venerdì 24 gennaio 2014

Braccialetti rossi


ho un problema, lo ammetto: non posso vedere la scena di una mamma accanto al letto di un figlio in ospedale senza commuovermi (ma questo anche prima di diventare madre, da sempre, comunque). Sono quindi la persona più inadatta a esprimere un giudizio critico sulla nuova serie di Raiuno, che andrà in onda tutte le domeniche a partire da questa, Braccialetti rossi, ambientata tra i giovani pazienti di una struttura ospedaliera della Puglia. Della prima puntata mi hanno colpita due cose, una in positivo e una in negativo. Cominciamo dal secondo aspetto, perché è strutturale, ed era anche nella serie catalana a cui s'ispira questa italiana: la voce narrante è quella di Rocco, un bambino in coma da otto mesi. Gli autori (Sandro Petraglia, insieme al regista Giacomo Campiotti) immaginano non solo che Rocco si goda lo spettacolo di quanto lo circonda, ma anche che gli altri ragazzi sotto anestesia lo incontrino, raggiungendolo nel limbo in cui vive sospeso, e scambino battute con lui. Fantastico? Soprannaturale? Fiabesco? Chiamatelo come volete, questo elemento; io ne avrei fatto volentieri a meno. A piacermi molto invece è stata la scena in cui Michela Cescon entra nella stanza di Rocco vestita da pagliaccio e fa per lui uno spettacolino. E’ così brava la Cescon, così vera nel suo strazio travestito da sorriso, che quando scopriamo che di quel bambino in coma lei è la madre, avremmo voglia di piangere tutte le nostre lacrime. Con il che torno all’impedimento di cui sopra. Guardetelo Braccialetti rossi: riuscito o meno è un tentativo di mettere in primo piano i ragazzi e anche di parlare di malati e malattie senza pietismi né spettacolarizzazioni.

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