sabato 15 marzo 2014

disavventure di un'intervistatrice

delle cinque interviste che avevo pianificato per il pomeriggio all'Auditorium, quella che m'impensieriva di più era la prima, quella a Kyung-sook Shin. Mi avevano detto che la scrittrice parlava solo in coreano e l'idea di comunicare con lei attraverso la mediazione di un interprete non mi entusiasmava; inoltre, dovendo presentarla lunedì alla biblioteca di studi orientali, ci tenevo a farle una buona impressione. Arriva (in ritardo) insieme a un ragazzo che parla un buon italiano, ma è molto impacciato nel ruolo di traduttore simultaneo. Parto con la domanda: tra i tanti temi affrontati nel libro, l'amicizia tra giovani, la fascinazione nei confronti di un professore, gli scontri politici a Seoul e la loro repressione, la scoperta della città, il servizio militare, qual è stato quello da cui è partita e che le stava più a cuore? Lui traduce rapidissimo, lei risponde in modo articolato, lui sintetizza, volevo raccontare una storia d'amore. La domanda seguente sul valore del ricordo nella sua narrativa non ha avuto fortuna maggiore: l'uomo (non lei) si esprimeva per epigrammi. Alessandra,  arrivata mentre l'intervista era in corso, da lontano ha visto la mia espressione tesa e si è preoccupata per me. Quando la situazione stava leggermente migliorando (alla quarta domanda ho avuto una risposta compiuta anche in italiano), è arrivata Rosetta Loy, che aveva fretta perché doveva partecipare a un incontro e ho dovuto chiudere. Lunedì come andrà?

(Mentre assistevo al dibattito tra Kyung-sook Shin e Elena Stancanelli - anche questo parecchio burrascoso, non è un tipo facile, la scrittrice, e sa esattamente di cosa vuole parlare - mio padre interveniva all'incontro con Rosetta Loy, raccontando un aneddoto familiare: legittimo da parte suo, ma doveva proprio presentarsi pubblicamente come mio padre?)

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