sabato 31 maggio 2014

Elizabeth è scomparsa

Emma Healey è una londinese ventottenne e il romanzo tradotto in italiano da Manuela Faimaili con il titolo Elizabeth è scomparsa è il suo primo libro. È raccontato in prima persona da Maud, una ottantenne malata di Alzheimer, che ora sa chi è, dov'è e chi la circonda e ora se lo dimentica. E qui scatta il problema: se le condizioni della signora sono queste, come fa il suo racconto a dipanarsi in modo tanto dettagliato, lucido e coerente? Healey costruisce due piani narrativi: il presente della sua protagonista, dominato dalla preoccupazione per l'assenza della sua amica e vicina di casa, Elizabeth, e il passato, segnato dalla scomparsa della sorella Sukey. Alla fine le due sparizioni si illuminano a vicenda. Ma se la narratrice non è credibile come può essere credibile il romanzo?

In ordine di sparizione


di Niels (Stellan Skarsgård), l’eroe di questo racconto, sappiamo solo che ama la vita isolata (è il guardiano di un parco norvegese sepolto sotto la neve), sua moglie e suo figlio.  Nelle prime sequenze del film mentre Nils riceve il premio di cittadino dell’anno, il figlio, che lavora all’aeroporto, viene sequestrato e ucciso. Nils non crede neppure per un momento che il ragazzo sia morto per overdose e quando un amico di questo va da lui a parlargli dei trafficanti di droga che l’hanno ucciso, l’uomo si trasforma in uno spietato vendicatore. Scandito da cartelli neri con croci che aggiornano la contabilità dei morti ammazzati, In ordine di sparizione mette in scena da una parte un padre che non ha più nulla da perdere (la moglie, oppressa dal dolore, se n’è andata) dall’altra un cattivo giovane e vanesio, che uccide a vanvera e riesce a farsi disprezzare anche dai suoi. A complicare le cose si aggiungono gli spacciatori serbi capitanati da Bruno Ganz. Si erano spartiti il mercato con i norvegesi; una volta colpiti, non esitano a sparare anche loro nel mucchio. Il regista Hans Petter Moland fa sua la lezione di Tarantino: gran spruzzi di sangue e dialoghi dalla comicità sferzante (il malavitoso serbo che racconta all’amico le magnificenze delle carceri norvegesi in cui non si viene stuprati, si mangia cibo caldo e ti curano pure i denti). Ci aggiunge gli straordinari paesaggi innevati di quella parte sperduta di mondo e dota il suo protagonista di un enorme spazzaneve che è insieme giocattolo e mostro. Non manca uno sguardo innocente: è quello del bambino, figlio del cattivo, più a suo agio con l’uomo che l’ha rapito che con quello che lo ha generato. Un ritratto molto acuto della Norvegia, tra freddo polare, malavita e l'ironica rivendicazione del welfare.

giovedì 29 maggio 2014

Le meraviglie

che bel film è Le meraviglie di Alice Rohrwacher! Il tema di una figlia adolescente che cerca di emanciparsi dal padre padrone che adora è arricchito dal racconto del legame tra sorelle (le due maggiori Gelsomina e Marinella ora alleate ora rivali, le due più piccole folletti  immuni dalle dinamiche familiari), dalla presenza scatenante del giovane Martin che non parla ma fischia, dal miraggio costituito dall’arrivo in paese della fata televisiva incarnata da Monica Bellucci. Sullo sfondo una natura incantevole che impone a chi la lavora ritmi estenuanti:  è tutto un combattere con le api, con i secchi del miele, con il cattivo tempo. E’ un film molto fisico Le meraviglie: senti la consistenza della luce, la freschezza del lago, il dolore di una ferita, il caldo delle notti estive. Alice Rohrwacher è riuscita a far rivivere la giovinezza sua e di sua sorella Alba in un racconto coinvolgente, ricco di emozioni e di simboli (meraviglia delle meraviglie è il cammello che il padre compra alla figlia prosciugando i risparmi senza capire che era il suo sogno di bambina e ora non sa che farne). 

mercoledì 28 maggio 2014

La Lucia di Poli

da circa un mese, intorno alle cinque di pomeriggio su radiotre, c'è la lettura dei Promessi Sposi. Di settimana in settimana un grande attore di teatro interpreta a modo suo i capitoli che gli sono stati assegnati del romanzo di Manzoni. Mi è piaciuta molto la Monaca di Monza di Paola Pitagora e ora mi delizia la Lucia di Paolo Poli. Poli riesce a rendere umoristico il testo manzoniano senza cambiare una virgola dell'originale. La sua Lucia, testardamente querula, che importuna con le sue preghiere i bruti che l'hanno rapita, portandoli all'esasperazione, è strepitosa. Guidando l'ascolto a pezzi, ma conto di recuperare l'integrale dal sito.

Gomorra in tv

sono andate in onda ieri sera su Sky la settima e l’ottava puntata della serie Gomorra. La settima mi è parsa la migliore di quelle viste finora.  Al centro dell'episodio diretto da Francesca Comencini c’è il personaggio di Imma Savastano, la moglie del boss in carcere con il 41 bis. In una puntata precedente il marito aveva detto a Imma cosa doveva fare, di chi doveva fidarsi. Imma fa tutto il contrario: per toglierselo di torno spedisce in Spagna Ciro, il luogotenente del boss, e manda in Honduras Genny, suo figlio, che considera viziato e inaffidabile. La puntata comincia con un tizio che chiede una dilazione da uno strozzino;  non avendola ottenuta, si spara nella cucina di casa sua dopo aver dato la buonanotte alla figlia. Sigla. Ora che è sola, Imma per prima cosa si procura un simbolo di aggressività e potenza: raccoglie sotto un ponte un enorme cane nero ferito, lo accarezza, lo cura; lo porterà sempre al guinzaglio con sé. Poi riunisce gli uomini del marito, chiarisce che è lei a comandare, si fa portare nella piazza che ha scelto come luogo di spaccio. Alla figlia dell’uomo che si è suicidato garantisce protezione e in cambio piazza in casa sua un ragazzo che dall’alto controlla l’arrivo delle volanti. Parte lo spaccio e una lunga sequenza ritmata dalla musica mostra la preparazione delle tante bustine di droga che verranno distribuite di notte negli scantinati della piazza. Gli altri boss fanno la guerra a Imma, c’è una escalation di violenza che culmina con l’uccisione della ragazza protetta da lei. Imma chiede la pace agli altri camorristi contro il parere degli uomini che comanda e la ottiene; per guadagnare consensi compra una nuova statua della madonna che sostituisce quella abbattuta da un tossico e distribuisce lavoro tra gli abitanti del quartiere.  Ha ottenuto tutto quello che voleva e nel colloquio in carcere non ha aperto bocca con il marito devastato dall’isolamento. E’ notte, è a letto. Qualcuno entra in casa, si sente abbaiare e poi uno sparo. Imma si alza, vede a terra il suo cane e poi il figlio Genny con la pistola in mano e un’aria trucida, spaventosa. Il  breve regno di Imma è finito. Una puntatona: si sta con il fiato sospeso, si sentono tutta l’energia del personaggio, la forza della sua disperazione, il suo estremo cinismo. Azione e ancora azione, non una parola di troppo.  Le prime puntate non mi avevano entusiasmato, più vado avanti più mi appassiono a Gomorra. La polemica sull’idealizzazione dei camorristi? Un’assurdità: mai viste vite così squallide, rozze, vissute solo all'insegna della brutalità. 

lunedì 26 maggio 2014

ringrazia

il figlio mi racconta che sabato i suoi amici sono andati tutti a Fregene, ognuno con il suo motorino.  Con quell'aria da duro che ora assume quando parla con me, aggiunge, ringrazia che io ho detto di no. Ringrazia? Dovrei ringraziarlo per non aver compiuto un'impresa scellerata? E dovrei ringraziarlo per avermi messo questa pulce nell'orecchio? Come faccio a lasciarlo a casa il sabato e la domenica con l'incubo che parta di nascosto per missioni insensate e pericolose? Mi sa che con il suo ringrazia ha vinto un week end al mare con i genitori.

Maps to the stars

in Maps to the stars Julianne Moore è una cattiva che più cattiva di così non si può: nevrotica, piagnucolosa, invidiosa, gelosa, il peggio dello star system, una capace di cantare e ballare di fronte alla morte di un bambino che le consegna la parte in un film, una che mentre cerca di vincere la stitichezza sul gabinetto costringe la sua assistente a fare conversazione con lei. Film imperfetto, con una rivelazione finale macchinosa, l’ultima fatica di Cronenberg si fa apprezzare per lo humour nerissimo con cui descrive il microcosmo hollywoodiano. Attori tredicenni precocemente incanagliti, cinici guru dispensatori di massaggi e lezioni di vita, madri manager che temono solo di perdere la fonte del proprio guadagno, sesso e droga tanto per fare, ipocrisia a fiumi: a fronte di tutto questo la ragazzina piromane con lo sguardo assatanato è una cappuccetto rosso capitata nella famiglia sbagliata, nella città sbagliata, nel paese sbagliato. Bravi gli attori, peccato per la sceneggiatura che da un certo punto in poi crolla.

domenica 25 maggio 2014

come il padre

il vecchio generale, padre di mio marito, aveva una scrivania nell'angolo del salotto. Era il suo posto: quello da cui trafficava, esaminava carte, scriveva a macchina. Alzando gli occhi dal mio kindle, ora ho avuto una visione: al posto di mio marito, seduto alla scrivania del salotto di casa nostra, c'era lui, mio suocero. Identico il modo in cui teneva un braccio ripiegato sul fianco, identica la smorfia di concentrazione sul volto. È questo che siamo destinati a diventare? Una copia (chissà se bella o brutta) di chi ci ha generato?

Ovunque, proteggici


Villa Girosa, una grande casa in semiabbandono, è il luogo in cui si succedono varie generazioni di una famiglia sfortunata e infelice. Siamo in Ovunque proteggici, primo romanzo di Elisa Ruotolo, pubblicato da Nottetempo. Tanti i personaggi che si affacciano su queste pagine, forse troppi: a volte si vorrebbe fermarli, dir loro, non scomparire così, fammi capire meglio chi sei, perché sei qui, qual è il tuo dono, quale la tua maledizione. Prendete Blacmàn, il padre del protagonista: è un uomo solitario e crudele, repelle sin dall’aspetto; la sua vera storia, che si rivela solo alla fine, è una grande storia che si dipana tra il Sud Italia e l’America degli emigranti: è piena di svolte, ma all’interno del libro rischia di perdersi, di diventare un filo tra gli altri. All’autrice sta a cuore il tema della paternità che non è un fatto di sangue; affida il suo tema a una lingua talmente complessa, talmente lontana dall’ovvio che strema il lettore, rallentandone il passo, sviandolo dal suo obiettivo che è quello di arrivare fino in fondo, di capire cosa è successo. Un dieci per le metafore, ma la leggibilità! La leggibilità!

sabato 24 maggio 2014

in Kurdistan

invece dei figli, che ormai snobbano i week end familiari, sono venuti con noi al mare Paolo e Veronika. Lei a Budapest faceva la grafica, lui qui fa l'architetto e il lavoro diminuisce sempre di più. Tra due settimane si sposano e verso settembre-ottobre dovrebbero partire per il Kurdistan. Paolo c'è andato da poco, si è proposto all'università locale (da anni tiene a Roma un corso di restauro ad architettura: non pagato). Sono pronti a ricominciare in un posto diverso, ma anche disponibili a fare una breve esperienza. Veronika, che ha un gran talento per la cucina, ha aperto un blog per raccontare alle amiche le sue scoperte italiane. Si chiama carbonararomana.wordpress. Ci mette ricette, foto e piccoli racconti di sé. Mi piacerebbe molto seguirlo; però è scritto in ungherese. È molto sveglia Veronika: scommetto che quando arriverà alle ricette curde sarà già perfettamente bingue e carbonararomana avrà anche la versione italiana.

giovedì 22 maggio 2014

la lotta col prosciutto

il marito è stato due giorni a Istanbul e al suo ritorno ha trovato una grossa grana in ufficio. Stasera era sfatto, non riusciva a proferire parola. Non ha rinunciato però a ingaggiare una strenua lotta con l'enorme prosciutto che aveva ordinato via web. Dal pacco di cartone rettangolare che stazionava in cucina è emerso un coscio che non finiva più; dallo sportello più alto della cucina un orrendo tagliere di legno e ferro battuto fatto apposta per il prosciutto. Dopo mezz'ora che ci armeggiava intorno sono emerse delle fettine dall'aria troppo fresca e poco appetitosa. I dispiaceri non si annegano meglio nell'alcol?

mercoledì 21 maggio 2014

tre regali

stasera ero in vena di farmi regali. Il primo è stato un paio di scarpe da ginnastica: le mie, che uso quasi ogni giorno, non erano più ammortizzate e saltando sentivo il pavimento: queste nuove di un bianco e turchese inquietante mi fanno volare. Il secondo, molto più osé, è un costume da bagno. Sono entrata nel negozio cercando qualcosa di poco appariscente, ne sono uscita con un due pezzi giallo canarino (credo il primo capo giallo della mia vita). Il figlio, a cui l'ho fatto vedere, ha fortemente disapprovato. Terzo: sandali con la zeppa di sughero. Il caldo improvviso mi avrà dato alla testa?

lo slancio vitale

ieri la figlia era tutta presa dal ripasso di filosofia. La sua amata/temuta prof le aveva preannunciato un'interrogazione sull'intero programma e a spaventarla era soprattutto lo slancio vitale di Bergson che non aveva capito. Io filosofia al liceo non l'ho mai studiata; della nostra insegnante ricordo soprattutto i cappelli che faceva all'uncinetto durante le ore di lezione, non credo ci abbia mai interrogati e tanto meno spiegava. Avevo pensato di applicarmi insieme alla figlia al famigerato slancio vitale; sono tornata a casa alle otto, abbiamo cenato, lei mi ha detto che se l'era fatto raccontare da Susanna al telefono e non ci ho pensato più. L'interrogazione è andata bene, ha preso sette. L'unica pecca è stato lo slancio vitale, su cui era poco preparata. Quanto mi piacerebbe sapere cos'è.

martedì 20 maggio 2014

il mio lento apprendistato

da piangere non c’era proprio niente nel colloquio di oggi, anche se alcune mie pessimistiche previsioni si sono avverate. Non sono un’esperta in sceneggiatura, lo sapevo, e dopo questa prova ne ho avuta conferma. Ci voglio provare? Voglio passare i prossimi mesi a studiare l’argomento, ad affinare i miei strumenti critici nella speranza di convincere il tizio che sono all’altezza di lavorare con lui? Devo credere in me e devo credere nel fatto che lui mi stia davvero dando una possibilità e non stia giocando al gatto con il topo. La decisione è già presa: ci provo. Cosa ho da perdere? Da quando faccio questo lavoro nessuno si è mai proposto di insegnarmi alcunché. Ne verrà fuori qualcosa? Almeno avrò coltivato la voglia di rimettermi in gioco. Solo, niente isterismi, niente pianti, niente giudizi divini. Ci provo e basta.   

Solo gli amanti sopravvivono

non è più come una volta, non si possono buttare i cadaveri nel Tamigi e non pensarci più, dice il vampiro Adam (Tom Hiddleston, si è mai visto un vampiro palestrato?) alla vampira Eve (Tilda Swinton, quanto è brava e bella!). Siamo nella buia e decadente periferia ex industriale di Detroit, dove Adam viveva recluso in un palazzo abbandonato, dedicandosi alla sua musica e uscendo di casa solo per comprare a caro prezzo (com’è che i vampiri hanno sempre un sacco di soldi?) sacche di sangue purissimo da un medico corrotto. Oltre alla sua amante Eve, lo ha raggiunto a Detroit la sorellina svampita di questa, Ava (Mia Wasikowska, credibilissima come psicopatica) e ha subito combinato un guaio, succhiando il sangue e uccidendo il povero capellone che procacciava ad Adam raffinati strumenti musicali (naturalmente strumenti antichi: ah, i bei tempi andati!). Dopo aver sbattuto in mezzo alla strada Ava, e sciolto il cadavere del malcapitato nell’acido di una vasca abbandonata, i due coltissimi vampiri innamorati prendono un aereo per Tangeri per rifugiarsi a casa di lei, e seminare i fan di lui che stavano per scoprire il suo nascondiglio.  Lento, estenuato come i suoi protagonisti quando sono a corto di sangue, estetizzante a mille (avevo usato questo aggettivo per il film di Sebastiano Riso, questo lo è molto molto di più), Solo gli amanti sopravvivono di Jim Jarmush parla di una cultura elitaria che resta immutata nei secoli e che gli uomini zombie, occupati a distruggere il pianeta in cui vivono, non possono capire né apprezzare. Quando sono tornata a casa dal cinema, non ce l’ho fatta a vedere Grillo da Vespa: di vampiri ne avevo fin sopra i capelli.

lunedì 19 maggio 2014

con Simonetta Agnello Hornby

l'incontro non era cominciato sotto i migliori auspici. Carlo era in ritardo perché non gli partiva il motorino, la scrittrice appariva provata dalla presentazione che aveva fatto in un'altra libreria. In più mentre stavamo registrando l'intervista, sul più bello di una descrizione dell'uomo Samuel Johnson, Carlo ci ha interrotte perché un tipo era entrato nell'inquadratura; riprendere il filo non è stato semplice e il clima si è ulteriormente raffreddato. Immaginate quanto ci sono rimasta male quando, a fine intervista, Simonetta Agnello Hornby mi ha chiesto serafica, il libro l'ha letto? Di fronte alla mia desolazione, ha aggiunto, è appena uscito... Poi non so come, ci siamo ritrovate a parlare di Londra e di Roma, della meraviglia dei Book Club inglesi, del gruppo di camminatori a cui lei appartiene, della necessità di reinventarsi e di fare cose diverse ogni tot di anni. Mi ha dato il suo indirizzo e-mail per quando andrò a Londra, ha scherzato con Carlo che non parla inglese e che preferisce l'Argentina all'Inghilterra. Quella che ci ha salutato era una Simonetta molto più sorridente di quella che ci ha accolto.

non devo piangere

avevo ventisei, ventisette anni, lavoravo alla radio e ogni tanto scrivevo per la rivista Leggere. Non sono mai stata una teorica, fare la recensione di un saggio o di un testo accademico non è per me. Ma ero desiderosa di vedere il mio nome pubblicato, non dicevo di no a nulla. Avevo scritto un breve articolo su una raccolta di studi sulla lingua italiana. Il direttore della rivista, mio buon amico, al bar della radio mi disse che non andava bene. Ancora mi ricordo il suo imbarazzo di fronte alle mie lacrime: gli sembravano una reazione spropositata, dopo tutto ero un'adulta. Domani incontro il tizio a cui ho consegnato le schede di prova. Mi ha dato appuntamento davanti al cavallo, non dentro la rai. Questa scelta logistica ha subito scatenato in me un triste presentimento: mi porterà in un bar lì vicino e con tatto mi dirà che non ci siamo. In cerca di smentite, l'ho raccontato alla figlia. Lei ha annuito, è chiaro, ti scarica, se no avrebbe detto, brava, va bene, ne parliamo, il cavallo non c'entra. Dall'America, mia sorella, con il suo inguaribile ottimismo, mi ha scritto, andrà bene: non si dice, siamo a cavallo? Una sola cosa è chiara: comunque vada non devo piangergli in faccia (al massimo dopo che l'ho salutato).

Il nero e l'argento

un’intensa riflessione sulla vita di coppia, il ritratto indimenticabile della persona che ai due giovani in difficoltà ha offerto un indispensabile puntello su cui sostenersi, un commosso elogio funebre: questo Il nero e l’argento, il terzo libro di Paolo Giordano, pubblicato da Einaudi. Sin dall’inizio balza agli occhi l’analogia del romanzo con La porta della mia amata Maga Szabo - lì due intellettuali di mezza età alle prese con gli acciacchi fisici, la complicata gestione del successo editoriale e un cane desideroso di affetto; qui un marito e una moglie alle prime armi, tra problemi di lavoro e un bambino da crescere - in entrambe le storie una donna bizzosa che s’impone alla famiglia, portando ordine dove c’era il caos, e lasciando un vuoto incolmabile alla sua scomparsa. La signora A. cucina benissimo (tanto da meritarsi il soprannome di Babette), ma soprattutto sa cosa vuol dire accudire, e il protagonista e sua moglie Nora si affidano a lei, senza contrastarla, se non di nascosto (come quando mangiano furtivi il pesce fritto take away e fanno sparire le tracce). Sarà pure convenzionale, maschilista, retrograda: la signora A. non va giudicata per le sue idee, ma per i fatti, per la sua presenza che emana positività. Quando all’improvviso si ammala, scompare: come la Emerec della Szabo, non vuole essere compatita, risultare di peso.  La sua assenza fa scoppiare le contraddizioni latenti tra i due, che entrano in crisi. Ci sarà poi modo di occuparsi della signora A., di manifestarle la propria vicinanza (lui l’accompagna a scegliere una parrucca, lei la porta a farsi un’inutile agopuntura). E alla fine la coppia saprà riprendere il volo, anche il rimpianto per una persona amata può unire. Non c’è una parola di troppo nel libro, la commozione è trattenuta, il racconto di sé e delle proprie debolezze di marito e di padre è sincero ai limiti della spietatezza. Bello e si legge in un soffio.

domenica 18 maggio 2014

il punto di vista dell'emigrante

due volte l'anno il cognato che ha scelto di vivere nelle Filippine torna a Roma e s'intrattiene per un mese a casa di sua madre. Oggi cognato e suocera erano a pranzo da noi, insieme a mio padre. A tavola il discorso è caduto sulla politica. Gli ho chiesto se domenica prossima pensava di votare. Non l'avessi mai fatto: ha alzato la voce e ha detto, so chi voterei io, voterei Mussolini. Che Alessandra Mussolini fosse diventata per lui un punto di riferimento mi stupiva alquanto, ma ha subito chiarito l'equivoco: Mussolini, lui, Benito, è di questo che l'Italia ha bisogno. E' poi partito con una lunga filippica contro la corruzione italiana, le maxi pensioni, gli stipendi degli impiegati della Camera. Era un fiume in piena, invocava la dittatura, e noi non potevamo far nulla per arginarlo. Con garbo, mio padre, che a lui sta simpatico, ha detto, si vede il punto di vista dell'emigrante, di chi vede l'Italia da fuori. Finito di mangiare, mia suocera è sgaiattolata via verso casa. Il figlio sta fuori tre giorni con un amico dei tempi del liceo e lei riprende fiato, ne ha tanto bisogno.

sabato 17 maggio 2014

Fino in fondo


si può scrivere un romanzo a tesi che sia molto convincente e insieme molto avvincente? La prova che si può è Fino in fondo, romanzo della scrittrice inglese Louise Dougthy: nell’edizione Bollati Boringhieri, tradotta da Manuela Faimali, è di 392 pagine, ho cominciato a leggerlo alle due di pomeriggio e fino alle sei, quando l’ho finito, non mi sono mai alzata dalla poltrona. La tesi è presto detta: anche oggi, anche in un paese evoluto come l’Inghilterra, una donna violentata deve sperare di aver condotto fino ad allora una vita pressoché monacale, se no il secondo massacro lo subirà davanti al giudice. Lungi dall’illustrare piattamente una teoria femminista, Doughthy mette in campo un’eroina sfaccettata, Yvonne, in cui è facile identificarsi e costruisce un ottimo thriller, ricco di colpi di scena. Quando entra in scena, Yvonne sta subendo un processo. La sua memoria va a quando tutto è cominciato, al primo incontro con un uomo, con cui ha fatto sesso nella cappella di Westminster poco dopo averlo visto. Yvonne è una genetista cinquantaduenne, sposata con due figli grandi. Ama il marito, anche se tra loro la passione fisica si è spenta e qualche anno prima lui l’ha fatta soffrire tradendola con una dottoranda. L’idea di vedere di tanto in tanto Max, quell’uomo attraente che da lei vuole solo scopate occasionali, la rende felice. Lui s’ammanta di mistero, fa capire che è una specie di agente segreto, impegnatissimo nel suo lavoro. Una sera Yvonne viene invitata a una festa d’istituto e prima di andarci chiama Max, desiderosa di farsi vedere elegante. Lui le fa togliere le mutande nel bar in cui s’incontrano, poi la spinge in un vicolo buio. Quella sera, alla festa, Yvonne beve più del dovuto. A fine serata George, un professore con cui ha lavorato mesi prima, si offre di accompagnarla a casa; prima però le chiede di seguirlo, deve prendere la valigetta che ha lasciato nella sua stanza. Giunti qui, le salta addosso, la picchia, la violenta con rabbia, eccitato dalla scena nel vicolo che ha intravisto. Per Yvonne nei giorni seguenti si apre un baratro di angoscia: non può denunciare l’accaduto perché la sua relazione verrebbe allo scoperto, e non può parlarne neppure con il marito. Dopo un po’ George torna a perseguitarla, lei lo dice a Max, lui si procura l’indirizzo del molestatore e le chiede di accompagnarlo da questo. Altro non dico, per non rovinare a eventuali lettori il piacere di scoprire come va a finire. Il processo è una delle parti più belle del libro, Dougthy è bravissima nel costruire le arringhe delle due avvocatesse e l’atmosfera che si respira nella corte. Gli uomini non fanno una gran figura in questo libro (nella vita reale invece...).

Più buio di mezzanotte


per trovare Davide, il protagonista del suo film, Sebastiano Riso ci ha messo due anni e novecento provini. Davide Capone con i suoi capelli rossi, lo sguardo innocente e determinato è il film. A Catania, in fuga da un padre che lo manda dal medico, gli fa di persona iniezioni di ormoni e gli distrugge la stanza tappezzata di foto, e da una madre troppo debole per poterlo proteggere, Davide conosce i ragazzi di strada e si annida presso di loro. C’è una liberatoria passeggiata tra i vicoli che è uno dei pochi momenti gioiosi di Più buio di mezzanotte, poi ci sono la paura dei violenti, il dolore della perdita (Rettore, l’amico di Davide muore e i suoi parenti non vogliono gli amici al funerale), la fatica di sottrarsi allo sfruttamento (Pippo Del Bono interpreta l’orco che vorrebbe divorare il quattordicenne, assoldandolo). Un film pudico, che accenna all’orrore senza esibirlo. A tratti estetizzante (quanto sono belli Davide e il suo gruppo, quanto sono eleganti nei loro costumi), ma animato da sincera passione.