lunedì 30 giugno 2014

Roderick Duddle

un lungo sogno letterario: Michele Mari esce dai suoi panni di uomo di oggi ed entra in quelli di un bambino dell’Ottocento, il classico orfano alla mercé di personaggi spietati. Roderick, il suo eroe undicenne, è cresciuto all’Oca Rossa, figlio di Jenny la Magra, prostituta. Jenny è morta senza sapere di essere figlia illegittima di Lady Pemberton. Costei, malatissima, priva di eredi, chiede alla badessa del convento di rintracciare la bambina che le aveva affidato anni prima. A ereditare la ricca proprietà dovrebbe essere Roderick, che ha al collo il medaglione della madre, ma tra il ragazzo e la sua fortuna si frappongono ostacoli a non finire (la badessa è un mostro di avidità; Jones, il proprietario dell’Oca Rossa, non le è da meno; spuntano falsi eredi, tra cui un coetaneo muto e innocente; vengono assoldati assassini in competizione tra loro; giudici e avvocati corrotti ci mettono il loro carico). Fin qui il romanzo di Mari s’iscrive a pieno titolo nella riscrittura divertita e divertente del racconto dickensiano  (con innesti stevensoniani, vedi il lungo racconto dell’avventura marinara di Roderick che comprende anche un tentativo di ammutinamento). Ma l’autore non si priva del gusto d’innovare il genere e giù sul pedale della perversione: mai in Dickens avremmo incontrato una suora ermafrodito che esercita la sua seduzione su ogni uomo che incontra (e su tutte le consorelle degne di attenzione). Una spruzzata di sesso, parecchia violenza, un finale non privo di ambiguità: Mari appesantisce il lettore, aggiungendo spezie varie agli ingredienti di base. Quello che sembrava un sogno letterario è più correttamente un incubo e alla fine si è contenti di uscirne. Al tacchino farcito io preferisco l’insalata verde. Editore Einaudi, pagine 496. 

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