giovedì 3 aprile 2014

il ritorno di Ryuji

anch'io, come Amélie Nothomb, ho un amico giapponese che risale ai miei vent'anni. Ryuji l'ho conosciuto a Rothemburg, ridente cittadina della Baviera, dove trent'anni fa ho trascorso un mese per integrare gli studi letterari con l'apprendimento della lingua tedesca. Eravamo a scuola insieme e avevamo la stessa passione per la bicicletta. Una domenica abbiamo fatto una lunga gita insieme e lui non poteva credere alla mia resistenza e tenacia nel pedalare. Gli sembravo poco femminile, lo facevo ridere e mi guardava tutto ammirato. Con lui parlavo un tedesco rudimentale, ma per capirci ci capivamo. Era uno strano ragazzo, il contrario dello stereotipo del giapponese: amava la pasta al pomodoro, la natura, viaggiare; non aveva la macchina fotografica, quando vedeva qualcosa di bello mimava il gesto di fotografare e rideva. Dopo quel mese in Germania ci siamo visti varie volte: spariva per anni, poi mi scriveva, e ci davamo appuntamento a casa mia o al centro di Roma. L'ho invitato al mio matrimonio e lui è comparso in Campidoglio, facendomi una sorpresa pazzesca. L'ultimo nostro incontro risale a più di dieci anni fa. Era venuto a Roma, proprio quando io stavo andando a Bologna per la Fiera del libro per ragazzi. Mi aveva seguito, cogliendo l'occasione per visitare la città. Avevamo camminato e chiacchierato (lui in tedesco, io non so in che papocchio di lingua). Poi più niente e non avendo suoi recapiti non potevo informarmi su lui. Oggi mi è arrivata una lettera di Ryuji. Mi annunciava che il 13 marzo sarebbe venuto a Roma con un'amica di nome Sakoto e mi chiedeva se ci potevamo vedere. L'ha scritta il 27 febbraio e spedita al mio vecchio indirizzo. Così io e lui abbiamo perso questa preziosa occasione di incontro. Chissà com'è diventato (sarà uguale a prima, io chissà quanto gli sarei apparsa invecchiata). Che bello che sia vivo e si ricordi di me.

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