sabato 15 febbraio 2014

Smetto quando voglio


la prima cosa che colpisce di Smetto quando voglio, film di esordio del trentaduenne Sydney Sibilia, è la fotografia, che con i suoi colori acidi, sparati restituisce una Roma diversa. L’idea di trasformare un professore universitario precario cui è stata negata l’assunzione, e persino un contratto, nel capo di una banda di amici che si riciclano come fabbricanti e spacciatori di droga non è male. Sibilia non esagera quando racconta di un chimico che lava i piatti in un ristorante cinese; di due latinisti, impiegati di notte nella pompa di benzina di un cingalese; di un archeologo affamato che mangia i panini degli operai; di un economista dedito al poker in un accampamento rom. Con lo studio nell’Italia di oggi non si va da nessuna parte; con le pasticche autoprodotte da vendere in discoteca e nelle feste dei potenti si guadagna tanto da non sapere più che fare dei soldi. Alcune trovate sono molto divertenti (tra le altre Pietro Sermonti che si sforza di fare il trucido per essere assunto da uno sfasciacarrozze che non sopporta i laureati; Marcorè nei panni del Murena, un cattivo con mezza faccia sfregiata), ma il film è amaro, amarissimo. Dovrebbero vietarlo ai minori di diciotto anni, se no chi riesce più a mandarli a scuola.

Nessun commento: