lunedì 19 maggio 2014

Il nero e l'argento

un’intensa riflessione sulla vita di coppia, il ritratto indimenticabile della persona che ai due giovani in difficoltà ha offerto un indispensabile puntello su cui sostenersi, un commosso elogio funebre: questo Il nero e l’argento, il terzo libro di Paolo Giordano, pubblicato da Einaudi. Sin dall’inizio balza agli occhi l’analogia del romanzo con La porta della mia amata Maga Szabo - lì due intellettuali di mezza età alle prese con gli acciacchi fisici, la complicata gestione del successo editoriale e un cane desideroso di affetto; qui un marito e una moglie alle prime armi, tra problemi di lavoro e un bambino da crescere - in entrambe le storie una donna bizzosa che s’impone alla famiglia, portando ordine dove c’era il caos, e lasciando un vuoto incolmabile alla sua scomparsa. La signora A. cucina benissimo (tanto da meritarsi il soprannome di Babette), ma soprattutto sa cosa vuol dire accudire, e il protagonista e sua moglie Nora si affidano a lei, senza contrastarla, se non di nascosto (come quando mangiano furtivi il pesce fritto take away e fanno sparire le tracce). Sarà pure convenzionale, maschilista, retrograda: la signora A. non va giudicata per le sue idee, ma per i fatti, per la sua presenza che emana positività. Quando all’improvviso si ammala, scompare: come la Emerec della Szabo, non vuole essere compatita, risultare di peso.  La sua assenza fa scoppiare le contraddizioni latenti tra i due, che entrano in crisi. Ci sarà poi modo di occuparsi della signora A., di manifestarle la propria vicinanza (lui l’accompagna a scegliere una parrucca, lei la porta a farsi un’inutile agopuntura). E alla fine la coppia saprà riprendere il volo, anche il rimpianto per una persona amata può unire. Non c’è una parola di troppo nel libro, la commozione è trattenuta, il racconto di sé e delle proprie debolezze di marito e di padre è sincero ai limiti della spietatezza. Bello e si legge in un soffio.

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