venerdì 20 giugno 2014

Rompicapo a New York


vuoi raccontare in chiave di commedia la generazione dei quarantenni, precaria nel lavoro e negli affetti, sicura solo della centralità dei figli? Fallo, ma non lasciare che il tuo ego sbrodoli, che i dialoghi si trascinino, che per una scena carina ce ne siano quattro che non finiscono mai… Vuoi filosofeggiare sull’amore alla francese o creare situazioni scoppiettanti all’americana? Deciditi: gli ibridi non funzionano. Nella terza puntata del racconto ispirato alla sua stessa vita (il primo, L’appartamento spagnolo, l’abbiamo visto tutti) Cédric Klapisch ondeggia indeciso tra vari stili senza trovare una voce convincente (e il doppiaggio con accenti caricaturali peggiora il risultato).  Il suo Xavier si trasferisce da Parigi a New York; la sua compagna l’ha lasciato per un tipo alto bello ricco e gentile e lui è disposto a fare consegne a domicilio in bicicletta e a dormire nel quartiere cinese pur di passare tempo con i propri figli. L’amica lesbica si fa donare il seme da lui; poi gli chiede di riconoscere il bambino e quando ha da fare glielo affida. La sua fidanzata di un tempo lo raggiunge a New York con i due bambini: tra loro forse la storia può ricominciare (in mezzo c’è il matrimonio con una cinese per ottenere la Green card: visto e stravisto al cinema). Tutto resta appena in superficie. Quanto autocompiacimento nei padri quarantenni. Peccato per loro e per il film.

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