lunedì 30 giugno 2014

Roderick Duddle

un lungo sogno letterario: Michele Mari esce dai suoi panni di uomo di oggi ed entra in quelli di un bambino dell’Ottocento, il classico orfano alla mercé di personaggi spietati. Roderick, il suo eroe undicenne, è cresciuto all’Oca Rossa, figlio di Jenny la Magra, prostituta. Jenny è morta senza sapere di essere figlia illegittima di Lady Pemberton. Costei, malatissima, priva di eredi, chiede alla badessa del convento di rintracciare la bambina che le aveva affidato anni prima. A ereditare la ricca proprietà dovrebbe essere Roderick, che ha al collo il medaglione della madre, ma tra il ragazzo e la sua fortuna si frappongono ostacoli a non finire (la badessa è un mostro di avidità; Jones, il proprietario dell’Oca Rossa, non le è da meno; spuntano falsi eredi, tra cui un coetaneo muto e innocente; vengono assoldati assassini in competizione tra loro; giudici e avvocati corrotti ci mettono il loro carico). Fin qui il romanzo di Mari s’iscrive a pieno titolo nella riscrittura divertita e divertente del racconto dickensiano  (con innesti stevensoniani, vedi il lungo racconto dell’avventura marinara di Roderick che comprende anche un tentativo di ammutinamento). Ma l’autore non si priva del gusto d’innovare il genere e giù sul pedale della perversione: mai in Dickens avremmo incontrato una suora ermafrodito che esercita la sua seduzione su ogni uomo che incontra (e su tutte le consorelle degne di attenzione). Una spruzzata di sesso, parecchia violenza, un finale non privo di ambiguità: Mari appesantisce il lettore, aggiungendo spezie varie agli ingredienti di base. Quello che sembrava un sogno letterario è più correttamente un incubo e alla fine si è contenti di uscirne. Al tacchino farcito io preferisco l’insalata verde. Editore Einaudi, pagine 496. 

Jersey Boys

un film di Clint Eastwood è sempre una sicurezza: può essere più o meno riuscito ma è girato benissimo e non mancano le emozioni.  Jersey Boys racconta l’ascesa del gruppo musicale dei Four Seasons e del loro cantante Frankie Valli. Un inizio un po’ di maniera: siamo nei primi anni Cinquanta, nel New Jersey italoamericano, Frankie, che si chiama Francesco Stephen Castelluccio, fa il garzone dal barbiere, ama cantare, non sa dire di no a chi lo coinvolge in furti e rapine. Lo incoraggia e lo protegge il padrino Gyp (Christopher Walken); lo sfrutta in vario modo il suo disinvolto amico Tommy De Vito. Con Tommy Frankie finirà per costituire un gruppo che arriverà al successo, ma il prezzo da pagare per lui sarà altissimo: verrà tradito e assisterà impotente al tracollo della propria famiglia. Nel secondo tempo il film decolla, i personaggi acquistano spessore e drammaticità, il ritmo si fa più incalzante. Da vedere in lingua originale.

domenica 29 giugno 2014

la mosca

ora basta, sono mesi che come una mosca imprigionata in un bicchiere sbatto contro le pareti di vetro. Con gli autolesionisti tentativi di fuga ho chiuso, è arrivato il momento di elaborare strategie di sopravvivenza.

sabato 28 giugno 2014

l'esame della figlia

comincia alle dodici in un corridoio aerato. Mi siedo in prima fila. Con me ci sono un gruppetto di amiche sue (Giorgia arriva trafelata in ritardo con tre girasoli) e l'amico Malpa. Prima di lei interrogano Andra, la più brava della classe, romena: magrolina con l'aria tosta di chi cerca riscatto attraverso lo studio. Per lei non è venuto nessuno, vuole dei testimoni e soprattutto vuole il massimo dei voti. Durante l'attesa mia figlia scherza sul sudore che le scende a rivoli da un'ascella, sulla faccia impettita della presidente, sul tono con cui dirà la tesina, sulle risposte che darà (farle vedere le scene di Ecce bombo prima di uscire è servito). Di fronte alla commissione è concentrata, efficace, non si impappina, non corre, riesce di tanto in tanto a fare un sorriso. La presidente loda la ricchezza di spunti che ha offerto sull'introspezione e la sua capacità di sintesi; le fa scegliere su quale materia vuol proseguire. Lei dice matematica, sorprendendoli alquanto e rispondendo bene si guadagna la domanda a piacere sulla materia seguente, la fisica su cui sa di essere meno preparata. I due uomini della commissione, il filosofo e l'italianista, non fanno solo domande, si esibiscono di fronte al pubblico femminile. Il primo cita Woody Allen e i sofà a proposito di Freud (la presidente lo riporta amabilmente al programma d'esame), il secondo spazia da Corazzini a Pirandello al linguaggio pascoliano. Vuol sapere chi è stato il grande sponsor di Svevo (apprendo da lui che è stato Montale: quante cose sappiamo e poi scordiamo). Tre domande di letteratura latina, due di storia, poi tocca a inglese: di nuovo Virginia Woolf e poi Mark Twain. E' passata quasi un'ora. Al volo in francese il Sartre della Nausea e in spagnolo il surrealismo in arte e letteratura. Le fanno vedere le prove che ha svolto, le chiedono cosa intende studiare e dove. Le amiche la festeggiano, mi caccia, mi ha visto abbastanza.

venerdì 27 giugno 2014

il ripassone

domani la figlia fa l'esame di maturità. Mi mancheranno questi pomeriggi concitati, in cui mi chiama per sapere a che ora torno e mi aspetta sulla porta di casa con i suoi elenchi di argomenti: chiedimi latino, chiedimi filosofia, chiedimi italiano. Oggi abbiamo fatto un ripassone: siamo saltate dalla Repubblica di Weimar a Oscar Wilde, dal coro dell'Adelchi a Garcia Lorca (solo fisica mi sono rifiutata di ascoltare). Ha studiato parecchio, ha buona memoria e sa collegare gli argomenti. Quello che lascia un po' a desiderare è l'esposizione: si esprime in modo abbastanza stereotipato e l'accento romano non l'aiuta, fa pensare a una venditrice che sciorina la merce. E' bello che abbia affrontato queste prove senza ansia ed è ancora più bello che ricorra a me fiduciosa e serena (quante volte in passato mi sono lamentata delle nostre discussioni intorno a un compito scolastico).

l'immagine riflessa

quando ti senti inutile sul lavoro vestirti la mattina è un compito improbo: tutto ti sta male addosso, la maglietta senza maniche mostra le bracciozze, il vestito le gambe poco slanciate, i pantaloni blu sono troppo larghi, quelli azzurri troppo stretti, per non parlare di orecchini e collane, butteresti tutto dalla finestra. Non sopporti i capelli arruffati, ma se vai dal parrucchiere finisce che te li fa ancora più corti. Pallida sei terribile, rossa di sole ancora peggio, di truccarti non hai nessuna voglia. Come sei invecchiata, sei tutta una grinza.Ti senti una vera schifezza, eviti lo specchio del bagno, guai a vederti riflessa sulla parete di fondo del bar. O mi trovo un'occupazione che mi distolga dalla contemplazione di me o passo al burqa. 

giovedì 26 giugno 2014

Fisica della malinconia

il racconto di un’infanzia e giovinezza nella Bulgaria comunista avvolta in una rete di segreti e bugie è una delle componenti (forse la più suggestiva) di Fisica della malinconia, il romanzo di Georgi Gospodinov, pubblicato da Voland a cura di Giuseppe Dell’Agata. Ci sono nel libro le storie del nonno che torna dalla guerra con sette parole ungheresi (il nipote scoprirà che a insegnargliele è stata la donna che lo ha curato, protetto, amato e poi se l’è visto sfuggire); della nonna che prepara un fagotto con i vestiti per la sua sepoltura e una volta al mese li indossa per vedere come le stanno; del padre veterinario vegetariano, arrestato dalla Polizia per questa sua sospetta avversione alla carne; del seminterrato la cui finestra offre lo spettacolo vario di piedi e di scarpe; del cimitero dove il protagonista bambino impara a leggere e a fantasticare sulle lapidi incise; della scuola in cui ci esercita a indossare maschere antigas; del cinema che costa troppo caro per cui i film vanno immaginati a partire dai manifesti… Gospodinov punta a una narrativa inclusiva: “le cose insignificanti e minute – è là che si nasconde la vita”; di qui l’andamento divagatorio della sua prosa. Afflitto da “empatia patologica”, lo scrittore è insieme il nonno che mangia lumache vive per curare l’ulcera e la lumaca ingerita, è il minotauro che ha imparato ad amare nel libro di miti greci, è l’”io siamo” del prologo e l’”io fummo” dell’epilogo. Il tutto avvolto da una cortina di tristezza, come preannunciato dal titolo, perché “la gioia bulgara si tramuta facilmente in rammarico”.     

mercoledì 25 giugno 2014

al mare con gli amici

questo week end restiamo in città: sabato vado (con il consenso dell'interessata) ad assistere all'esame di maturità della figlia. Il figlio, che con noi al mare viene sempre malvolentieri, ci ha chiesto di andarci da solo con due amici. Un anno fa non avrei avuto niente in contrario; c'è anche il nonno che, almeno sotto l'ombrellone, può dargli un occhio. Un anno fa era un ragazzino serio e affidabile, e ora? E' così sgarbato, così sbruffone, così aggressivo. Lo è solo con noi, per darsi delle arie? Si esprime a monosillabi, qualsiasi domanda lo infastidisce. Dobbiamo continuare a dargli fiducia? Rognosi, rognosissimi sedici anni.

martedì 24 giugno 2014

pesce fuor d'acqua

è da ieri che questa definizione che ha dato di me una persona con cui ho lavorato qui  in rai mi rimbalza in testa. Che brutta immagine. Li ho visti i pesci fuori dall'acqua, annaspano frenetici, fanno una gran pena. Ma quanto le devo essere stata antipatica per definirmi così?  

I luminari

Eleanor Catton ha il dono del racconto: le 970 pagine dei Luminari ci restituiscono un vivo ritratto della Nuova Zelanda della seconda metà dell’Ottocento, una terra dalle vaste possibilità dove tutti arrivano in fuga da qualcosa e da qualcuno. Brava a tratteggiare paesaggi e personaggi, Catton lo è anche (forse troppo, a tratti tanta abilità disorienta il lettore) a costruire una trama complessa e articolata. Ci fa entrare nella sua storia attraverso gli occhi di Mr Moody, un giovane avvocato che ha lasciato la Scozia, disgustato dalla famiglia e desideroso di ripartire da zero. Nella sala fumatori del Crown Hotel in cui alloggia, Moody incontra dodici uomini, riunitisi a discutere gli eventi che hanno scosso la cittadina di Hokitika: un eremita trovato morto con un tesoro nel capanna, una vedova apparsa a reclamare l’eredità, la prostituta più popolare del posto svenuta in mezzo alla strada, un giovane e ricchissimo cercatore d’oro sparito nel nulla, un capitano sfregiato dalle identità multiple.  Come Moody, all’inizio non ci capiamo niente e quella massa indistinta di uomini dalle nazionalità diverse e dall’apparenza truce ci sgomenta alquanto. I primi capitoli sono molto lunghi e complessi; gli ultimi fulminei; i primi trattano il presente; gli ultimi gettano luce sul passato. Scopriremo solo alla fine chi è Anna, l’affascinante prostituta dedita all’oppio, e chi è Lydia, la crudele chiromante e come queste due donne si districano tra gli omaccioni che le circondano. Eleanor Catton è nata nel 1985 in Canada e a sei anni si è trasferita con i suoi in Nuova Zelanda;  fantasticare sul luogo in cui è cresciuta le è valso questo romanzo con cui ha vinto il Man Booker Prize (in Italia lo ha pubblicato Fandango nella traduzione di Chiara Brovelli). Che cosa meravigliosa il talento. 

lunedì 23 giugno 2014

carpe diem

terza prova di maturità: due domande di filosofia, due di matematica, due di francese, due di spagnolo e due di latino. E' sull'ultima di queste che è inciampata la figlia. Doveva parlare del Satyricon di Petronio, me l'aveva illustrato nel corso del ripasso orale che abbiamo fatto ieri. Ha esagerato: ha voluto citare il Carpe diem e l'ha attribuito a Catullo. Una volta consegnato il compito, si è accorta dell'errore. Quanto è grave, voleva sapere da me. Non scorderà mai che carpe diem è un'espressione di Orazio, come io non scorderò mai che il presidente della repubblica è in carica per sette anni (al mio esame di maturità avevo risposto cinque).  

domenica 22 giugno 2014

sei mesi in America

la mamma di Tommaso (l'amico del figlio che è venuto al mare con noi) ha deciso: l'anno prossimo lo manda sei mesi in America (la decisione va presa in autunno ed è l'organizzazione che sceglie lo stato e la famiglia in cui si finisce). Devo spingere mio figlio a fare altrettanto? I vantaggi sono evidenti: impara l'inglese una volta per tutte; si sprovincializza, scoprendo che il mondo non comincia e finisce a Roma Centro, tra piazza Cavour e piazza Fiume; scende dal malefico motorino. Ma gli svantaggi: può capitare in posti assurdi, in famiglie tristissime, in classi ostili; sono anni cruciali, ha il suo bell'equilibrio perché rischiare di perderlo? E io (motivazione prettamente egoistica), perché devo allontanarlo quando mi piace vederlo, scambiare due parole con lui? Lui è possibilista, per ora è felice delle due settimane a New York con Tommaso e Rocco: il solito corso d'inglese che diventa una bella gita turistica. Si vedrà. Beata la mamma di Tommaso con le sue certezze.

sabato 21 giugno 2014

i libri lunghi

prima osservazione: 970 pagine pesano. Quando ho maturato il desiderio di leggere I luminari di Eleanor Catton su kindle non l'ho trovato e mi sono accontentata della versione cartacea. Al mare non sai come tenerlo in mano un volumone così, finisce che te lo appoggi addosso e lo bagni con il costume gocciolante (povero libro).

seconda osservazione: la prima parte non finiva mai. La trama si aggrovigliava, faticavo a star dietro ai personaggi e mi dicevo, avrei dovuto rimandarlo all'estate, i libri lunghi hanno bisogno di giorni interi di lettura, non di essere presi e lasciati. Arrivata alla seconda parte, procedo come un treno e mi dispiace aver meno pagine davanti che dietro. Ai libri lunghi ci si affeziona come non mai. Con i libri lunghi, noi lettori voraci, siamo costretti a convivere almeno una settimana, come di rado ci capita con i libri corti o normali e alla fine quel tomo ingombrante diventa parte di noi.

quarta osservazione: insieme al librone mi è venuta una gran voglia di vacanza. E se finito l'esame della figlia, partito il figlio mi prendessi qualche giorno per me e per le mie letture?

venerdì 20 giugno 2014

Rompicapo a New York


vuoi raccontare in chiave di commedia la generazione dei quarantenni, precaria nel lavoro e negli affetti, sicura solo della centralità dei figli? Fallo, ma non lasciare che il tuo ego sbrodoli, che i dialoghi si trascinino, che per una scena carina ce ne siano quattro che non finiscono mai… Vuoi filosofeggiare sull’amore alla francese o creare situazioni scoppiettanti all’americana? Deciditi: gli ibridi non funzionano. Nella terza puntata del racconto ispirato alla sua stessa vita (il primo, L’appartamento spagnolo, l’abbiamo visto tutti) Cédric Klapisch ondeggia indeciso tra vari stili senza trovare una voce convincente (e il doppiaggio con accenti caricaturali peggiora il risultato).  Il suo Xavier si trasferisce da Parigi a New York; la sua compagna l’ha lasciato per un tipo alto bello ricco e gentile e lui è disposto a fare consegne a domicilio in bicicletta e a dormire nel quartiere cinese pur di passare tempo con i propri figli. L’amica lesbica si fa donare il seme da lui; poi gli chiede di riconoscere il bambino e quando ha da fare glielo affida. La sua fidanzata di un tempo lo raggiunge a New York con i due bambini: tra loro forse la storia può ricominciare (in mezzo c’è il matrimonio con una cinese per ottenere la Green card: visto e stravisto al cinema). Tutto resta appena in superficie. Quanto autocompiacimento nei padri quarantenni. Peccato per loro e per il film.

giovedì 19 giugno 2014

cinque americani

a un certo punto della serata ho visto mio padre trafficare con il telefonino. Stava mandando un messaggio ed era così stanco da essersi confuso: lo stava scrivendo in inglese. Era dalle tre del pomeriggio che girava per Roma con la figlia di una sua vecchia amica americana e la di lei famiglia in tour per l'Italia: figlia diciottenne, compagno con due figlie di diciannove e diciotto anni. Ho deciso allora che la cena a casa mia era finita: mi sono alzata in piedi e ho detto, accompagno mio padre alla macchina. Ero stanca anch'io: tornata dal lavoro alle sei, ho comprato il pane, mi sono fiondata in cucina, ho fatto l'arrosto, i due sughi, preparato l'insalata, finito di mettere la tavola, dato una sistemata in giro... L'incontro tra famiglie non è andata male, hanno mangiato a quattro palmenti e poi la figlia si è divertita a confrontare la sua scuola con quella delle ragazze del Nevada, il marito a discutere con il chirurgo anti Obama della riforma sanitaria e delle prospettive dell'economia europea. Il chirurgo mi ha chiesto del mio lavoro e ha spalancato gli occhi di fronte all'idea che qualcuno potesse concepire una cosa inutile come un portale di letteratura. Voleva sapere il nome di un bravo scrittore americano. Richard Ford non l'aveva mai sentito nominare e pretendeva che gli dicessi di che parlano i suoi libri. Decisamente più a suo agio sul problema dei mutui in America.

mercoledì 18 giugno 2014

il tema della maturità

da stamattina fatico a concentrarmi. Leggo e rileggo le tracce dei temi, provando a capire su quale si sarà orientata mia figlia. Il confronto tra l'Europa del 1914 e quella di oggi lo escludo (ma come pretendere una visione geopolitica dell'attualità da parte di diciottenni?), l'Italia delle periferie pure: da privilegiata non si è mai interessata di zone da lei non frequentate. Il dono? La violenza e la non violenza? Argomenti quanto mai scivolosi: come non scrivere banalità? Speriamo che i due panini al prosciutto cotto che mi aveva richiesto le portino bene.
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Mentre scrivo, mi chiama. La voce è festosa: ha fatto il tema sulla violenza. Ci ha messo dentro letture recenti come 1984 di Orwell e film che ha visto sul computer (uno di Kubrik che io non avevo mai sentito), Mandela e Gandhi, Hannah Arendt. Che darei per leggerlo! Che bello, un peso tolto. Poteva evitare di uscire un'ora prima della fine. Ah ma', eravamo rimasti solo in cinque, l'ho letto e riletto un sacco di volte.  

un padre competitivo

il mio ex capo sta nella stanza accanto alla mia; la parete che ci divide è sottile, lui parla ad alta voce con l'effetto che le sue conversazioni telefoniche le sento come quando era nella scrivania di fronte alla mia. Ieri a turbarlo era la pagella del figlio: una pagella onorabilissima per un ragazzo alle prese con il primo anno di liceo classico, otto in italiano, in storia e geografia, sei in latino e greco. Il mio ex capo, che con i tre figli passa solo il fine settimana, perché fa il pendolare tra Roma e la cittadina in cui vive la sua famiglia, ha alte pretese riguardo alle prestazioni scolastiche dei suoi pargoli. Non contento di aver strapazzato al telefono il figlio, è venuto da me, si è seduto e ha cominciato a inveire contro la pigrizia del figlio, la sua scarsa competitività. Si capiva che al fondo della sua insoddisfazione c'era il confronto con i figli degli amici suoi: gli rodeva non poter primeggiare per interposta persona. Ho detto quello che ho potuto in difesa del giovane studente. Poi ci si meraviglia di fronte ad adulti ossessionati dalla figura paterna.  

martedì 17 giugno 2014

La fabbrica del panico

Stefano Valenti sceglie la forma narrativa per dar corpo alla storia del padre, valtellinese, aspirante pittore, operaio della Breda di Milano, morto per mesotelioma dovuto all’amianto respirato in fabbrica. Un romanzo che poco o nulla concede alla finzione: l’io narrante vive a Milano, traduce libri e soffre di attacchi d'ansia; alla morte del padre cerca di ricostruire il trattamento riservato agli operai della Breda incontrando sindacalisti e colleghi di lavoro dell'uomo, partecipando ai processi intentati contro i dirigenti e la proprietà. Ne esce il ritratto spaventoso di un moderno schiavismo: ritmi di lavoro massacranti, condizioni al di sotto di tutti gli standard di sicurezza, salari da fame. La denuncia de La fabbrica del panico (Feltrinelli) arriva chiara e forte, ma se lo scopo era stare dietro ai fatti perché non scrivere un reportage?   

l'assassino e il suo profilo facebook

un tempo i cronisti dovevano faticare per racimolare notizie sugli autori di crimini efferati: intervistare i vicini, i conoscenti, gli amici, i colleghi; rubare foto dagli album di famiglia; scattarne di sfocate da lontano. Ora non è più così: vai su facebook e dell'assassino sai tutto (e puoi divulgare tutto): i motti preferiti, il colore del cagnolino, l'insoddisfazione latente, la voglia di mostrare i muscoli o l'abbronzatura, il rapporto con i propri familiari. E' un effetto sconvolgente: il mostro è lì con la sua storia e parte la caccia all'indizio rivelatore, alla crepa nell'autodescrizione. La piazza virtuale ci avvicina, anche a chi non avremmo mai voluto incontrare.

lunedì 16 giugno 2014

la seconda prova

le mie tre schede di valutazione sono pronte da domenica ma invece di mandarle cincischio: le rileggo, le correggo, le integro, ben sapendo che così sono e così rimarranno, non sono i ritocchi dell'ultimo minuto che cambieranno il giudizio. Il fatto è che non ho fretta di essere valutata, non credo che dopo la prima e la seconda prova possa essercene una terza, né avrei voglia di affrontarla. L'ipotesi di cambiare tipo di lavoro, ambiente, sede mi mette di buon umore; se questa porta si chiude, mi resta solo la dura realtà (che così dura non è al momento, bensì sonnacchiosa, poco stimolante). Basta tentennamenti: domani le invio. E se aspettassi il giorno del tema della figlia? Magari ci portiamo fortuna a vicenda. Pure superstiziosa sto diventando.

The Congress

un inizio brillante: Robin Wright, che nel film si chiama con il suo nome, è un’attrice diventata famosa molto giovane e poi caduta in disgrazia per una serie di scelte sbagliate. Vive in  un hangar dell’aeroporto, e insieme alla figlia cerca di tenere a bada il figlio che ha deficit cognitivi e l’abitudine di far volare aquiloni che interferiscono con gli aerei. Il suo agente (Harvey Keitel) la convince a firmare un accordo con la Miramount: verrà scannerizzata al computer, cederà per vent’anni i diritti sulla sua immagine, verrà fatta recitare in modo virtuale e si ritirerà a vita privata. Fin qui tutto bene: il monologo in cui Keitel racconta a Robin la sua carriera di agente cinematografico, cominciata nel Bronx a quindici anni, mostrando a pagamento la coda di un coetaneo, è un bel pezzo di cinema sul cinema. Passano i vent’anni del contratto e vediamo Robin, un po’ invecchiata ma sempre molto attraente, alla guida di un auto sportiva. Lo spettatore non lo sa ancora, ma il film è praticamente finito. Robin inala dal naso una fiala, diventa un cartone animato e entra in un luogo immaginario dove s’intrecciano tutti luoghi comuni del genere fantascienza: un convegno delirante, un imbonitore sostenuto da schiavi ai tamburi, una folla plaudente, una guerra di tutti contro tutti, la possibilità con la chimica di diventare chi si vuole, e poi l’ibernazione, lo scongelamento, la divisione del mondo in una massa di diseredati malati e pulciosi e in un’élite con i medici chiusa in un dirigibile… Del regista Ari Folman mi era piaciuto Valzer con Bashir; questo film che si trascina a lungo di visione in visione, senza vere sorprese, mi  è parso un’occasione sprecata. 

domenica 15 giugno 2014

La sposa silenziosa

vivono insieme a Chicago da una ventina d’anni. Lei fa la psicologa part time, lui il costruttore. Hanno una bella casa con vista sul lago, abitudini consolidate, un cane che amano entrambi. Lui, Todd, ha un debole per le donne, Jodie lo sa e chiude un occhio: è da lei che torna ogni sera, ammirato dal suo equilibrio, dal modo perfetto in cui gestisce la quotidianità. Todd però fa un passo falso: allaccia una relazione con Natasha che ha la metà dei suoi anni ed è la figlia di Dean, il suo migliore amico. Tanto Jodie è autonoma, intelligente, accudente, tanto Natasha è molesta, sciocca, esigente. Il problema è che Todd se ne accorge quando è troppo tardi: Natasha è incinta di lui e pretende il matrimonio. Jodie, che Todd non ha mai voluto sposarlo tanto era sicura di essere amata da lui, sta per perdere tutto: il suo uomo, la sua casa, la sua principale fonte di reddito. Il romanzo di esordio di    
A.S.A. Harrison (morta poco dopo la sua pubblicazione), all’apparenza semplice, è uno straordinario viaggio nella mente di una donna. Il fatto che questa donna sia una psicologa, impegnata nella cura di un certo numero di pazienti e decisa a rimuovere un episodio della sua infanzia che la fa troppo soffrire, accresce l’interesse del romanzo. Difficile staccarsi dalle sue pagine finché non si è arrivati sino in fondo. In italiano l’ha pubblicato Longanesi, la traduzione è di Alisa Matizen e Irene Abigail Piccinini.
 

Alabama Monroe


Felicità, dolore estremo, poi il deserto delle emozioni e un enorme risentimento. Attraverso un montaggio che mischia presente e passato Alabama Monroe racconta in un Belgio rurale l’amore tra Didier, musicista country fricchettone che vive in mezzo alle galline e Elise, tatuatrice e cantante. Li vediamo in ospedale: la loro bambina ha il cancro e le cure non danno gli effetti sperati. Un po’ crollano a turno, un po’ si fanno e le fanno coraggio. Sette anni prima si sono incontrati nel negozio di lei, lui è stato subito attratto dal suo corpo tatuato, dagli occhi che passano dalla gioia alla tristezza in un attimo. Sesso, risate, concerti; la band maschile di Didier s’arricchisce della voce di Elise e la vita non è mai stata cosi bella. Lei resta incinta e teme la reazione di lui: Didier vacilla, scappa in macchina; torna con gli attrezzi per finire di ristrutturare la casa, il bambino non può vivere con loro in roulotte. Il bambino è Maybelle: dolcissima, cresciuta a pane e musica country fino alla malattia che spezza l’incantesimo. La disperazione non ci rende migliori. Didier, che ha sempre fatto del suo ateismo una bandiera, non sa confortare Maybelle per la morte di un uccellino, né sa come infrangere la barriera che Elise si costruisce intorno quanto tutto è finito. E’ la musica a convogliare la commozione nel film: i momenti in cui mi sono ritrovata piena di lacrime sono stati quelli in cui la band festeggiava il ritorno a casa di Maybelle o improvvisava un commiato funebre. Un tema antico quanto il mondo, un modo di affrontarlo intenso e profondo.

sabato 14 giugno 2014

la tesina

parte dalla Coscienza di Zeno la figlia, si sofferma sul protagonista e le sue nevrosi, contestualizza l'opera e il suo autore; passa a Freud, di cui enuncia le tesi di fondo; in inglese riassume The Waves di Virginia Woolf e cita al volo To the Lighthouse e Mrs Dalloway che si è letta da cima a fondo; in spagnolo descrive uno dei più famosi autoritratti di Frida Kahlo; in francese si sofferma su Madame Bovary. Non solo trabocco di orgoglio per quella che mi pare una tesina ben fatta e per la serietà con cui ha affrontato e approfondito ognuno degli argomenti, ma sono felice che voglia ripeterla di fronte a me e che accolga i miei suggerimenti sul modo di esporla. Per ora non è neppure troppo stressata.

venerdì 13 giugno 2014

ma lei è una nostra cliente

sono al lavoro, è tutta la mattina che cerco di concentrarmi, ma subisco un'interruzione dopo l'altra. Mi chiama sul cellulare un'operatrice Tim. Mi dice, ci risulta che lei sia una nostra cliente. Rispondo, lo sono ma non gradisco essere contattata mentre lavoro, anzi non gradisco essere contattata da voi, mai! Ma lei è una nostra cliente, dobbiamo farle un sondaggio, replica lei, piuttosto stizzita. E io non ho voglia di rispondere al vostro sondaggio. A quando la prossima chiamata? Se cambio operatore, evito queste telefonate?

giovedì 12 giugno 2014

invito a cena

stasera a cena da noi viene Stefano con la sua compagna che non conosciamo. Stefano è il subacqueo che abbiamo conosciuto alle Maldive a natale. Guidava insieme a un inglese le immersioni di gruppo. Ci aveva detto che a maggio sarebbe sceso dalla barca e sarebbe venuto a Roma per stare con la sua ragazza e cercare fortuna lontano dal mare. Il suo primo mestiere ed effettivo mestiere è quello di cuoco. Tra un bagno esotico e l'altro abbiamo chiacchierato parecchio. Che effetto ci farà vederci in tutt'altro contesto? Avremo qualcosa da dirci?

come parla Renzi

è tutto il giorno che sento alla radio la battuta di Renzi, in cui incrocia i veti ai voti (si riferisce alle polemiche alla Camera sulla abolizione del Senato, contrastata da parecchi dei suoi, e al fatto che, avendo preso il 41 per cento dei voti, vuole fare come gli pare). Non è il suo decisionismo a colpirmi, in fondo l'abbiamo (l'ho) votato per questo, perché smuova le cose; è il linguaggio. Ora che è finita la campagna elettorale, non potrebbe smetterla di parlare per slogan? Sembra Crozza che imita Renzi.

martedì 10 giugno 2014

I dodici dello Strega in show

Sicuro di sé, vincitore annunciato, apre l'incontro con i dodici finalisti al premio Strega Francesco Piccolo. Deve scappare alla premiazione dei David di Donatello e sceglie di leggere il brano su sua moglie, la grande minimizzatrice (praticamente Polyanna). Risatine in sala, come battutaro Piccolo non lo batte nessuno. È la volta di Giuseppe Catozzella, felice per aver vinto il Premio Strega giovani: il suo è un libro per ragazzi e i ragazzi se ne sono accorti subito, chiaro il tema, chiara e forte la trattazione. La butta sul colore napoletano Antonella Cilento, che legge con passione un brano del suo Lisario o il piacere delle donne. Poi arriva la mia preferita, Donatella Di Pietrantonio. Petrocchi la fa parlare di adolescenza, lei spiega di averla raccontata a partire dal corpo, dalle sue mutazioni. Tocca a Gipi, che dice di aver scritto un fumetto, un libro psichico, una roba di magia nera. Chiede di raccontare una storia: ho fatto l'esame dello sperma, mi hanno detto che non potevo procreare. Ho pensato che non mi importava, ma una voce segreta si è messa a gridare di disperazione. Questo libro con in copertina un albero secco, che ho disegnato e ridisegnato, mi è servito a guarire. Marco Magini è un ragazzone biondo con gli occhiali. Molto serio, molto motivato nell'aver scelto come soggetto del suo libro la strage di Sebrenica. Mi incuriosisce Giuseppe Munforte. Come parlerà uno scrittore dallo stile così sussurrato? Voce limpida, accento milanese, legge il brano in cui il suo protagonista parla della gioia di accompagnare a scuola Sara, la sua bambina, che in macchina gli insegna i versi degli animali, quello del gufo, quello del lupo. Anche Francesco Pecoraro è pelato, ma più corpulento del sottile Munforte. Indossa provocatoriamente dei sandali francescani, nega che il suo sia un libro apocalittico e rivela come l'abbia irritato la lettura di Piccolo. È un osso duro, non ne avevo dubbi, e la mia leggera ansia al pensiero di intervistarlo alla fine di questa lunga e caldissima serata cresce. Paolo Picirrillo invece sembra un ragazzino, jeans e maglietta bianca. Lui l'ho già intervistato e, usurpando il ruolo di editor, gli ho raccomandato nel prossimo libro di mescolare dello humour a tanta durezza. Nella dedica che mi ha scritto firmando il suo romanzo ha promesso di mettere un po' di luce in quello che sta scrivendo. Giorgio Pressburger è il più anziano del gruppo; la prende alla lontana, cita il Cantico dei cantici e la sua emozione a rileggerlo. Descrive la trilogia di cui il libro presentato allo Strega è il terzo volume. Petrocchi, preoccupato che si vada per le lunghe, gli chiede di passare alla lettura. Lui si accinge a farlo, ma prima non può esimersi dal rivelare il suo odio per Céline, è dato che c'è, anche quello per Wagner. La terza donna della serata è Elisa Ruotolo, insegnante, faccia da ragazza, pallidissima, ardente. Legge le pagine in cui il personaggio scopre la verità sulla sua famiglia. Chiude Antonio Scurati. Si scusa per un problema personale che l'ha tenuto impegnato mentre gli altri scrittori si presentavano. Dice che nel suo libro non c'è trama e non c'è finale. Poi fa una pausa sconsolata. Potevamo fermarci qui; Petrocchi lo incalza, Scurati cita Goethe: una delle motivazioni a scrivere è la sensazione di essere i primi o gli ultimi a vivere una certa situazione. Nel suo caso la paternità; il padre non esiste in natura, sentenzia. Poi non rinuncia a fare una battuta sulla generazione di minchioni che crede di poter addomesticare il parto. Battute all'inizio, battute alla fine. La serata è finita.

Incompresa

di Incompresa, il film diretto da Asia Argento sono molto belle le descrizioni delle dinamiche tra ragazzine: Aria e la sua migliore amica si imitano l'un l'altra, si baciano e si picchiano, fanno scherzi pericolosi, giocano con le barbie (inscenando storie d'amore, che Aria rovina immancabilmente con lo stupro finale), sono gelose, si tradiscono, si dividono. Giulia Salerno con il suo sguardo triste, il suo fisico sottile, dà una grande interpretazione della bambina intelligente e assetata d'amore. I genitori invece sono due caricature: Charlotte Gainsbourg e Gabriel Garko fanno a gara a chi è più egoista e crudele nei gesti e nelle parole. Dopo un po' il film gira a vuoto: Aria passa un genitore all'altro, da una sorellastra all'altra, come una pallina da ping pong e ogni tanto si ritrova per terra. Il tema c'era e la sensibilità per raccontarlo pure: una sceneggiatura meno ripetitiva avrebbe giovato all'insieme.

lunedì 9 giugno 2014

il prestito

s'incontrano al mare da bambini, si ritrovano a Roma. Il più studioso dei due, che ha genitori anziani e un fratello con cui non comunica, ama l'atmosfera gioiosa della casa del meno studioso, sempre piena di gente e il padre artigiano con una grande accogliente bottega. L'amicizia prosegue stretta fino ai diciotto-vent'anni, poi le strade si separano, lo studioso diventa ingegnere, l'altro artigiano come suo padre: improvvisamente non hanno più nulla da dirsi. Si rivedono solo ai reciproci matrimoni, l'artigiano è testimone di nozze dell'ingegnere; lui stesso si sposa diversi anni dopo, facendosi vivo con l'amico e stupendolo (tutti lo consideravano ormai un inguaribile scapolo). Passa ancora tanto tempo e un sms porta alla luce una verità terribile: l'artigiano, che ha avuto due bambini, è al tracollo economico. Chiede aiuto con grandissimo sforzo. Questa è l'Italia di oggi. Un paese allo stremo.

domenica 8 giugno 2014

la staffetta tra i figli

finita la scuola, la figlia ha deciso di andare qualche giorno al mare con un'amica per studiare per la maturità. Voleva partire lunedì, le ho chiesto di anticipare a oggi per passare almeno qualche ora con lei. La trattativa si è conclusa con una richiesta ben precisa: io e Lucrezia arriviamo all'una con il treno, tu ci fai trovare gli spaghetti alle vongole. Stamattina però volevamo portare in barca i tre ragazzi; bisognava svegliarli a un'ora decente, se no, niente gita. Alle otto e mezza ero già al bar a comprare i cornetti e grazie a questi non ci sono stati troppi mugugni al risveglio. Abbiamo fatto tutto: la gita in barca, il pranzo a casa, due passi sulla spiaggia con le ragazze. E in mezzo ci ho messo due momenti tutti per me: una lunga nuotata nell'acqua gelida e l'inizio di un romanzo americano molto promettente. Soddisfatta di me.

Nella casa di vetro


Nella casa di vetro: il libro di Giuseppe Munforte, pubblicato da Gaffi,  annuncia sin dal titolo il suo passo leggero, sospeso, ci si sposta tra oggetti preziosi e fragili come i sentimenti. Un uomo, Davide, osserva la sua compagna, i loro due figli. Li vede mangiare, andare a letto, leggere un libro, dormire. L’uomo lavora tutto il giorno e il ritorno a casa è il suo momento migliore, quello in cui finalmente sente di esserci. La casa è nella periferia milanese, un posto senza bellezza che ha acquistato fascino da quando Davide ha conosciuto Elena, vicina di caseggiato. Davide è diventato suo amico, ne ha raccolto le confidenze, ha letto i testi a cui lei affida le sue ambizioni letterarie; un giorno Elena gli ha comunicato di essere incinta e da allora Davide si è preso cura di lei. Avranno insieme un figlio, Andreas, ma è assistendo al parto di Sara, la bambina di cui lui non è padre, che Davide scopre con slancio la paternità. Poi nel romanzo avviene una svolta, un incidente si abbatte sul nucleo familiare. L’amore non passa e avvolge chi resta. Un libro anomalo: tutti urlano per farsi sentire, mentre per arrivare a Munforte bisogna spegnere tutto e concentrarsi all’ascolto.