lunedì 21 aprile 2014

Yoshe Kalb


dopo aver amato La famiglia Karnovsky non potevo non precitarmi a leggere Yoshe Kalb di I. J. Singer, anch’esso riedito da Adelphi (traduzione di Bruno Fonzi, a cura di Elisabetta Zevi). Mentre La famiglia è ambientato nella Berlino prenazista e nazista, qui siamo in un momento non specificato del Novecento all’interno di una vasta comunità ebraica tra Polonia e Galizia, retta da leggi tutte sue. Rabbi Melech ha seppellito tre mogli e ha ancora voglia di sposarsi. Ha sentito parlare di un’affascinante orfana senza un soldo e non ha smesso di pensare a lei. Prima però deve trovare marito all’ultima delle sue figlie, Selene. Stringe accordi con il Rabbi di Rachmanivke, e il quattordicenne Nahum, figlio  di questo, è costretto a unirsi in matrimonio con Selene, che non ha mai visto. Singer racconta l’angoscia del ragazzo di fronte all’interminabile cerimonia di nozze, alla volgarità dei parenti acquisiti, all’acquiescenza della moglie. Per Nahum tutto cambia quando in casa entra Malka, la nuova sposa di Rabbi Melech. Malka è tutto quello che Selene non è: bella, intelligente, impetuosa. Tra lei e Naum è amore a prima vista, ma le circostanze sono tutte contro di loro. La seconda parte del libro (meno travolgente, ma altrettanto, se non più, ricca dal punto di vista descrittivo) vede 
un Nahum penitente, che si presta a fare il più umile dei lavori, deriso e maltrattato tanto da finire sposo della figlia scema dello scaccino di un villaggio.  La satira del mondo hassidico, delle sue consuetudini prevaricatrici della volontà del singolo individuo, non potrebbe essere più pungente. Singer descrive lussuria, avidità, lotta per il potere, violenza e in mezzo a tanta agitazione pone il suo ascetico personaggio, concentrato solo sull’inconfessabile tormento che prova. Gran bel libro anche questo.

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