giovedì 13 marzo 2014

Il figlio


nella famiglia McCullough (come in ogni famiglia) ci sono i forti e i deboli: la prima categoria è rappresentata dal capostipite Eli e dalla sua bisnipote Jeanne, la seconda da Peter, il nonno di Jeanne. A questi tre personaggi è affidata la narrazione, che si svolge in modo alternato in tre modalità differenti (prima persona Eli, i diari di Peter, terza persona per Jeanne) e in tre tempi diversi (dalla metà dell’Ottocento ai giorni nostri). Sembra macchinoso e non lo è. Il figlio, dello scrittore americano trentanovenne Philipp Meyer, racconta il selvaggio Texas in cui si fronteggiano pioneri, indiani, messicani e insieme racconta l’eterna storia della sopraffazione dell’uomo sull’uomo con uno stile rapido e preciso. Le pagine più belle sono quelle sugli indiani Comanche. Questi rapiscono il tredicenne Eli e suo fratello Martin, dopo averne violentato e trucidato mamma e sorella. Per i Comanche un valore assoluto è il coraggio: Eli ne è abbondantemente dotato e ha anche un forte spirito di autoconservazione; Martin, che ama la poesia e non farebbe male a una mosca, soccombe alle prime torture. Meyer descrive con abbondanza di particolari i tre anni di vita di Eli tra gli indiani, il suo passaggio dal ruolo di schiavo delle donne a quello di compagno dei leader, fino alla decimazione della tribù per le malattie e lo sterminio dei bisonti. Eli, tornato dopo varie vicissitudini alla vita normale, diventerà una figura leggendaria, passerà i cento anni, avrà un ranch enorme a spese dei vicini messicani, massacrati e derubati di ogni avere. Il suo spiritaccio rivivrà in Jeanne, la discendente legata alla terra e decisa a sfruttarne il petrolio, mentre il figlio Peter resterà schiacciato dalla mancanza di scrupoli morali del padre. Non esente da difetti (i dialoghi sono molto vivaci ma poco credibili in bocca a personaggi del secolo scorso), Il figlio ha due grandi pregi: affronta lo spirito del popolo americano, evidenziandone tutte le contraddizioni, e si fa leggere tutto d’un fiato. Tradotto da Cristiana Mennella per Einaudi.

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