lunedì 24 marzo 2014

Her

già prima di cominciare una relazione amorosa con Samantha, la conturbante  voce di un sistema operativo, Theodore vive in un universo più virtuale che reale. Trascorre le giornate in ufficio a scrivere lettere di amore, congratulazioni, cordoglio al posto di altri; nel tempo libero sta sprofondato in poltrona a litigare con l’omino di fumo di un videogioco; al sesso con una persona in carne e ossa preferisce il tentativo di eccitarsi al telefono con una professionista del settore. Samantha però dà una svolta alla vita opaca che Theodore conduce in mezzo ai grattacieli della sua città: è sensibile, allegra, entusiasta, propositiva. Portarsela appresso attraverso una scatoletta dotata di telecamera, consente al protagonista di vedere tutto con occhi nuovi: la spiaggia affollata, un parco giochi, la neve in montagna. Poi, anche con lei, l’uomo innesca le dinamiche che hanno causato la fine del suo matrimonio: nel rapporto con gli altri, reali o virtuali che siano, siamo sempre portatori dei nostri problemi, dei nostri limiti. Guardando il film di Spike Jonze ci si chiede, sì vabbe’, ma come finisce? Finisce nel modo giusto, che non racconto. Grande prova di attore per Joaquin Phoenix, imbruttito dai baffi e da goffi pantaloni a vita alta; grande prova di attrice per Scarlett Johansson, che con i soli toni di voce crea un personaggio pieno di sfumature; brava e bella anche Amy Adams, nei panni dell’unica amica di Theodore, affetta dalla sua stessa lancinante solitudine. Tristissimo, ricco di domande.

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