mercoledì 18 dicembre 2013

personal narrative

siamo una famiglia di grafomani, io per prima con il mio blog, ma anche le sorelle non scherzano. Maddalena mi ha mandato la consueta lettera natalizia con il riepilogo degli eventi annuali della sua famiglia; Isabella dei più stringati auguri. Allegata a questa mail, però, c'era un racconto di Margherita, la figlia, etichettato come "personal narrative" (un compito scolastico, probabilmente). È la cronaca di una gara di nuoto, scritta in un inglese fantastico: dettagliato nei termini, stringente, angoscioso. Man mano che andavo avanti nella lettura vedevo davanti a me questa bambina minuta, protesa nello sforzo di arrivare prima, sentivo la sua fatica fisica, il freddo dell'acqua. Dalle pagine di Margherita emerge fortissima la spinta emotiva, il desiderio di compiacere i genitori che fanno il tifo per lei, la gioia di vedere il proprio nome sul tabellone luminoso, la delusione di venir poi superata in classifica, la voglia di tornare comunque alle sensazioni positive, il desiderio di capitalizzare l'attimo di trionfo goduto. Come si fa a scrivere così a dodici anni in una lingua che si è imparata da poco?

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