giovedì 13 febbraio 2014

Le donne del signor Nakano

adoro i dialoghi spiazzanti, quelli in cui un personaggio dice tutto il contrario di quello che ci si aspetta da lui. E’ cosi prevedibile quello che ascoltiamo ogni giorno che almeno la letteratura ci deve riservare delle sorprese. E quindi con grande interesse e divertimento ho affrontato Le donne del signor Nakano, secondo romanzo della scrittrice giapponese Kawakami Hiromi, tradotto in italiano da Antonietta Pastore per Einaudi. Siamo in una piccola bottega alla periferia di Tokyo. Il signor Nakano vende roba usata che si  procura svuotando per pochi soldi le stanze di chi è morto o partecipando ad aste. Nel negozio c’è saltuariamente sua sorella Masayo e ci sono ogni giorno due giovani commessi, Takeo e Hitomi. Quest’ultima è l’io che narra tra il perplesso e il partecipe la vita della bottega e la sua personale: il comportamento dei vari clienti, le commissioni da svolgere, i pranzi improvvisati sulle scrivanie, la simpatia che prova per Takeo e la sua ritrosia, la debolezza del padrone nei confronti del genere femminile. I dialoghi, dicevo: Nakano di punto in bianco racconta a Hitomi che la sua amante non mugola a letto con lui come dovrebbe;  Masayo spiega la sua teoria sulla mortalità tra una chiacchiera e un dolcetto; Takeo rivede Hitomi tre anni dopo la loro relazione e la chiusura del negozio e le chiede solo, ora ti trucchi? Kawakami Hiromi ha il dono della leggerezza: nelle sue cronache di una commessa giapponese scorre la vita intera con i suoi dilemmi (chi amare e per quale ragione, per quanto tempo, che fare di se stessi e delle proprie giornate);  scorre lievemente ma lascia il segno.       

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