mercoledì 9 aprile 2014

Father and Son

il tema dello scambio in culla è molto frequentato dal cinema perché si presta bene a mettere in scena le problematiche sul legame tra genitori e figli. Il regista giapponese Kore-Eda Hirokazu  punta la sua attenzione su Ryota, un  padre insieme molto assente e molto esigente: fa l’architetto, è impegnatissimo nel suo lavoro, possiede un grande appartamento panoramico, ha delegato alla moglie la cura del figlio Keita, ed è scontento della mitezza di questo e della sua scarsa competitività. Un giorno arriva una telefonata dall’ospedale in cui è nato Keita: sono state fatte delle analisi del sangue, ci sono dati che non corrispondono. La famiglia del bambino che è stato scambiato con Keita è modesta e non si presenta benissimo: il padre, che ha un piccolo negozio, è un tipo confuso e ridanciano che sembra interessato all’aspetto economico del disastro combinato dall’ospedale, la mamma lavora in un fast food, i loro tre figli sono rozzi, allegri e scatenati.  Superato lo shock iniziale, per Ryota, chiuso nella sua corazza di ambizione e insoddisfazione, la scoperta che Keita non è il suo figlio biologico, è quasi un sollievo: magari l’altro bambino, tolto dal suo ambiente, gli darà le soddisfazioni che finora non ha ricevuto, si rivelerà simile a lui. Prova anche ad offrirsi di tenere entrambi i ragazzi; per lui, per le persone che lo circondano, i soldi sono tutto, possono tutto. Con un processo fin troppo scoperto agli occhi dello spettatore occidentale, Ryota scoprirà che la perfezione ovattata della sua casa non offre alcuna attrattiva agli occhi di un bambino abituato al calore paterno e materno, agli scherzi con i fratelli e alla libertà di un giardinetto sporco. Al di là del messaggio, a tratti scontato, il film si fa apprezzare per la bravura dei suoi interpreti  (i bambini, ma anche gli adulti sono molto intensi) e la eloquente bellezza delle inquadrature.

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