giovedì 19 giugno 2014

cinque americani

a un certo punto della serata ho visto mio padre trafficare con il telefonino. Stava mandando un messaggio ed era così stanco da essersi confuso: lo stava scrivendo in inglese. Era dalle tre del pomeriggio che girava per Roma con la figlia di una sua vecchia amica americana e la di lei famiglia in tour per l'Italia: figlia diciottenne, compagno con due figlie di diciannove e diciotto anni. Ho deciso allora che la cena a casa mia era finita: mi sono alzata in piedi e ho detto, accompagno mio padre alla macchina. Ero stanca anch'io: tornata dal lavoro alle sei, ho comprato il pane, mi sono fiondata in cucina, ho fatto l'arrosto, i due sughi, preparato l'insalata, finito di mettere la tavola, dato una sistemata in giro... L'incontro tra famiglie non è andata male, hanno mangiato a quattro palmenti e poi la figlia si è divertita a confrontare la sua scuola con quella delle ragazze del Nevada, il marito a discutere con il chirurgo anti Obama della riforma sanitaria e delle prospettive dell'economia europea. Il chirurgo mi ha chiesto del mio lavoro e ha spalancato gli occhi di fronte all'idea che qualcuno potesse concepire una cosa inutile come un portale di letteratura. Voleva sapere il nome di un bravo scrittore americano. Richard Ford non l'aveva mai sentito nominare e pretendeva che gli dicessi di che parlano i suoi libri. Decisamente più a suo agio sul problema dei mutui in America.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Sono così, tanti John Wayne imperialisti della banalità