domenica 27 aprile 2014

Nymphomaniac


Buio sullo schermo. Tosse e risatine in sala. Poi finalmente il film parte. Nevica piano in un vicolo buio. C’è il corpo di una donna insanguinata per terra. Un vecchio signore scende a comprare il latte, la vede, la scuote. Vorrebbe chiamare un’ambulanza, lei gli dice che desidera solo una tazza di tè. La cornice di Nymphomaniac è questa: la protagonista è a letto, in pigiama, e racconta all’uomo gentile che l’ha soccorsa la storia della sua vita. Un amore totalizzante per il padre, medico appassionato di alberi; un disprezzo altrettanto forte per la gelida madre; un’amica che le fa scoprire prestissimo la curiosità per il sesso. L’iniziazione con un ragazzo che a richiesta la infilza con brutalità; giochi mostruosi tra ragazze: vince il pacchetto di cioccolatini chi sul treno si scopa più uomini nelle toilette; la routine: sette-otto uomini al giorno, la fatica di comporre una scaletta di arrivi e partenze. Lars Von Trier è stato spesso accusato di misoginia, ma la sua visione del maschio è altrettanto devastante, se non più, di quella della femmina: non c’è chi non ceda all’offerta di sesso. La scena più bella del film (che ha il pregio di mescolare il registro drammatico al comico) è quella in cui una Uma Thuman furiosa e imbruttita entra con i tre bambini in casa della giovane donna che pensa voglia rubargli il compagno e fa una scenata folle, usando i figli per trafiggere il marito. Non sono un’appassionata di Von Trier, ma la sua riflessione su amore, sesso e uso di sé mi ha tenuta avvinta. Credo mi infliggerò anche il secondo capitolo.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Mi è piaciuto più di atri suoi film