lunedì 16 giugno 2014

The Congress

un inizio brillante: Robin Wright, che nel film si chiama con il suo nome, è un’attrice diventata famosa molto giovane e poi caduta in disgrazia per una serie di scelte sbagliate. Vive in  un hangar dell’aeroporto, e insieme alla figlia cerca di tenere a bada il figlio che ha deficit cognitivi e l’abitudine di far volare aquiloni che interferiscono con gli aerei. Il suo agente (Harvey Keitel) la convince a firmare un accordo con la Miramount: verrà scannerizzata al computer, cederà per vent’anni i diritti sulla sua immagine, verrà fatta recitare in modo virtuale e si ritirerà a vita privata. Fin qui tutto bene: il monologo in cui Keitel racconta a Robin la sua carriera di agente cinematografico, cominciata nel Bronx a quindici anni, mostrando a pagamento la coda di un coetaneo, è un bel pezzo di cinema sul cinema. Passano i vent’anni del contratto e vediamo Robin, un po’ invecchiata ma sempre molto attraente, alla guida di un auto sportiva. Lo spettatore non lo sa ancora, ma il film è praticamente finito. Robin inala dal naso una fiala, diventa un cartone animato e entra in un luogo immaginario dove s’intrecciano tutti luoghi comuni del genere fantascienza: un convegno delirante, un imbonitore sostenuto da schiavi ai tamburi, una folla plaudente, una guerra di tutti contro tutti, la possibilità con la chimica di diventare chi si vuole, e poi l’ibernazione, lo scongelamento, la divisione del mondo in una massa di diseredati malati e pulciosi e in un’élite con i medici chiusa in un dirigibile… Del regista Ari Folman mi era piaciuto Valzer con Bashir; questo film che si trascina a lungo di visione in visione, senza vere sorprese, mi  è parso un’occasione sprecata. 

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