martedì 15 aprile 2014

Chiamate la levatrice

dal punto di stilistico, Chiamate la levatrice di Jennifer Worth (traduzione di Carla De Caro, Sellerio) non è un gran che, ma le storie raccontate hanno un fascino irresistibile, e restituiscono un quadro vivissimo di come si viveva (e soprattutto di come si veniva al mondo) nella parte più povera di Londra negli anni cinquanta. L’infermiera Worth approda molto giovane alla Nonnatus House, un convento di suore specializzate nei parti a domicilio. Animata da pregiudizi nei confronti delle religiose, Worth scopre con ammirazione l’umanità di queste donne competenti e dedite al lavoro. Impara da loro a far fronte ad ogni tipo di emergenza: dalla preclampsia alla sifilide, dai mariti violenti ai parti podalici, dai neonati del colore sbagliato alle catastrofi atmosferiche. A bordo della sua bicicletta, la levatrice attraversa il quartiere degradato delle Docklands, entra nelle case e diventa intima delle sue pazienti, di cui conosce in poco tempo ogni segreto. Tra tutte si affeziona a Conchita, una splendida donna spagnola che al venticinquesimo (!) parto ha un bambino prematuro di soli settecento grammi da cui non si separa un momento, riuscendo a salvargli la vita, e a Mary, la ragazzina irlandese di quindici anni, avviata alla prostituzione, che viene privata della sua bambina ed esce fuori di senno. Umorismo e compassione si alternano nella narrazione che non risparmia al lettore nessun dettaglio: la fuoriscita della placenta, donne piene di parassiti nelle parti intime, bambini seminudi che fanno i bisogni per casa, unghie lasciate crescere dentro stivali mai tolti. Da questo libro e dai due volumi che l’hanno seguito la BBC ha tratto una serie televisiva. Mi piacerebbe vederla.

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