lunedì 17 marzo 2014

Ida

vissuta in convento da quando era piccolissima, Anna non ha alcun interesse per ciò che avviene fuori di lì. E’ la madre superiora a costringerla, prima che prenda i voti, ad andare qualche giorno a trovare la zia che non hai mai conosciuto. Siamo in Polonia all’inizio degli anni sessanta. Anna bussa alla porta di Wanda e le si spalanca di fronte un mondo che la sconcerta. Per interpretare le due protagoniste del suo film, Pawel Pawlikowski ha scelto una studentessa sconosciuta con due occhi sgranati che bucano lo schermo, Agata Trzebuchowska, e un’attrice navigata, Agata Kulesza, e il contrasto tra lo spaesamento della prima e la disincantata e amara consapevolezza della vita della seconda è l’anima di Ida. Wanda fa il magistrato, è conosciuta per l’inflessibilità con cui ha condannato “i traditori della patria” e per la passione con cui ha combattuto nella Resistenza. In realtà è una donna distrutta dai rimorsi, che si rifugia nell’alcol, nelle sigarette e negli uomini. Amava molto la sorella, la madre di Anna, ma non è riuscita a salvarla dal suo orribile destino. Ora che la nipote è davanti a lei, Wanda viene presa dalla furia di scoperchiare il passato: le rivela che, pur cresciuta nella fede cattolica, lei è ebrea, si chiama Ida, i suoi genitori sono stati ammazzati e non si sa dove sono sepolti. Le due donne salgono su una vecchia macchina e si dirigono verso il paesino in campagna dove si erano rifugiati il padre e la madre di Ida nel periodo delle persecuzioni antisemite. La parte del film on the road è la più bella: c’è l’incontro con un affascinante sassofonista che fa l’autostop, c’è la dolorosa scoperta di come andarono veramente le cose in quel paese di campagna.  Poi il film, così forte, stringato, perde i pezzi, finisce di sorprendere, o forse sorprende per la sua prevedibile fine. Per me è da vedere comunque: Ida e Wanda sono due personaggi che restano dentro e la fotografia in bianco e nero dà il massimo rilievo alle emozioni che le attraversano.

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