sabato 21 dicembre 2013

Still Life


morire soli, senza che nessuno se ne accorga: sembra un’anomalia e invece è un fenomeno comune, tanto che a Londra esiste  a Londra un ufficio che si occupa della ricerca di eventuali parenti e della sepoltura delle persone rimaste senza legami. Al protagonista di Still Life, John May, l’attore Eddie Marsan presta il suo fisico compresso, i suoi compassionevoli occhi azzurri, il suo raro sorriso pieno di dolcezza. È l’addetto agli scomparsi non reclamati: fa il suo lavoro con immensa dedizione, raccogliendo in un album le foto dei morti, scrivendo i loro elogi funebri, scegliendo musiche adeguate e presenziando ad ogni funerale. John a sua volta è un uomo solo, vive in un minuscolo appartamento molto ordinato, a pranzo sbuccia con cura una mela, a cena apre una scatoletta di tonno che mangia con pane tostato. Non c’è posto per tanta meticolosità nell’amministrazione cittadina; il nuovo capo lo licenzia in tronco, sostituendolo con una cicciona, rapida a smaltire le pratiche. John reagisce tuffandosi con rinnovato impegno nell’ultima missione e la sua vita sembra vicina a una svolta: assapora il gusto di un pasticcio di carne, di un whisky bevuto dalla bottiglia, di un appuntamento con una ragazza, di una trasgressiva pisciata sulla macchina dell’odioso capo. Il racconto di Uberto Pasolini è tutto così studiato, preciso, trattenuto dal punto di vista emotivo che non mi aspettavo alla fine di trovarmi in un fiume di lacrime. Un grande finale.

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