domenica 11 maggio 2014

Locke


per apprezzare un film come Locke, di là dal virtuosismo del regista e sceneggiatore Steven Knight che ambienta tutta l’azione nell’abitacolo di una macchina, con un solo attore che parla al telefono mentre guida, bisognerebbe aderire alle scelte del protagonista, palpitare per lui. Invece, man mano che si chiariscono i motivi per cui Ivan Locke non sarà presente la mattina seguente al cantiere per il più importante impegno di lavoro della sua vita, si comincia a dubitare della sua lucidità. Locke si fa licenziare in tronco dal suo capo, ma continua eroicamente a dare istruzioni a un sottoposto perché tutto si svolga nel miglior modo possibile. Lui è uno affidabile, uno che ha il senso del dovere. Infatti non si è dato malato, non ha raccontato una scusa nemmeno alla moglie per non essere con lei e i ragazzi a vedere la partita di pallone. Per lui è importante dire la verità: sta andando ad assistere al parto di una donna con cui è andato a letto mesi prima, una volta soltanto, perché gli era parsa triste e sola e voleva tirarla su. Quando la donna l’ha chiamato per dirgli che era incinta e voleva tenere il bambino, Locke ha deciso che avrebbe affrontato la situazione. Non immaginava che la rottura delle acque della tizia avrebbe coinciso con un momento fondamentale del suo lavoro, ma tant’è, gli obblighi morali prima di tutto. La moglie di Locke non è molto contenta di apprendere al telefono la notizia della nuova paternità di suo marito e dopo vari singhiozzi e un consulto con sorella e sorellastra gli comunica che non lo vuole più vedere. Strano: lui chiedeva solo di parlarne l’indomani insieme con calma davanti a un bicchiere di birra. Ma è impazzito questo Locke, si chiedono i suoi interlocutori telefonici (e si chiede lo spettatore un po’ stizzito)? Gli interlocutori non lo sanno, lo spettatore purtroppo sì: il problema di Locke è che suo padre non l’ha riconosciuto alla nascita e si è presentato quando lui aveva superato i vent’anni. In macchina con Locke c’è una presenza impalpabile a cui lui si rivolge con rabbia e dolore, il padre, a cui lui vuole dimostrare la propria superiorità morale. Non importa se Locke è rimasto disoccupato, se ha spezzato il cuore a sua moglie (non molto simpatica per la verità) e ai suoi due teneri figli che invocavano la sua presenza davanti al televisore, non importa se d’ora in avanti dovrà rapportarsi con una squilibrata che sostiene di amarlo e che ha avuto un figlio da lui: Locke sa di essere migliore di suo padre. E dicono che è un bel film.

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