mercoledì 30 aprile 2014

la prova

da una parte non vedo l'ora di mettermi alla prova come lettrice, dall'altra ho una gran paura di fallire. Per una volta mi sono mostrata spavalda, ho detto di saperlo fare, bene e anche in fretta. Se mi dicono che sono negata? L'ultima volta che ho fatto una prova come lettrice avevo meno di quarant'anni e non avevo nulla da perdere, ero disoccupata. Dieci anni dopo non sono alla caccia di una fonte di guadagno, ma solo di un'occupazione sensata. Prevedo un week end impegnativo; il brutto tempo è un valido alleato.

martedì 29 aprile 2014

con Donatella Di Pietrantonio

Donatella Di Pietrantonio, l'autrice di Bella mia, è il mio candidato al premio Strega. Se fosse un premio vero e non un premio già assegnato in partenza, non si potrebbe non premiare il modo in cui ha raccontato una famiglia frantumata dal terremoto che pian piano rimette insieme i cocci e trova un modo per andare avanti. Oggi Donatella l'ho incontrata di persona. Con Carlo e Francesco sono andata a intervistarla in via Isonzo, dove c'è la redazione della casa editrice che pubblica i suoi libri, la Elliot. Donatella di mestiere fa la dentista pediatrica, vive a Penne, in provincia di Pescara; ci ha raccontato che di questi tempi mentre ha un piccolo paziente con la bocca aperta la chiamano per fissare intervista e il malcapitato di turno le regge il telefono tutto contento. Intervista a parte, abbiamo rievocato i momenti salienti del libro, la figura della vecchia madre a cui la figlia risparmia le trasgressioni del nipote, la giovane donna che ha perso la figlia tanto desiderata a causa del sisma e poi riesce a restare incinta, il marito fedifrago che era lontano dalla tragedia e che le donne puniscono con una cena a base di pollo ben sapendo che è vegetariano, la storia d'amore della protagonista che a me ha fatto tirare un sospiro di sollievo e di fronte alla quale qualcuno ha storto il naso. Donatella Di Pietrantonio ha finora pubblicato due libri, uno più bello dell'altro (Mia madre è un fiume era il suo primo); ha una gran forza dalla sua, l'autenticità. Gli altri, molti altri, scrivono perché vogliono fare gli scrittori; lei scrive perché è una scrittrice, e i suoi personaggi non li racconta, li fa vivere sulla carta.

lunedì 28 aprile 2014

Lisario o il piacere infinito delle donne

è un libro ambizioso Lisario o il piacere infinito delle donne  di Antonella Cilento edito da Mondadori: un po’ romanzo storico (l’ambientazione è napoletana, come la lingua che affiora qua e là e lo sfondo è la rivolta di Masaniello), un po’ farsa fustigatrice di costumi (quanta corruzione e approssimazione tra politici, medici, artisti del tempo), un po’ fiaba a lieto fine (con tanto di ritrovamenti miracolosi tra amanti), un po’ pamphlet sulla figura della donna. Lisario, la protagonista, è nata chiacchierina, ma un intervento al gozzo le ha troncato le corde vocali. E’ bellissima e molto determinata: quando i suoi vogliono darla in sposa a un vecchio, cade addormentata (si lascia nutrire ma sempre dormendo) e così l’offerta di matrimonio decade.  Al suo capezzale arriva Avicente Iguelmano, che l’arte medica l’ha ereditata malvolentieri dal padre. Attratto da Lisario, con la scusa di rianimarla, l’uomo la tocca e suscita in lei le prime reazioni. Una volta risvegliatasi, Lisario deve sposare Avicente. I pensieri di Lisario li conosciamo attraverso le lettere che lei scrive alla Madonna (nessuno sa che è autodidatta e legge e scrive). Il problema è che queste lettere finiscono a un certo punto in mano al marito, che scopre così di essere cornuto. Lisario infatti ha conosciuto Jacques, uno scenografo con cui ha fatto l’amore, finalmente libera dalle curiosità morbose di Avicente (l’uomo si era messo in testa di scoprire l’origine del piacere delle donne e la tormentava con i suoi esperimenti). Nel frattempo Masaniello sale rapidamente e Masaniello scende rovinosamente. Lisario incinta scappa da Napoli con Jacques, lo perde (Jacques oltre a essere odiato da Avicente, è perseguitato da Michael, un’artista che lo ama morbosamente), partorisce una bambina, finisce di nuovo nelle grinfie del marito, si addormenta di nuovo, fa naufragio, si salva alle Eolie con sua figlia, ritrova Jacques…  Lisario mi ha fatto pensare a certi libri di Simonetta Agnello Hornby, libri costruiti con abilità, ricchezza di mezzi espressivi, ricerche accurate. Non i miei libri preferiti. 

domenica 27 aprile 2014

Nymphomaniac


Buio sullo schermo. Tosse e risatine in sala. Poi finalmente il film parte. Nevica piano in un vicolo buio. C’è il corpo di una donna insanguinata per terra. Un vecchio signore scende a comprare il latte, la vede, la scuote. Vorrebbe chiamare un’ambulanza, lei gli dice che desidera solo una tazza di tè. La cornice di Nymphomaniac è questa: la protagonista è a letto, in pigiama, e racconta all’uomo gentile che l’ha soccorsa la storia della sua vita. Un amore totalizzante per il padre, medico appassionato di alberi; un disprezzo altrettanto forte per la gelida madre; un’amica che le fa scoprire prestissimo la curiosità per il sesso. L’iniziazione con un ragazzo che a richiesta la infilza con brutalità; giochi mostruosi tra ragazze: vince il pacchetto di cioccolatini chi sul treno si scopa più uomini nelle toilette; la routine: sette-otto uomini al giorno, la fatica di comporre una scaletta di arrivi e partenze. Lars Von Trier è stato spesso accusato di misoginia, ma la sua visione del maschio è altrettanto devastante, se non più, di quella della femmina: non c’è chi non ceda all’offerta di sesso. La scena più bella del film (che ha il pregio di mescolare il registro drammatico al comico) è quella in cui una Uma Thuman furiosa e imbruttita entra con i tre bambini in casa della giovane donna che pensa voglia rubargli il compagno e fa una scenata folle, usando i figli per trafiggere il marito. Non sono un’appassionata di Von Trier, ma la sua riflessione su amore, sesso e uso di sé mi ha tenuta avvinta. Credo mi infliggerò anche il secondo capitolo.

sotto assedio

ieri sera tornando dal cinema, ho attraversato il ponte di Castel Sant'Angelo tra una torma di pellegrini che intonavano cori. Altri pellegrini avevano piantato tende canadesi davanti al castello. C'erano vecchi e bambini che si disponevano a passare la notte all'aperto. Stamattina mi ha svegliato il rumore degli elicotteri e il vociare sotto casa. Roma è invasa dai fedeli accorsi per la beatificazione dei due papi. Quelli che vediamo dalle nostre finestre sono i rinunciatari, quelli che non sentendosela di combattere per un posto in via della Conciliazione - dove dai maxischermi si può seguire la cerimonia - si accontentano di bighellonare nei pressi del Vaticano. Bevono l'acqua fornita dai volontari, si spostano da una parte all'altra, fanno la fila per i bagni chimici, mangiano i panini che si sono portati, ogni tanto si abbioccano sui marciapiedi. Gli basta esserci, essere qui. Grazie a un'amplificazione paurosa le parole del papa risuonano nell'aria. Le sento rimbombare attraverso i vetri.

sabato 26 aprile 2014

L'ostacolo di Rosamund


Rosamund è una giovane inglese, orgogliosa della sua indipendenza e della sua avviata carriera accademica. Vive nel bell’appartamento londinese lasciatogli dai suoi, in Africa per motivi di lavoro. Ha solo un inconfessabile problema: ha paura del sesso o non è sufficientemente interessata ad esso (si sente vittoriana dentro). Ha trovato una soluzione provvisoria: esce con due ragazzi e fa credere a ognuno di loro di andare a letto con l’altro. Poi, una sera, si vede con George, un annunciatore della Bbc forse gay, e fa l’amore con lui. Passa un po’ di tempo e Rosamund si scopre incinta. Fallito il tentativo di abortire bevendo una bottiglia di gin, la ragazza decide di portare a termine la gravidanza. Il che le cambia la vita: deve andare da un medico (non lo faceva da anni), deve imparare a chiedere aiuto (ha sempre fatto tutto da sola) e soprattutto scopre che al centro di tutto non c’è più lei, ma la piccola Octavia. Di Margaret Drabble, sorella della più famosa Antonia Byatt, avevo letto anni fa il romanzo La cascata, che mi era parso un po’ farraginoso; intervistarla per Radiotre invece era stato un piacere. L’ostacolo di Rosumund mi è piaciuto tantissimo. Mi sono rivista in Rosamund, nelle sue passioni letterarie, nella sua goffagine con gli uomini, nel suo desiderio di non dar fastidio agli altri, nell’amore per la bambina che la travolge. Un grazie di cuore a Giulia, che dopo questo ulteriore azzeccato consiglio può farmi leggere qualunque cosa desideri. Il libro, pubblicato in Inghilterra nel 1965, è uscito da Astoria nel 2012 nella traduzione di Marina Morpurgo.

dopo la festa

alle otto di mattina sento il figlio alzarsi dal letto, capisco che qualcosa non va, ma resisto ancora un po' sotto le lenzuola. Poco più tardi lo trovo in salotto, disteso sul divano con sopra una coperta. Dorme. Nell'aria c'è una puzza incredibile. Torno nella sua stanza e lo spettacolo davanti ai miei occhi è terrificante: sul letto ci sono i resti vomitati di una pizza margherita e bocconi di carne. Lo scuoto, gli chiedo, hai bevuto. Risponde, non più del solito, il problema è stato il mangiare. Già, dopo il mega pranzo dalla nonna, come ha fatto a riempirsi di cibo al Gallo rosso insieme agli amici? Prima di pulire, aspetto il marito, non so come sbarazzarmi di quella poltiglia e voglio che veda con i suoi occhi cosa è successo. Lui butta le lenzuola nella vasca, le sciacqua, fa partire la lavatrice e lascia a me il compito di lavare la vasca. È molto offeso con me, a suo parere avrei dovuto far sparire subito le tracce del misfatto. Lo considera un compito da madre. Il vomito mattutino con la figlia non l'avevamo mai affrontato; grave mancanza a cui ha posto riparo il figlio. Noi due che siamo stati adolescenti tranquilli, persino acquiescenti, ora dobbiamo scoprire ogni lato di questo peculiare fenomeno che si chiama crescita.

venerdì 25 aprile 2014

avventura ai caraibi

in piena notte, scrutando il cellulare per capire a che ora era tornata la figlia, ho visto una serie di messaggi da parte di mia sorella maggiore. L'ultimo era rassicurante e quindi ho rimandato la lettura a stamattina. E' ai Caraibi con il marito e i tre figli, hanno affittato una barca e, dopo i primi giorni in compagnia di uno skipper, ora veleggiano soli tra le isole. E' successo che a Maddalena è sfuggito in acqua il timone e si sono trovati in mare con le vele alzate senza possibilità di governare l'imbarcazione. Ai loro tentativi di sos nessuno ha risposto; hanno indossato i giubbotti, calcolato la distanza dagli scogli. Poi hanno mandato il figlio Matteo con il barchino a cercare soccorsi. Lui è tornato accompagnato da un tipo che li ha aiutati a tornare alla boa di partenza; lì li ha raggiunti un meccanico che ha riparato il timone. Altri si sarebbero spaventati, avrebbero richiamato lo skipper. Loro no: sono ripartiti più baldanzosi di prima. Che parenti avventurosi che ho.

sottino

il figlio oggi compie sedici anni. Ieri sera è tornato a mezzanotte passata: l'aspettavo sveglia e gli ho visto un grosso sorriso stampato sulla faccia. Dopo molti travagli è di nuovo con la sua ragazza e ne è manifestamente felice. La sorella, che ne ha raccolto le confidenze nel momento di crisi, è molto critica nei confronti di lei e soprattutto di lui: si fa mettere i piedi in testa, ha fatto il contrario di quello che gli avevo consigliato, è "un sottino". Posso dire che da mamma lo preferisco sottino, disposto a ricominciare qualunque cosa sia successo, piuttosto che implacabile macho?

giovedì 24 aprile 2014

I lanciafiamme


all’inizio c’è una moto e una ragazza bionda che la cavalca spavalda. Poi la ragazza chiamata Reno, come il luogo da cui proviene, vende la moto per andare a New York. Reno aspetta che le accada qualcosa e la New York degli anni settanta non la delude. Prima va a letto con l’amico di una coppia incontrata in un bar, poi trova l’amore; Sandro Valera, un artista più grande di lei, figlio di un ricco industriale italiano, la elegge a sua compagna, sfrattando senza troppe cerimonie la donna con cui stava. Valera produce moto e Reno non sfugge al richiamo di una gara sulle saline. Cade, si fa male, poi vince e le chiedono di andare in Italia come testimonial delle motociclette. Sandro non vorrebbe farla partire, poi l’accompagna e le chiede di passare con lui per la villa di famiglia a Bellagio. E qui comincia la parte più interessante del libro. Se la routine pseudo artistica newyorchese è improntata a stanchi rituali (bevute, ostentazioni di modernità, feste, mostre strampalate, pettegolezzi) che inducono una certa sonnolenza nel lettore, la descrizione della madre di Sandro, una vera megera nei confronti dell’americana sua ospite, è fantastica. Reno scopre che si può essere ricchi e taccagni (al mattino nella villa piena di domestici si mangia pane vecchio e la sera la padrona di casa controlla il prosciutto in frigo). Ma a spezzarle il cuore non sono la madre e il fratello di Sandro che ostentano disprezzo nei suoi confronti, è Sandro stesso, da lei trovato con la cugina. Di colpo il maschilismo dell’uomo che ha amato le appare in tutta la sua evidenza (brava Kushner, ci voleva una scrittrice straniera per mettere a fuoco la pochezza del maschio italiano negli anni settanta e anche oggi). Reno salta in macchina con Gianni, il custode della villa (in realtà, scopriremo, un brigatista in incognito) e approda in un appartamento in via dei Volsci a Roma, dove si vive in disordine e promiscuità, e le armi girano come cavatappi. Reno partecipa a manifestazioni, impara a sue spese cosa sono i celerini e i gas lacrimogeni, accompagna Gianni nella sua fuga in montagna, poi torna a New York. Uno sguardo così ampio, documentato eppure lieve sugli anni settanta in Italia e negli Stati Uniti ancora mancava; Kushner non si accontenta di questo e apre ampie parentesi sul passato dei personaggi italiani, dal dopoguerra al fascismo: un po’ troppa carne al fuoco, ma il boccone è piuttosto ghiotto. I lanciafiamme, pubblicato in Italia da Ponte alle Grazie, è stato tradotto da Stefano Valenti.

mercoledì 23 aprile 2014

se ci si mette anche Ivonne

tra le quattro e le cinque papà di solito è in casa. Se va ai Lincei o da qualche altra parte me lo comunica con grande anticipo. Oggi non l'ho trovato al telefono fisso e ho subito pensato a una visita medica improvvisa. E' in effetti era andato dal dermatologo perché la sua fida Ivonne lo aveva allarmato sullo stato della ferita sulla schiena. Cambiandogli la medicazione, Ivonne, la pulitrice colombiana, aveva visto del pus e, scattata una foto, voleva subito inviarla a me, in qualità di figlia residente a Roma. Per fortuna papà l'ha fermata, le ha detto che la foto andava mandata al dottore. Questo ha convocato papà, gli ha pulito la ferita e lo ha rimandato a casa con istruzioni precise e l'autorizzazione ad andare a lezione di tango stasera. Cara Ivonne, sei brava a prenderti cura di mio padre, ma fammi un piacere, risparmiami questo tipo di foto.

Warhol

alle sei di pomeriggio mi avvio con la figlia a via del Corso. Un tempo ci recavamo lì mute ed irose quando lei pretendeva un ricambio del suo guardaroba. Oggi indossa i buffi pantaloni morbidi sul blu che si è comprata a Madrid, le scarpe da ginnastica bianche e le vetrine non le guarda nemmeno. La nostra meta è la mostra di Andy Warhol a Palazzo Cipolla. E' un bel concentrato del lavoro del maestro della pop art: ci sono le scarpe dorate e argentate, le Maryln, il Mao, la Liz Taylor, le zuppe Campbell, i fiori, le ultime cene, le sedie elettriche, i teschi... Costa cara la mostra e ti danno le cuffie anche se non le chiedi: ti senti un po' scema con la scatolina in mano, ma puoi mandarla avanti a piacimento e di informazioni ne ricevi parecchie. Alla figlia non sfugge che c'è una mostra anche al piano di sotto: sono le meravigliose fotografie in bianco e nero di Terry O'Neill: un cane monumentale che posa con David Bowie, il giovane Clint Eastwood, i Rolling Stones, i Beatles, Frank Sinatra, Elton John, Brigitte Bardot. Belli, disinvolti, radiosi. Per fortuna non abbiamo perso il piano di sotto. Altro che il vecchio odiato shopping madre-figlia.

martedì 22 aprile 2014

i jeans strappati

stamattina mi chiama il marito con voce tesa, non dovevamo credere alla storia del calcio, per me si è fatto male con il motorino. Si riferisce al figlio che venerdì pomeriggio è tornato a casa con i jeans strappati, una grossa ferita sotto il ginocchio, un pollice dolorante e una mano graffiata. Gli chiedo, hai visto il motorino in garage? E' ammaccato? No, dice lui, non ho visto il motorino, ho solo pensato che ci nascondesse qualcosa. Telefono al figlio, gli chiedo di dirci la verità. Lui mi smonta, a ma', se mi facevo male in motorino te lo dicevo, sono caduto giocando a pallone a villa Ada. Gli credo, ma non mi sento rassicurata. E' così silenzioso, impenetrabile. Poi mi ricordo che venerdì mi aveva cercata con insistenza al telefono dopo la caduta; io ero al cinema, non gli avevo risposto. Forse siamo noi a doverci fidare di più.

lunedì 21 aprile 2014

Yoshe Kalb


dopo aver amato La famiglia Karnovsky non potevo non precitarmi a leggere Yoshe Kalb di I. J. Singer, anch’esso riedito da Adelphi (traduzione di Bruno Fonzi, a cura di Elisabetta Zevi). Mentre La famiglia è ambientato nella Berlino prenazista e nazista, qui siamo in un momento non specificato del Novecento all’interno di una vasta comunità ebraica tra Polonia e Galizia, retta da leggi tutte sue. Rabbi Melech ha seppellito tre mogli e ha ancora voglia di sposarsi. Ha sentito parlare di un’affascinante orfana senza un soldo e non ha smesso di pensare a lei. Prima però deve trovare marito all’ultima delle sue figlie, Selene. Stringe accordi con il Rabbi di Rachmanivke, e il quattordicenne Nahum, figlio  di questo, è costretto a unirsi in matrimonio con Selene, che non ha mai visto. Singer racconta l’angoscia del ragazzo di fronte all’interminabile cerimonia di nozze, alla volgarità dei parenti acquisiti, all’acquiescenza della moglie. Per Nahum tutto cambia quando in casa entra Malka, la nuova sposa di Rabbi Melech. Malka è tutto quello che Selene non è: bella, intelligente, impetuosa. Tra lei e Naum è amore a prima vista, ma le circostanze sono tutte contro di loro. La seconda parte del libro (meno travolgente, ma altrettanto, se non più, ricca dal punto di vista descrittivo) vede 
un Nahum penitente, che si presta a fare il più umile dei lavori, deriso e maltrattato tanto da finire sposo della figlia scema dello scaccino di un villaggio.  La satira del mondo hassidico, delle sue consuetudini prevaricatrici della volontà del singolo individuo, non potrebbe essere più pungente. Singer descrive lussuria, avidità, lotta per il potere, violenza e in mezzo a tanta agitazione pone il suo ascetico personaggio, concentrato solo sull’inconfessabile tormento che prova. Gran bel libro anche questo.