mercoledì 31 dicembre 2014

sull'elefante

quello che non hanno potuto fare la distesa di pagode, i pescatori che remano con la gamba, i Buddha giganti, il mare corallino l'ha fatto un elefante quarantenne di Ngapali: ha riempito di entusiasmo i miei figli. Al marito la gita in elefante non andava giù, gli sembrava l'equivalente dei pony a villa Ada; si è dovuto ricredere perché a bordo dell'elefante (noi due su uno con la guida, i ragazzi su un altro) abbiamo percorso un tratto di giungla e, a parte l'emozione del mezzo, ci siamo inoltrati per oltre mezz'ora in una vegetazione fittissima e dai verdi accesi, che altrimenti ci saremmo persi. Il massimo è stato quando l'uomo che guidava l'elefante dei ragazzi è sceso, lasciando l'animale in balia di mio figlio. Lui non era così felice da quando si è fatto la prima corsa in motorino. E ora ci aspetta la cena di capodanno. La salterei volentieri.

Da qui all'eternità

"La vita, con l'andar del tempo, deflora qualsiasi verginità, anche solo disseccandola, non importa che il proprietario voglia tenersela." È un libro sulla disillusione Da qui all'eternità, sulla crudeltà degli uomini e sulla loro debolezza, sull'inutilità di ogni eroismo. Aveva ventisette anni James Jones quando lo ha scritto e che non fosse un letterato si vede: è una specie di Jack London sbrodolante, con lunghe digressioni sentenziose. Eppure è un libro che cattura per la sua verità e durezza. Non mi era mai capitato di vedere rappresentata con tanta intensità in un romanzo la realtà di sopraffazione e corruzione che c'è in ogni rapporto gerarchico. Attraverso il soldato Prew, di stanza alle Hawaii nel 1941, prima dell'attacco di Pearl Harbor, Jones descrive il meccanismo dei compromessi, dei soprusi, delle falsità di ogni consesso umano e l'emarginazione e la persecuzione subite da chi non si adatta al sistema. Prew è una testa calda, ed è pronto ad accettare le conseguenze della propria coerenza, che viene scambiata per insubordinazione. C'è un punto di vista spiccatamente maschile in questo romanzo: Jones fa entrare il lettore nel corpo, prima che nella testa dei suoi soldati, gli fa sentire la fame di donna che provano, la voglia di bere fino a stordirsi, l'istinto a giocarsi a carte ogni soldo accumulato, il piacere del cameratismo nelle situazioni più estreme, il desidero di menare le mani, di fare male e farsi male fisicamente. Le tre donne che emergono nella narrazione sono figure dell'insoddisfazione, attraenti e respingenti insieme; la mite Violet, la bellissima Lorene, la furiosa Karen rappresentano un'impossibile aspirazione alla normalità. Con loro non c'è nessuna possibilità di lieto fine: l'amore per Jones è un altro dei miraggi che tiene in piedi l'uomo, mentre il matrimonio è solo l'ennesima soffocante istituzione. L'edizione che ho letto è quella tradotta da Chiara Ujka per Neri Pozza nel 2012. È basata sul manoscritto originale  ritrovato dalla figlia di Jones; il libro uscito nel 1951 era stato pesantemente censurato: niente masturbazione, niente omosessualità, niente termini come fica, testicoli, vaffanculo. Da qui all'eternità è un librone disturbante e pieno di difetti, ma con grandissimi personaggi e uno sfrenato pessimismo che lo rende unico nel suo genere.

martedì 30 dicembre 2014

gita in barca

che Ngapali (bello che questo posto prenda il nome da Napoli) fosse poco turistica ci era parso chiaro fin dall'atterraggio nel minuscolo aeroporto. Oggi ne abbiamo avuto la conferma. Sull'opuscolo la nostra gita in barca si chiamava pomposamente 'sea adventure'. In pratica un ragazzetto con i capelli neri sparati sulla testa è venuto alle sette e mezza a prenderci in hotel con autista e pulmino; in un altro albergo abbiamo caricato Michelle, un'altissima e bianchissima australiana che sembrava la sorella di Nicole Kidman, e sua figlia Indy; siamo saliti su una barca a due piani che poteva contenere quaranta persone e conteneva solo noi, più quattro marinai, e siamo andati a farci il bagno in una baia deserta. In tutto il giorno non abbiamo incontrato neppure un'altra barca da diporto; le uniche imbarcazioni incrociate sono state quelle, cadenti, dei pescatori. Alcune di queste puzzavano in modo indescrivibile per il carico di pesce posto a seccare al sole. Dopo il bagno con la maschera (un fondale un po' scarso: coralli grigiastri e pesciolini gialli, pesciolino neri, pescetti striati di blu), siamo approdati a nuoto su una spiaggia circondata da palme e formata tutta da conchiglie di ogni forma e misura. Me la sarei portata tutta a Roma, quella sabbia. Mentre noi ci affanavamo a prendere il sole, la bianchissima Michelle-Nicole si copriva più possibile: l'abbiamo vista in costume solo quando si è tuffata con grazia dal tetto della barca insieme a mio figlio e alla guida. Per pranzo i marinai ci hanno imbandito una tavola piena di gamberetti: gamberetti con delle specie di fave, gamberetti con delle specie di zucchine vuote, gamberetti fritti. Poi riso bianco e una zuppa. Rozzo ma gustoso. Dopo mangiato siamo scesi a visitare il villaggio dei pescatori. Dormivano tutti nelle palafitte di legno, avendo lavorato di notte. Abbiamo incrociato diverse galline, mucche, maiali e vari bambini sorridenti. Volevo tornare alla barca a nuoto, ma la guida non me l'ha permesso; mi sono consolata tuffandomi una volta arrivata e restando a lungo in acqua. La nostra avventura marina si è conclusa alle quattro. Ora devo solo finire di leggere Da qui all'eternità. Come mi sono sparata mille pagine in questi giorni non lo so neppure io.

lunedì 29 dicembre 2014

arrivo a Ngapali

il piano di viaggio approvato dal marito prevedeva per la giornata di oggi un comodo volo alle sette e mezza di mattina che ci avrebbe portato in un'ora sulla bianca spiaggia di Ngapali. La compagnia aerea birmana con cui eravamo prenotati però è fallita a dicembre e la nostra agenzia vietnamita ha faticato non poco a trovare una soluzione alternativa. Al posto di un volo solo alla fine ne ha trovati due, con partenza alle cinque e mezza di mattina e due ore di sosta all'aeroporto di Yangoon. Ma il peggio doveva ancora arrivare: alle undici, al momento di imbarcarci sul secondo aereo, si è scoperto che avevamo solo due posti e per gli altri due eravamo in lista d'attesa. Ci hanno fatto uscire dalla fila del check in e ci hanno chiesto di aspettare da un lato, mentre tutti gli altri passeggeri consegnavano le valigie. Panico vero. Chi di noi far partire e chi far restare a cercare un albergo per la notte e un modo qualunque per raggiungere gli altri? Un quarto d'ora è passato così, poi una hostess ci ha fatto cenno di avvicinarci e ci ha detto che due persone forse avevano  cancellato la prenotazione. Per farla breve, siamo partiti e a quel punto non ci è pesato più il secondo volo con tanto di scalo in un posto lontano dalla nostra meta. Di Ngapali per ora abbiamo apprezzato la sabbia corallina e il mare caldo. Domani gita in barca per capire dove siamo. E per favore, un po' di noia, di imprevisti abbiamo già fatto scorta.

domenica 28 dicembre 2014

da un Buddha all'altro

al centesimo Buddha i ragazzi hanno ceduto: il pranzo sul fiume è stato tutta una discussione senza capo né coda sulla monotonia dell'arte orientale, del cibo orientale... Volevano essere riportati in albergo per riposare; li abbiamo lasciati dormire nel pulmino mentre noi visitavamo la pagoda più grande di Bagan e quella del re assassino. È vero c'è sempre Buddha dentro le stupa disseminate per la piana di Bagan, ma quante variazioni sul tema: seduto, in piedi, disteso (addormentato o morto, se ci sono con lui monaci piangenti), magro, grasso, sorridente, imperturbabile... Buddha o non Buddha il panorama di  Bagan da qualunque altura lo si guardi supera l'immaginazione: uno sterminato santuario a cielo aperto circondato da vegetazione selvaggia. Per evitare la folla in molti scelgono di muoversi in bicicletta o in motorino; il problema è la polvere: anche noi protetti dal pulmino a fine giornata eravamo pieni di terra dalla testa ai piedi (e per fortuna siamo abituati a stare scalzi, qui le scarpe sono bandite quasi ovunque). C'è un'allegria nei bambini birmani che ti seguono per venderti le cartoline che colpisce: si divertono a esibire le due parole di inglese o di italiano che conoscono e più che gli spicci vogliono un po' di attenzione. Ai nostri di bambini cresciuti di attenzione ne stiamo dando parecchia: la figlia è una compagna di viaggio molto più piacevole che nel passato, quando cercava lo scontro a ogni costo (anche se il suo carattere lunatico le fa alternare momenti di grande allegria a nervosismi improvvisi); il figlio è affettuoso e appiccicaticcio, ma ci apre squarci inquietanti sulla mentalità dei ragazzi di Roma Nord. Speriamo che di tutto il parlare che facciamo in questi giorni qualcosa attecchisca.

sabato 27 dicembre 2014

Giorni in Birmania


in Giorni in Birmania George Orwell descrive il paese che aveva conosciuto negli anni venti, come membro della polizia imperiale indiana. Sono passati quasi cento anni dalla stesura di questo libro, la Birmania ora si chiama Myanmar, ma molti aspetti sono rimasti invariati; l'estrema povertà della popolazione per esempio. Il protagonista del romanzo è John Flery, un giovane inglese che commercia legno, un tipo parecchio sgradevole: da una parte Orwell gli dona piena consapevolezza della crudeltà e miseria morale dei suoi connazionali, dall'altra lo priva del coraggio di sostenere le sue idee e lo dota di una brutta macchia in faccia, che è il suo cruccio dominante. Flery s'innamora di Elizabeth, un'orfana inglese venuta in Birmania a caccia di marito e non ne vuole vedere la rozzezza intellettuale e l'innato razzismo. L'altro filone, non meno interessante, riguarda U Po Kyn, il sordido magistrato locale, tutto impegnato a screditare il medico indiano amico di Flery, troppo retto per i suoi gusti. Una lettura avvincente. Un altro vantaggio della Birmania è stato quello di farmi scoprire questo Orwell giovanile.

a Bagan

dall'inizio del viaggio i figli non facevano che chiedere delle mongolfiere. Il nonno aveva magnificato il suo giro in pallone in Turchia quest'estate e loro non volevano essere da meno. I trecento e passa dollari a persona non li spaventavano; la sveglia alle quattro di mattina un po' sì. Alla fine ci hanno rinunciato senza troppi mugugni, accontentandosi della splendida vista sulla distesa di pagode che si gode dalla più alta di loro. Come guida abbiamo un'enigmatica donnina tarchiata, che passa da eccessi di loquacità a un completo mutismo: come al solito l'inglese è molto approssimativo e le storie di Buddha ci arrivano per frammenti: ognuno di noi capisce un pezzo e poi proviamo a ricostruire l'insieme. Nel tempio ricostruito mi ha colpito un'antica corona dorata (tolta dalla cima di questo) attorno alla quale si potevano fare offerte mirate di soldi: per superare un esame, per stare bene in salute, per neutralizzare cinque nemici, per ottenere l'amore, persino per vincere alla lotteria. Vabbè che donare è uno dei principi buddhisti, ma vedere le statue piene di banconote sulle orecchie, sui vestiti, in ogni piega del corpo fa un certo effetto. Bagan è un posto incantato, non c'è altro che natura selvaggia e pagode, tante da perderne in conto. Ci sono gli alberghi, i pullman, le biciclette, le moto, ma su una superficie così vasta in un attimo ti ritrovi da sola davanti a una stupa diroccata dentro la quale ti sorride un Buddha di pietra. Oggi dopo pranzo ci siamo concessi persino una sosta nella piscina dell'albergo; passato il fuso orario e i vari mal di pancia siamo finalmente in vacanza.

venerdì 26 dicembre 2014

gita a Pindaya

alle sette di mattina il lago era coperto da una fitta nebbia. Faceva un gran freddo sulla piroga lanciata verso la terraferma e al pensiero che avremmo potuto urtare un'altra imbarcazione o un qualsiasi ostacolo (non si vedeva nulla) i miei brividi  crescevano d'intensità. I ragazzi si erano messi la coperta in faccia e così stavano più caldi e tranquilli. Al momento di sbarcare la nebbia si era alquanto diradata e la gita in pulmino verso Pindaya ci ha rianimato. Abbiamo attraversato ampie colline coltivate seguendo una strada a tratti priva di asfalto. Bambini al pascolo con le mucche, aratri trainati dai buoi, case di muratura senza luce né acqua, operai al lavoro con in mano solo un piccone: un notevole salto nel passato. Il rosso intenso della terra, le piantagioni basse di tè verde, i tipici capelli spioventi, i cesti in bilico su un bastone: il panorama non poteva essere più suggestivo. L'attrazione del posto è una lunga caverna naturale che ospita al suo interno più di ottomila Buddha dorati, alcuni molto grandi, altri minuscoli. Sono frutto di donazioni e chiunque può aggiungere la sua statua con sotto il suo nome o quello del dedicatario. La guida ci ha fatto entrare in un grotta per la meditazione e lì comodamente seduti a gambe incrociate gli abbiamo fatto domande sul buddismo, di cui lui, come il settanta per cento dei birmani, è un seguace. Ci ha lasciati nel fatiscente aeroporto di Heho. Ci aspettano un'ora di aereo, un altro scenario, un'altra guida locale.

giovedì 25 dicembre 2014

sul lago Inle

Gli Intha sono un popolo di pescatori che vive sul lago Inle. Dormono in palafitte di bambù, si spostano con piroghe e hanno la dote dell'equilibrismo: riescono a remare con una gamba che avviluppano a un remo. Il lago è pieno di pescatori soli o in compagnia di un figlio: bambini anche molto piccoli si muovono sulle strette barche come se fossero sulla terraferma. Oggi la giornata è stata dedicata alla scoperta del lago e della sua popolazione. Ci siamo mossi compatti, anche se la figlia, ancora malconcia per il disturbo intestinale, minacciava di svenire ogni tre metri. Dal mercato, in cui si vendeva di tutto, dall'argento ai tessuti, dal pesce secco alla frutta, siamo saliti sulla collina dove ci sono i resti di 1054 stupa costruite tra il diciassettesimo secolo e il diciottesimo e semidistrutte da un terremoto. Per fortuna non hanno i soldi per ricostruirle: alcune sono state dipinte di bianco e d'oro e contrastano con il rosso mattone delle altre. La nostra nuova guida è un giovane dai tratti malesi. Ci ha raccontato di aver imparato l'inglese da un prete italiano che si era trasferito a vivere qui. Ha anche una sua agenzia specializzata in trekking: gite di tre, cinque, sette giorni in cui si parte a piedi e si dorme nelle fattorie. Questa sì che sarebbe un'avventura, ma per niente adatta ai miei attuali compagni di viaggio; forse neppure a me, che sopravvaluto la mia resistenza alla fatica, paragonandomi ai miei familiari, esemplari di rara pigrizia. Abbiamo saltato la festa di Natale dell'hotel, il cenone, le danze tradizionali, nutrendoci con un parco tè, accompagnato da due biscottini. I ragazzi hanno subito perso peso e sembrano due acciughine. È il Natale birmano, il nostro Natale birmano. Ora che mi è passata la paura di un virus mortale non lo scambierei con nessun altro.

mercoledì 24 dicembre 2014

una bruttissima nottata

all'inizio non ci eravamo preoccupati per niente: la figlia a cena ci ha detto che le veniva da vomitare e l'ho accompagnata di corsa in bagno. Il fratello l'ha seguita poco dopo e la nottata da incubo è cominciata. Febbre, vomito, diarrea, allucinazioni: tutto in rapida sequenza. Quando uno dei due stava meglio, l'altro delirava. Mi sono piazzata in camera loro, dormendo un po' nel letto dell'uno, un po' dell'altro, a seconda di chi mi voleva di più. Un'intossicazione alimentare? Probabile, anche perché entrambi si erano bevuti un intero cocco a fine pomeriggio, senza aver ben digerito le strane polpettine di pollo del pranzo. Ma perché la febbre e perché il transito verso il bagno non si arrestava? Quando chiudevo gli occhi immaginavo orribili scenari. Il marito si è affacciato due volte;  la seconda per comunicarci che si sentiva male anche lui. Non so come stamattina alle sei abbiamo trovato la forza per salire su un aereo, poi su un pulmino con guida, poi su una piroga a motore lanciata sul lago. Ora siamo in meravigliose capanne di legno vista lago, buttati ognuno dentro al suo letto. Ho recuperato le mie forze e vado a vedere come stanno i figli. Che assurdità essere in capo a mondo in un posto bellissimo tutto da visitare e sognare un qualunque altro posto, bruttissimo, ma civile, dove poter essere curati.

martedì 23 dicembre 2014

Vi presento Sally

tra i libri che avevo sul kindle, scaricati nei mesi passati, quando ero impegnata con altre letture, ho trovato Vi presento Sally di Elizabeth von Arnim (traduzione di Simona Garavelli, Bollati Boringhieri). Molto, molto divertente. Probabilmente va letto in lingua originale  per gustare fino in fondo il linguaggio rozzo e limitato della protagonista, ma anche in italiano si fa apprezzare. Sally è la bellissima figlia di un bottegaio inglese. I suoi genitori sono così spaventati dalla sua avvenenza che attira la folla nel loro negozio da tenerla quasi reclusa in casa. Un giorno però la vede Jocelyn, uno studente di Cambridge e, trovatala irresistibile, chiede di poterla sposare. Mr Pinch, il padre di Sally, non vede l'ora si sbarazzarsi di questa creatura appariscente e di tornare alla sua quiete, e la povera Sally si ritrova a diciassette anni in balia di un marito a cui non ha niente da dire e di cui non capisce i discorsi. Quando entra in scena, Mrs Luke, la madre di Jocelyn, una vedova che decide di insegnare alla nuora  dall'aspetto sfolgorante le buone maniere e un linguaggio appropriato (un giorno scriverò un saggio sulla figura della suocera in letteratura e non devo scordarmi della pestifera Luke), per Sally l'incubo è completo. A salvarla ci penserà una signora incontrata in treno... Vi presento Sally è anche un libro sul classismo degli inglesi: le tre classi sociali rappresentate, gli umili Pinch, gli emergenti Luke, i nobili dell'epilogo sono tutti ridicolizzati dall'affilata penna della von Arnim, che riserva la sua simpatia alla rozzissima ed extraterrena Sally, mai sfiorata da pensieri utilitaristici. Perfetto in vacanza.

Inwa e dintorni

Inwa e' stata in passato una capitale del regno; ora e' una vasta zona piena di monasteri in rovina e di bananeti. Ci si arriva attraversando il fiume Irrawaddy con una barca di legno e poi salendo su un carretto a quattro posti trainato da un cavallo. Questi si' che sono bei Buddha: nascosti nella vegetazione, senza la vernice bianca che da' loro un'aria sinistra, protetti da dragoni con faccia umana ed enormi leoni di pietra. Il pomeriggio di oggi e' stato ricco di sorprese: non facevamo che salire e scendere dal carretto per scoprire le meraviglie di Inwa, la torre che pende per il terremoto, i templi, gli alberi monumentali, le risaie. Il tramonto siamo andati a vederlo sul ponte Ubein: un ponte di legno di un chilometro e mezzo affollato da coppiette del posto (quando la guida ci ha detto che percorrerlo tutto in un senso e nell'altro porta bene al matrimonio ci ho tenuto ad arrivare fino in fondo, concedendo ai figli di fermarsi a meta' a bere un cocco e ad aspettarci: sto diventando vecchia? mi attacco al mio partner?). Stamattina invece mi aveva un po' inquietato la visita ad Amarapura, un posto dove vivono tantissimi monaci e dove ogni mattina alle undici si tiene una processione seguita da un pasto che si svolge sotto gli occhi dei turisti. Mi e' sembrato indiscreto stare ammassata insieme a francesi e tedeschi a fotografare questi giovani vestiti di rosso mentre sfilavano e poi mangiavano il riso, donando all'uscita i resti ai mendicanti. La cosa peggiore dal mio punto di vista erano i bambini, avviati al mestiere di monaco e condannati alla castita' senza aver neppure provato cos'e' il sesso. Ma ne so troppo poco per giudicare: loro, i bambini vestiti di rosa,  non sembravano meno allegri di quelli in maglietta e pantaloni che si aggiravano sul posto. Domani mattina un altro aereo ci porta al lago Inle. Speriamo di connetterci ancora.

lunedì 22 dicembre 2014

a Mandalay

arriviamo a Mandalay, la seconda città della Birmania, pieni di sonno dopo una notte in volo, incastrati negli strettissimi sedili. Ad attenderci c'è un uomo magro con i capelli unti e un grande sorriso; parla un inglese spaventoso, ma è pieno di entusiasmo e ci fa passare un pomeriggio molto movimentato. Per prima cosa ci porta in un ristorante dove servono piatti birmani (riso e curry) e piatti cinesi (riso e pollo, riso e verdure, riso e manzo). Mangia con noi ed è di buon appetito. Poi, intontiti come siamo, ci carica sul pulmino con conducente e ci fa cominciare il tour delle pagode: quella tutta intagliata nel legno, bellissima; quella dorata intorno a cui ci sono 729 iscrizioni sul marmo, ognuna raccolta in una stupa, una specie di campana di pietra (l'insieme delle iscrizioni passa per essere il più grande libro al mondo; sicuramente il più scomodo da leggere); quella bianca a cui arriviamo salendo su una barca lungo il fiume. E' tutto un togliersi e mettersi le scarpe per entrare nei templi, c'è un bel sole caldo ma non afoso, tanti i venditori di souvenir e i bambini con corone di fiori per Buddha. Atmosfera rilassata, bei panorami. Figli di buon umore (l'esito positivo della prova scrittta di matematica ci voleva proprio).

Guarigione

Guarigione non è l'ennesima autofiction sulla paternità, anche se la sostanza del racconto è questa: il divenire padre, l'osservazione del cambiamento di sé di fronte alla nascita dei propri gemelli. C'è una sincerità di fondo in questo libro, un mettersi a nudo che lo apparenta più ai volumi dell'autobiografia del norvegese Knausgard che a un libro come Il padre infedele di Scurati. De Majo intreccia la storia dei primi anni di vita dei suoi figli con quella della malattia: la sua, un tumore guarito grazie alla chemioterapia e non troppo patito sotto il profilo psicologico, e la malattia alla pelle da cui è affetto di uno dei due bambini, che lo getta nel più assoluto sconforto. Le ricerche su internet di cause e sviluppi; l'attenzione al bambino malato e la paura di trascurare l'altro sano; la difficoltà a trovare spazio nei propri pensieri, prima ancora che nella quotidianità, per la moglie; la voglia di dedicarsi totalmente ai figli; il confronto con il se stesso giovane e spensierato; il rimorso per non aver cercato il posto fisso, per galleggiare in un precariato intellettuale alle spalle dei genitori da cui si sente distante; un ritratto di Napoli attraente e repulsiva insieme: tutto ciò anima le pagine di De Majo, avvincendo il lettore. Un libro generazionale e personalissimo, in cui ognuno può trovare tracce di sé.

domenica 21 dicembre 2014

verso l'aeroporto

quattro valigette in cui abbiamo infilato alla rinfusa ciabatte, magliette, costumi, il mio kindle, i volumoni che la figlia ha scelto di portarsi in vacanza, la guida di Myamar. Saremo capaci di sopportarci per due settimane? Come sarà il nostro impatto con l'Asia più povera e sperduta? E sopratutto potrò scrivere il blog o non saremo connessi? Senza rete: che incubo!

La ballata di Adam Henry


Che bello il nuovo libro di Ian McEwan! Lo scrittore inglese si cala nei panni di Fiona Maye, una giudice sulla soglia della sessantina, appassionata del suo lavoro e di musica classica e molto legata al marito Jack. Un caso particolarmente spinoso (Adam, un diciassettenne leucemico, testimone di Geova, rifiuta le trasfusioni che potrebbero salvargli la vita) coincide per Fiona con la sua crisi coniugale: Jack si dichiara stanco di essere trascurato sessualmente e confessa l’attrazione per un’altra donna. Decisa a far luce su Adam e ad accantonare per il momento i propri problemi familiari, Fiona va a trovare il ragazzo in ospedale ed è straordinariamente colpita da lui, dalla sua intelligenza, dalla sua voglia di vivere e insieme di annullarsi con un gesto clamoroso. Il problema è che Adam, ripresosi dalla malattia, vorrebbe restare in contatto con la giudice, di cui è infatuato. Come in Solar McEwan aveva esplorato il mondo dei fisici, qui ci conduce nelle aule dei tribunali e nella mente di chi dispone dei destini altrui attraverso le sentenze; continua la sua battaglia contro i fanatismi di qualunque tipo e trova una misura che al precedente romanzo mancava. Fiona è un grande personaggio e i suoi turbamenti, il suo amore per la legge, le sue fragilità arrivano dritte al cuore del lettore.

sabato 20 dicembre 2014

L'amore bugiardo

la storia di Amy e Nick potrebbe essere quella di infinite coppie: si conoscono a una festa, si piacciono, escono insieme, si sposano, ma dopo i primi anni scoppiettanti, cominciano a non sopportarsi più, e lui la tradisce con una ventenne. Ma la loro storia è diversa dalle altre perché lei è “Amazing Amy”: i suoi genitori hanno creato un personaggio letterario a lei ispirato, la ragazzina bionda che tutti trovano irresistibile, e lei si è calata in questi panni fino a diventare una vera psicopatica che non sopporta delusioni e fallimenti. Il giorno del quinto anniversario di matrimonio Amy scompare, e tutti, tranne un’accorta poliziotta, la sorella gemella di Nick e un avvocato nero specializzato in casi impossibili, sono convinti che sia stata uccisa da suo marito. L’amore bugiardo qualche falla ce l’ha, i colpi di scena non sono poi così inaspettati, ma ha anche notevoli pregi: uno è il protagonista maschile, Ben Affleck, che è sempre un bel guardare; l’altro è la rappresentazione di una società malata in cui i media hanno preso il posto dei tribunali e conta più essere efficaci di fronte a un’intervistatrice televisiva che innocenti del delitto di cui si è accusati. Il circo mediatico è rappresentato in tutta la sua invadente follia e il povero Ben, che proverà ad usarlo, ne sarà vittima fino in fondo. La regia è di David Fincher, quello di The Social Network, la sceneggiatura di Gillian Flynn, tratta da un suo bestseller.

venerdì 19 dicembre 2014

Santo mostro

penalizzato da una brutta copertina, Santo mostro dell'americano Allan Garganus è un grande libro, scritto in maniera mirabile e tradotto con grande accuratezza e partecipazione da Maria Baiocchi per Playground. Il romanzo si apre con una scena forte: Clyde, il protagonista, a otto anni, entra in casa e trova la madre sul divano a fiori con sopra il veterinario del paese seminudo, che va in su e in giù come la macchina da cucire, mentre il padre gli urla di non guardare. Il Clyde cinquantenne, che racconta in prima persona la storia della sua vita, parte da questo episodio e poi va a ritroso a illustrare la figura paterna. Mostro per la sua bruttezza, santo per la gentilezza che lo contraddistingue, il padre di Clyde porta ogni domenica in giro il figlio con la scusa di distribuire bibbie nei motel che ne sono sprovvisti. In realtà vuole lasciare all'amatissima moglie Grace la possibilità di tradirlo. Al trauma della perdita dell'innocenza si accompagna per Clyde, dopo poche settimane, quello della perdita del padre, che muore solo in un motel. Grace non ci pensa un attimo a mandare il bambino in un collegio e da quel momento i due non si vedono più. Lui studia, diventa un rinomato professore, si sposa, ha due figlie, e un giorno, sulla strada per Disneyworld, si ferma a salutare Grace. Questa l'ossatura della narrazione; dentro ci sono una serie di sorprendenti riflessioni sui rapporti familiari, sull'amore, sui condizionamenti che esercitano su di noi le circostanze in cui ci troviamo. Il personaggio di Grace, inizialmente avvolto nella nebbia del dolore e dell'umiliazione con cui il figlio l'avvolge, emerge nel finale con una sua stupefacente grandezza. Gurganus non si legge d'un fiato: è concettoso, tortuoso, sardonico. Impegna il lettore, ma ne vale la pena.

giovedì 18 dicembre 2014

da Lella Costa

con gli operatori raggiungo Lella Costa in un hotel di via del Babuino. E' a Roma per presentare Che bello essere noi, il suo libro su donne e uomini oggi, pubblicato da Piemme. Finita l'intervista la intrattengo su due dei miei argomenti preferiti: il maschilismo degli scrittori italiani e il mio fallimento come madre di figlio maschio (proprio oggi, il soggetto in questione, trovandomi a casa al ritorno da scuola, avanzava la pretesa che gli preparassi il pranzo, "un pranzo completo come la mamma di Russo"). Sul primo punto Costa mi dà ragione entusiasta, sul secondo mi regala una citazione del suo amico psichiatra Charmet, "con i figli non è niente di personale". Una bella conversazione.

dispersi in Birmania

la Birmania non è un paese semplicissimo da visitare: ci sono restrizioni sugli itinerari e per lo più ci si affida ad agenzie. Mio marito odia i pacchetti organizzati e ama pianificare lui le sue mete spostamento dopo spostamento. Così invece di comprare un pacchetto birmano in Italia, ha scelto un'agenzia vietnamita con prezzi più convenienti. Ora è tempestato da mail inquietanti: un giorno ci cambiano un albergo, un altro ci annullano un volo. Cosa faremo davvero in Birmania e chi troveremo ad attenderci sarà tutto da vedere. Se no che avventura sarebbe.

Storie pazzesche


mi sono divertita molto con Storie pazzesche dell’argentino Damián Szifron, prodotto da Pedro Almodovar e interpretato tra gli altri da Ricardo Darín, che con la sua bella faccia barbuta è diventato un po’ l’emblema del cinema di Buenos Aires. L’idea di fondo del film è che la rabbia sia il sentimento predominante nelle nostre metropoli: una rabbia cieca, un impasto di frustrazione e aggressività che aspetta solo l’occasione per venire a galla. Così se ti portano via la macchina con il carroattrezzi, se ti superano insultandoti su una strada deserta, se pensi che la tua vita sia stata un fallimento, se incontri l’uomo che ha rovinato la tua famiglia, se scopri durante la tua festa di matrimonio che il tuo sposo ti è stato sfacciatamente infedele, il minimo che puoi fare è vendicarti in modo plateale e violento. È liberatorio assistere sullo schermo a reazioni così fuori misura da risultare comiche, ci fa anche un po’ vergognare di noi stessi e dello stress in cui siamo immersi. Sorprendere, intrattenere e offrire qualche spunto di riflessione non è poco per un film di questi tempi.

mercoledì 17 dicembre 2014

prima dell'esame

non mi ricordo nei dettagli il mio primo esame universitario, ma so di averlo vissuto con grande ansia, come tutti gli altri, del resto. Due cose non avrei mai fatto prima degli esami: prenotare una vacanza ad Amsterdam e andare al cinema con mia madre. Ieri sera la figlia ha preso un biglietto aereo per febbraio, convincendo il padre che per quell'epoca avrà dato i tre esami che ha seguito e sarà in pausa prima dell'inizio dei nuovi corsi; stasera ha scelto un film da vedere con me. Adoro la sua spavalderia.

nico


martedì 16 dicembre 2014

impallinata

mi avrebbero impallinata comunque: negli ultimi giorni il mood era questo. Per fortuna la puntata che ho presentato oggi in anteprima era tutto fuorché bella. Risentiva del clima gelido al montaggio, della mancanza di comunicazione che c'era stata tra me, montatrice e regista, della mia stanchezza. Il tiro al bersaglio è stato fin troppo facile. Pensavo che le critiche mi avrebbero fatto soffrire; ho sofferto di più nell'immaginarle che nel riceverle. Mi sono tolta il pensiero: sono finalmente uscita dalla malefica saletta (la stessa saletta in cui mi ero molto divertita solo poche settimane fa con un altro lavoro tra le mani). Non è da buttare la puntata, i contenuti ci sono, si può aggiustare, basta che non sia io a farlo. Basta con i Malavoglia che vengono di notte a tormentarmi perché la loro citazione non ha copertura visiva.

lunedì 15 dicembre 2014

risultati scolastici

chi frequenta questo blog sa che niente è più lontano da me del mondello mamma tigre, la mia autostima non passa attraverso i risultati scolastici dei miei figli: lo studio se lo sono sempre gestiti da soli, con l'unica costante del controllo che esercito attraverso colloqui con gli insegnanti e voti. Questa settimana però mi trovo a palpitare per le interrogazioni del figlio e il primo esame universitario della figlia. Lei fa giovedì lo scritto di matematica: non ha perso una lezione e passarlo significherebbe molto per il suo futuro atteggiamento nei confronti della facoltà che ha scelto. Lui, che quest'anno ha cominciato la scuola distrattissimo, ha tre materie in bilico tra il cinque e il sei: deve essere interrogato in storia, fare un buon compito di scienze, tradurre bene dal latino. Che settimana! Io stressatissima, anche per motivi miei; loro quasi sereni.

domenica 14 dicembre 2014

Mommy


un ragazzo incapace di controllare la propria aggressività; una madre senza soldi, senza lavoro, agitata e sboccata; una vicina di casa squassata da un lutto che le ha tolto quasi del tutto la parola: questi i tre personaggi al centro del film del giovane canadese Xavier Dolan, Mommy. La sequenza in cui Steve, il figlio, fa roteare un carrello nel parcheggio di un supermercato è bellissima: esprime rabbia, impotenza, disperazione al massimo grado. Diane e la sua amica Kyle ci provano a salvare Steve, a tenerlo lontano dai guai, a farlo studiare, a incanalare la sua energia dirompente e nel film non mancano momenti di gioia ed esaltazione, ma sono solo momenti. Se quando sono entrata al cinema non ero di ottimo umore, all’uscita il mio umore era pessimo.

sabato 13 dicembre 2014

l'orso e il gran seduttore

all'uscita della palestra ricevo un messaggio dalla mia amica Donatella che non vedo da un po'. Ci parliamo e le chiedo se le va di venire a pranzo con il figlio ventenne. Mio padre, invitato da prima, non sta nella pelle: Donatella gli sta simpatica e in più avrà modo di raccontare di nuovo le sue avventure messicane (da noi già ampiamente ascoltate). A tavola Donatella finisce seduta tra mio marito e mio padre: il primo la ignora (non è cattiveria, è solo che è un orso), il secondo la tempesta di attenzioni: le riempie il piatto, la ragguaglia sulle sue varie attività. Dopo mangiato, Donatella si fuma una sigaretta in cucina. Papà estrae una rosa gialla da quelle che mi ha regalato e gliela porge galante (non arriva a  ricomporre il mazzo per offrirglielo intatto). Tra il modello gran seduttore e il modello orso, io ho scelto il secondo e ripeterei questa scelta ogni giorno: ma una via di mezzo non c'è?

venerdì 12 dicembre 2014

smettere di leggere

l'annunciatore a cui ho affidato i miei testi per la puntata si è divertito molto a dare voce a Verne, Proust, Conrad, Fitzgerald, Ginzburg... Ridandomi le fotocopie, mi ha detto, bello, un tempo ero un lettore. Mi è parsa una frase così strana. Che vuol dire, gli ho chiesto, non leggi più? Ha detto leggo solo cose leggere e aveva un'aria avvilita. Io ho poche certezze nella mia vita: una di queste è che le storie scritte continueranno in un modo o in un altro ad accompagnarmi fino al mio ultimo momento di lucidità. Smettere di leggere, che assurdità.

giovedì 11 dicembre 2014

il fantasma di Micaela

quando avevo vent'anni o giù di lì, sono partita per la Turchia in camper. Eravamo in quattro: io, il mio futuro marito, il mio amico Giovanni e la sua fidanzata Micaela. Lei non la conoscevo bene, ma avevo sempre pensato che fosse una persona simpatica: piccolina, occhi scuri intelligenti, capelli ricci neri. Tra noi due le cose non hanno funzionato sin dall'inizio: quello che volevo fare io, non andava a lei e viceversa. A me piaceva il cibo turco, lei lo detestava; lei avrebbe voluto socializzare con altra gente nei campeggi, io volevo starmene con quel bel ragazzo bruno che non aveva occhi che per me. E' finita con una gran litigata e la mia proposta che loro due se ne andassero per i fatti loro; poi mi sono pentita perché li ho visti disperati all'idea di perdere il mezzo (il camper era del padre del mio futuro marito) e in qualche modo abbiamo ricucito i rapporti fino a fine viaggio, per poi smettere di frequentarci. Oggi nella saletta di montaggio ho visto aleggiare il fantasma di Micaela. La regista con cui sto lavorando è la versione bionda della diciassettenne di un tempo: carina, ideologica, ostile per principio a qualunque cosa io dica o faccia. Scelgo le citazioni dagli scrittori e per puro istinto democratico (l'autrice della puntata sono io, è mio il nome che compare sulla sigla) gliele sottopongo: lei riesce a trovare in ogni pagina una frase migliore di quella segnata da me; chiedo un taglio sul girato, lei ne ha in mente un altro e cede a fatica. La giovane montatrice per fortuna ne ha già viste di peggiori; non si schiera; bada a portare a casa il risultato. Martedì dobbiamo chiudere; sto facendo un grande esercizio di pazienza, questa volta non voglio chiedere scusa, né ho intenzione di cedere alle provocazioni.

tetti


mercoledì 10 dicembre 2014

dopo i colloqui

alla fine del secondo pomeriggio buttato nei corridoi del liceo ad aspettare che prof verbosi esauriscono la loro carica polemica contro la recente occupazione della scuola, non sai più con chi prendertela, con i prof dalla chiacchiera inarrestabile o con il figlio che ti fa scontrare sempre con gli stessi giudizi: ha altro per la testa, non gli interessa l'arte, la letteratura inglese, il latino, fa il minimo indispensabile e a volte nemmeno quello... Torni a casa carica come una pila, e il figlio ti smonta con la sua aria placida. Per la seconda sera di seguito si è cimentato con il bil bol bul, una torta al cioccolato che gli facevo spesso quando era bambino e la cui ricetta ha trovato su un quadernino che mille anni fa avevo inaugurato piena di zelo (credo di essermi fermata alla ricetta numero sette). La sorella gli ha fatto da assistente (contribuendo soprattutto a sporcare la cucina). Se tutto manca si daranno alla ristorazione.

martedì 9 dicembre 2014

nei campi



giornata piena

sta scendendo il buio nella saletta di montaggio. Tiro un sospiro di sollievo: ce l'ho fatta. Ce l'ho fatta a incastrare la mattina alla Dear a cercare materiali d'archivio per la nuova puntata, il pomeriggio di colloqui alla scuola del figlio (non così negativi come mi aspettavo) e la sera qui al montaggio, senza neppure saltare la palestra dell'alba. Domani sarò uno zombie; al momento ho ancora qualche ora di lucidità.

lunedì 8 dicembre 2014

Magic in The Moonlight


com’è romantico il Woody Allen di Magic in the Moonlight! Colin Firth riveste i panni di Stanley, mago da teatro e smascheratore di finti medium, uomo che incarna il razionalismo e il pessimismo del regista, convinto che l’unica figura “dotata di superpoteri” nella vita umana sia quella con la falce in mano. Eppure Stanley finirà vittima della più potente delle magie: l’amore. La parte dell’incantamento, in cui Stanley conosce Sophie (una deliziosa Emma Stone) e, senza accorgersene, cade nella sua rete, è piacevolissima: bravi gli attori, bella l’ambientazione, i costumi, le battute, le scene. Poi il film perde qualche colpo, diventa un po’ prevedibile, ma resta gradevole, delicato, comico e insieme intriso di malinconia. Circondarsi di belle persone, godersi un cielo stellato o un tuffo tra gli scogli è un modo per dare senso alla vita, anche se la vita resta quella che è: breve, incerta, piena di dolori e di insidie.