venerdì 4 aprile 2014

Il cardellino



immaginate uno dei vostri romanzi di formazione preferiti: avete seguito a lungo il giovane/la giovane protagonista nelle sue peripezie, avete palpitato per lui/lei, e non desiderate altro che venir congedati dallo scrittore con uno spiraglio di speranza per il futuro della sua creatura letteraria. Invece lo scrittore, in questo caso la scrittrice, Donna Tart, dopo aver scritto un magnifico romanzo di formazione in cui trovano spazio i principali incubi del mondo presente (il terrorismo, la disparità di censo, la disgregazione familiare), raddoppia le pagine e ci mostra il suo protagonista ormai adulto, con i fantasmi dell’infanzia che gli si aggirano intorno, mentre lui sprofonda in un delirio di alcol e droghe (cosa c’è di più noioso in letteratura delle descrizioni di un personaggio alla perenne ricerca di sballo?). Non è che la seconda metà del Cardellino, opera terza dell’autrice di Dio di illusioni, non contenga spunti pregevoli (è qui che si sviluppa il discorso sul rapporto intimo che ciascuno di noi può intrattenere con una determinata opera d’arte), ma la prima è decisamente più avventurosa ed emozionante. Ecco perché. Il giovane Theo vive con la madre a New York. Da poco si sono sbarazzati dal padre, un alcolizzato molesto con aspirazioni cinematografiche: se n’è andato, portando con sé tutto quello che poteva. Un giorno, rifugiatisi in un museo durante un acquazzone, madre e figlio vengono colpiti da una bomba che esplode all’improvviso: lei muore, lui sopravvive, ma è solo. Nella concitazione di quel giorno terribile ha trafugato un quadro prezioso, “Il cardellino” di Carel Fabritius, seguendo le istruzioni di un vecchio che ha assistito nei suoi ultimi attimi di vita e che gli ha consegnato un anello. Theo trova rifugio a casa del suo amico nerd delle elementari, Andy. Presso l’elegantissima e disfunzionale famiglia Barbour, Theo passa vari mesi, intontito dal dolore. Ha però conosciuto una persona speciale: un generoso e svagato restauratore di mobili di nome Hobie (il più dickensiano dei personaggi di questo libro che a Dickens spesso si richiama), a cui è arrivato seguendo le tracce dell’anello misterioso. Da Hobie c’è Pippa, la ragazza con cui Theo aveva scambiato sguardi intensi tra i quadri il giorno in cui il suo mondo era andato in pezzi. Ma le disavventure di Theo non sono finite: dai Barbour compare a sorpresa suo padre con un’improbabile fidanzata, Xandra, e i due sono decisi a portarlo con loro a Las Vegas. Qui il ragazzo, abbandonato a se stesso, fa amicizia con Boris, un coetaneo mezzo ucraino, che ha un padre persino peggiore di quello di Theo. Dagli algidi splendori dei quartieri alti di New York all’abbrutimento della periferia di Las Vegas: l’educato e mite quindicenne impara da Boris a bere vodka al mattino, a rubare nei supermercati, a fare a meno degli adulti. Il padre, dopo aver tentato di privare Theo del fondo destinato ai suoi studi, muore inseguito da spaventosi malfattori. Theo torna in pulman a New York con il cagnolino di Xandra e un pacchetto in cui crede sia ancora il preziosissimo quadro che ha rubato al museo. Otto anni dopo… Se invece delle 400 pagine in cui Theo è vicino al matrimonio con la sorella di Andy, si dispera per Pippa che non lo vuole, sfiora la morte ad Amsterdam con Boris a caccia del Cardellino perduto, Donna Tartt a questo punto avesse scritto un epilogo di 4 pagine? Perché mi ostino a immaginare il mio editing a un libro che ha venduto milioni di copie nel mondo (e a una scrittriche l’editing secondo me non lo tollererebbe neppure dal più affermato degli editor)? La traduzione italiana di Mirko Zilahi de' Gyurgyokai è uscita per Rizzoli.

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