venerdì 18 aprile 2014

Quando c'era Berlinguer

l’inizio è accattivante: dopo una serie di interviste (un po’ troppe e la prolissità mi è parso uno dei difetti  del  film) a giovani e meno giovani su chi era Berlinguer, si vede Mastroianni che parla della necessità della memoria e c’è uno svolazzare di copie dell’Unità su un’enorme piazza romana vuota, la stessa piazza che appare stracolma di gente il giorno dei funerali del segretario del Pci. Walter Veltroni concentra il suo Quando c’era Berlinguer su tre punti: la capacità di Belinguer di prendere le distanze dal comunismo russo; la sua scelta della fermezza nei confronti dei rapitori di Moro; la sua integrità morale e il suo disgusto per l’avidità di Craxi e dei suoi amici. Per affrontare questi temi presenta materiali d’archivio e interviste ai protagonisti della vita politica: da Scalfari a Forlani, da Tortorella a Signorile, dal caposcorta di Berlinguer all’operaio che lo vide accasciarsi dopo l’ultimo comizio, dal leader delle Brigate rosse, Franceschini, al presidente della repubblica Napolitano. Come voce fuori dal coro c’è Jovanotti e qualche altro parere eccentrico non avrebbe nuociuto. A chi quegli anni li ha vissuti il film riserva poche sorprese, per chi non c’era  le questioni dibattute restano nebulose. E Veltroni, che oltre a essere un estimatore di Berlinguer sin da ragazzo ne ha anche ricoperto il ruolo, come si sente rispetto a lui? Si esce dal cinema con questo dubbio e insieme il desiderio di saperne di più sull’uomo Berlinguer (perché della famiglia intervistare solo la figlia Bianca e restare sulle generali?) e soprattutto su quello che vedeva in lui tutta quella gente che piangeva disperatamente sulla sua bara. 

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