le pagine di un libro: un padre incapace di prendersi cura di se stesso e di chiunque altro, distrutto dalla consapevolezza del proprio fallimento, eppure carico di affetto. Ladro di macchine è uscito negli Stati Uniti nel 1972: come tutti i classici non è invecchiato per niente.

2 commenti:

lettoreambulante ha detto...

grazie della bella recensione, ma potrebbe andare bene anche per un lettore adolescente?

volevoesserejomarch ha detto...

difficile a dirsi: se e' un grande lettore forse si'...Io di adolescenti grandi lettori non ne conosco purtroppo