lunedì 19 maggio 2014

non devo piangere

avevo ventisei, ventisette anni, lavoravo alla radio e ogni tanto scrivevo per la rivista Leggere. Non sono mai stata una teorica, fare la recensione di un saggio o di un testo accademico non è per me. Ma ero desiderosa di vedere il mio nome pubblicato, non dicevo di no a nulla. Avevo scritto un breve articolo su una raccolta di studi sulla lingua italiana. Il direttore della rivista, mio buon amico, al bar della radio mi disse che non andava bene. Ancora mi ricordo il suo imbarazzo di fronte alle mie lacrime: gli sembravano una reazione spropositata, dopo tutto ero un'adulta. Domani incontro il tizio a cui ho consegnato le schede di prova. Mi ha dato appuntamento davanti al cavallo, non dentro la rai. Questa scelta logistica ha subito scatenato in me un triste presentimento: mi porterà in un bar lì vicino e con tatto mi dirà che non ci siamo. In cerca di smentite, l'ho raccontato alla figlia. Lei ha annuito, è chiaro, ti scarica, se no avrebbe detto, brava, va bene, ne parliamo, il cavallo non c'entra. Dall'America, mia sorella, con il suo inguaribile ottimismo, mi ha scritto, andrà bene: non si dice, siamo a cavallo? Una sola cosa è chiara: comunque vada non devo piangergli in faccia (al massimo dopo che l'ho salutato).

1 commento:

Anonimo ha detto...

Sempre ottimista