giovedì 31 luglio 2014

l'arrivo

quanto sono pavida, quanto sono esagerata. Riesco a trasformare una partenza in macchina in un'impresa arcana, un importante appuntamento in un impegno vincolante. A parte il non felice inizio (non riuscivamo a capire come si apriva il portabagagli e stavamo per lasciare a casa tutte le valigie), il viaggio in smart è stato una passeggiata: la figlia ha guidato bene e mi ha raccontato distesamente la Spagna godereccia visitata da lei e dalle sue amiche. Alle sette noi due eravamo al mare, alle nove tutti seduti al ristorante. Papà felice di essere così ben circondato, i ragazzi allegrissimi e scatenati con il cibo. Valeva la pena di affrontare le mie paure. Ora sì che sono in vacanza.

il viaggio in smart

la figlia è atterrata a Fiumicino, aspetta la valigia e cerca un passaggio per tornare a casa. A quel punto io esco dall'ufficio e insieme a lei mi avvio verso il mare. Invece del solito buon treno ci tocca un viaggio in macchina sulla Pontina, una delle peggiori strade d'Italia. Guida lei: che non hai mai guidato fuori Roma se non con l'istruttore al fianco e che stanotte ha dormito tre ore (è andata a letto alle cinque). Siamo pure di fretta: mio padre oggi compie ottantacinque anni e non ha ceduto al mio desiderio di farci partecipare solo alla torta, verso le dieci di sera, con calma; no, lui ci aspetta seduto al ristorante con il resto della famiglia e lui odia posticipare le cene. Ansia crescente. Con il nostro senso dell'orientamento, quello mio, quello della figlia, come minimo stasera ci ritroviamo a Firenze.

Le cose belle

da bambini eravamo tutti più belli, più simpatici, più interessanti e promettenti. Il tempo che passa raramente regala qualcosa, in particolare in una città dura come Napoli. Agostino Ferrante e Giovanni Piperno hanno avuto l’idea di tornare a raccontare quattro ragazzini intervistati dodici anni fa in strade e case napoletane. Il bambino che accompagnava la madre al mercato del pesce, pieno di vita e di sogni, è oggi un ragazzo devastato dalla scomparsa del fratello e incapace di fare alcunché; quello che cantava nei ristoranti e mirava al conservatorio vende porta a porta contrati di tele due; le ragazze che aspiravano alla carriera di modelle fanno le cameriere in albergo, le ballerine di notte in locali di quart’ordine o passano il tempo a portare vestiti puliti a parenti in carcere o in ospedale. Su tutto la colonna sonora della città: canzoni cantate a squarciagola su amori e disgrazie. Ma non è un film angoscioso, Le cose belle, o almeno non è solo angoscioso: racconta lacrime e incomprensioni familiari, fallimenti privati, illegalità diffusa, ma anche la voglia di andare avanti, nella speranza che prima o poi una delle tante cose belle che ci si augura vicendevolmente quando ci si incontra a Napoli si possa realizzare. E Fabio che canta in studio nel finale è un bell’esempio di riscatto e di affermazione di sé.  

mercoledì 30 luglio 2014

diluvi e schiarite

ho parcheggiato sul lungotevere, mi sono fatta una corsa per evitare il diluvio. Da sotto la tettoia vedevo la gente entrare a Mazzini inzuppata, a una giornalista famosa ho prestato l’ombrello perché raggiungesse la macchina. Mi è apparso alle spalle, da dentro il palazzo, siamo andati a prendere un caffè al bar dell’ultimo piano. Avevo preparato i jeans grigi e una canottiera colorata di seta; all’ultimo momento ho cambiato idea, mi sono messa i pantaloni larghi di lino beige comprati da poco e la canottiera di seta grigia che stava bene con i sandali neri. Mi ha detto che mi vuole a lavorare con lui, anche se le mie schede di lettura devono essere meno descrittive e più critiche. Troppo trattenuta nel giudizio, mi ha definito. Il nostro colloquio è durato venti minuti, il tempo del caffè. Mi chiederanno alla struttura in cui sono ora? Ci saranno ostacoli? Come mi troverò in un ambiente diverso? Perché non mi basta una scrivania e uno stipendio alla fine del mese? Perché ricomincio da capo ogni volta? La pioggia torrenziale è finita, le redazioni qui sono semideserte. Domani devo farmi viva con loro, informarmi sui tempi, chiedere, se possibile, una conferma. Poi parto. 

martedì 29 luglio 2014

ricomparso

che devo dirgli, come devo vestirmi: domani mi gioco la partita finale di un match che è iniziato da mesi. Via via la mia motivazione si è affievolita, sono emerse le solite insicurezze che mi porto dentro: chi me lo fa fare, perché cambiare, è tardi per rimettermi in gioco. Mi deve solo dire un sì o un no, poi comunque parto, l'impatto della sua decisione è mitigato dalle tre settimane di vacanza che mi aspettano in ogni caso. Che devo dirgli è facile, devo solo ascoltarlo; è come devo vestirmi che è più impegnativo.

Master of Sex


su Sky la serie televisiva Masters of Sex è arrivata alla nona puntata. Considerando che le puntate sono dodici e che lunedì prossimo invece che sul divano di casa sarò al mare, dove non so neppure come si accende il televisore, oggi mi sono industriata per scaricare illegalmente quanto mi mancava della storia di William Master e Virginia Johnson. L’ultima puntata me la sono tenuta per domani, così ho il tempo per rimuginarci sopra. So benissimo che alla fine Virginia si metterà con William e insieme diventeranno i sessuologi più famosi del mondo, ma stasera posso ancora fare il tifo per Ethan, che è più giovane, più carino di William, più rispettoso di Virginia. Per chi non avesse visto la serie (e non sa cosa si perde), questa racconta l’incontro tra Master, un ginecologo molto affermato, intenzionato a studiare l’orgasmo maschile e femminile e Johnson, una segretaria molto sveglia. E’ Virginia Johnson a dare l’impulso decisivo agli studi di Master: è lei che s’inventa ardimentose soluzioni ai suoi problemi, che lo convince dell’importanza dell’osservazione diretta dei fenomeni, che vince ogni difficoltà pratica grazie a un grande spirito d’iniziativa (e al fatto che è pronta a mettersi in gioco in prima persona). Il topesco Master è pazzo di lei, ma super trattenuto: mentre Virginia ha due bambini ed è separata dal marito, William ha un’ossessiva mogliettina bionda che lo chiama papà prima ancora che abbiano avuto un figlio. Ethan è un medico brillante che adora Virginia e i suoi pargoli, farebbe qualunque cosa per loro (e una cosa molto grave l’ha fatta, ha aiutato la moglie di Master a restare incinta, per mettere un ostacolo tra il primario e la sua assistente, e per questo è stato allontanato dall’ospedale). Virginia è tutto quello che ognuna di noi vorrebbe essere: bella, disinibita, intelligente, intraprendente; sa cantare in pubblico; procurarsi un orgasmo davanti a una telecamere; scrivere un discorso; organizzare una raccolta fondi; sezionare un cadavere; prendere il massimo dei voti a un esame di medicina… Ah, le serie televisive ben fatte! Sono quanto di più vicino a un romanzone ben scritto e offrono la stessa possibilità di fantasticare sui personaggi e sulla loro evoluzione.

Crampton Hodnet

un professore universitario sposato e di mezza età s’incapriccia della studentessa che gli rivolge sguardi languidi: succede ogni giorno sotto ogni latitudine. Nel suo romanzo postumo ambientato a Oxford, Barbara Pym racconta questo piccolo scandalo che agita le pettegole del posto, togliendo alla vicenda ogni afflato romantico. Francis Cleveland, il professore di letteratura di bell’aspetto, è solo un po’ annoiato per via delle vacanze estive e ce l’ha con la moglie che lo spinge a frequentare la biblioteca piuttosto che ciondolarle intorno; Barbara Bird è una studentessa brillante che ama idealizzare il suo insegnante e prendere il tè con lui, ma non ne gradisce troppo i goffi baci. Pym affida il suo punto di vista sulla vicenda a due personaggi femminili: la signorina Morrow, una zitella trentaseienne che fa la dama di compagnia alla zia del professore e ama le scene emozionanti nei film e nei romanzi ma le trova imbarazzanti nella vita reale, e la signora Cleveland, la moglie, che non crede al tradimento del marito perché ne conosce troppo bene l’attaccamento alle abitudini e alle comodità. Uno dei suplot del romanzo riguarda la stessa signorina Morrow: il giovane curato che va a vivere sotto il suo tetto le fa una dichiarazione d’amore assolutamente poco romantica (la rispetto e la stimo molto) e lei non lo prende proprio in considerazione (meglio comprarsi un vestito nuovo che imbarcarsi in un matrimonio senza amore). Adoro Barbara Pym, il suo modo di inchiodare cose e persone con una definizione. La casa in cui abita la signorina Morrow con la sua datrice di lavoro? E’ caratterizzata da “un’atmosfera di tetra dignità”. La sorella della signora Cleveland? “era così maestosamente assorta nei suoi problemi che non faceva mai domande”. Un plauso alla casa editrice Astoria che la sta ripubblicando (qui la traduzione è di Bruna Mora); questa però mi pare la sola nuova uscita rispetto a quelle della Tartaruga (i titoli cambiati illudono i vecchi lettori della Pym e li spingono a procurarsi dei doppioni).     

domenica 27 luglio 2014

pioggia e parmigiana

le previsioni erano bruttine, ma sabato non ci aspettavamo un simile diluvio. Abbiamo passato la mattina ad aspettare che spiovesse, prima per andare in spiaggia, poi anche solo per passeggiare in riva al mare o andare al museo. Ha continuato a piovere ininterrottamente fino all'una. Allora abbiamo deciso di mettere insieme i panini di Isabella con quello che io avevo in casa e di fare un pic nic sulla veranda. Eravamo in dieci: Cinzia e Valerio, io, il marito, il figlio, il nipote svizzero, papà, Isabella, suo marito Giuseppe e sua figlia Margherita. Dopo pranzo papà si è appisolato, e mio marito pure, i ragazzi sono andati a raggiungere gli amici, e io mi sono dedicata a una parmigiana di melanzane. Non la faccio mai e non sapevo neppure da dove cominciare; papà mi aveva portato tre belle melanzane, avevo della mozzarella avanzata e mi sono lanciata. Ho tagliato a fette sottile le melanzane, le ho fritte e scolate sulla carta assorbente. In una teglia ho messo un po' di pomodoro direttamente dalla bottiglia, poi le melanzane, fettine di mozzarella, basilico e parmigiano. Due strati e poi ancora pomodoro e parmigiano. Mentre cucinavo mia sorella mi raccontava di Indianapolis, del suo lavoro, delle persone che frequenta e suo marito esultava per un video sulle tartarughe fatto dalla figlia in un centro estivo e pubblicato in rete. Alle quattro il cielo si è aperto e siamo scesi tutti in spiaggia, riuscendo a strappare alla giornata una nuotata alla boa. La sera di fronte alla parmigiana, che ha divorato insieme al nipote svizzero, mio padre si è quasi commosso. È come la faceva mia madre, anzi come la faceva tua madre... Un sapore di casa. Anche la pioggia ha la sua utilità, è stata una giornata intensamente familiare.

sabato 26 luglio 2014

guidare a ottant'anni

più va avanti con l'età, più guidare acquista importanza agli occhi di mio padre. Ieri bisognava andare a prendere alla stazione di Fondi Tommaso, il nipote diciassettenne che arrivava dalla Svezia. Tommaso è sveglio, se la sarebbe cavata anche se era tardi e non c'erano più autobus; poteva andarci Isabella, si era offerta di farlo. Papà non ha inteso ragioni: è corso a prendere possesso della sua macchina. Lo ha accompagnato mio figlio e al ritorno lui e Tommaso ci sono parsi provati. Stavamo mettendo sotto un paio di ciclisti, hanno detto. Il nonno va piano, di notte ci vede poco, bisogna dargli indicazioni continue. Lui felicissimo dell'impresa compiuta, io terrorizzata per lui, per i suoi passeggeri, per chi hanno incrociato nel loro percorso. Ho provato a parlarci, gli ho detto che la deve smettere di fare il galletto, che a ottantacinque anni senza macchina si vive meglio. Non mi ascolta, mi rivolge il suo sguardo di sfida. Come possiamo fermarlo?

Svegliamoci pure, ma a un'ora decente

nel nuovo libro di Joshua Ferris, tradotto da Katia Bagnoli per Neri Pozza, ci sono un dentista newyorchese, le igieniste del suo studio, i pazienti che lo frequentano e un misterioso hacker che crea al dentista un sito internet, un profilo facebook e twitta al posto suo. C'è inoltre un grosso interrogativo: che ci stiamo a fare al mondo, a che serve cercare di restare in buona salute, passarci ogni giorno il filo tra i denti, se siamo comunque destinati a morire? Ferris alterna pagine molto brillanti, degne di un Woody Allen vecchia maniera, a pagine opache. Il suo Paul, che da bambino ha subito il suicidio del padre, è un giovane uomo solitario che si rifugia nel culto di una squadra di baseball e nell'esplorazione delle cavità orali dei clienti. Ha avuto due amori importanti, ma in entrambi i casi non sa se ad attirarlo era più la fanciulla in questione o la religione della famiglia di questa (cattolica la prima famiglia, ebrea la seconda). In realtà Paul è un ateo convinto, ma adora il senso di appartenenza che deriva dal seguire con altri le prescrizioni di un rito. Questa e le riflessioni dentistiche sono le parti che ho apprezzato di più; le disquizioni sugli ulm, popolo più oppresso di quello ebraico, a cui Paul infine scopre di appartenere grazie all'hacker che sa tutto su di lui, me le sarei risparmiate. 

venerdì 25 luglio 2014

il contapassi di Isabella

passeggiata sulla spiaggia con la sorella che vive a Indianapolis. Mi chiede quando volte a settimana vado in palestra. Con un certo orgoglio, rispondo, tre, quattro. Lei: io vado tutti i giorni all'ora di pranzo, poi il lunedì sera faccio zumba, il mercoledì yoga, il giovedì body pumping, il sabato...la domenica..., a volte poi nuoto nella piscina del comprensorio. Mi mostra entusiasta il simil orologio che ha al polso: è un contapassi. Non solo le dice quanto si muove in giornata e quanto deve muoversi per consumare le calorie giuste, la mette anche in competizione con altri dotati dello stesso apparecchio. Non fa bene Indianapolis.

giovedì 24 luglio 2014

Spaghetti Story

nei film italiani sulla generazione precaria (trentenni e giù di lì) non mancano mai la ragazza impegnata, il giovane artistoide eterno peter pan, la tentazione del crimine. Spaghetti story, l’esordio di Ciro De Caro, non fa eccezione alla regola. Il bello di questo film girato con due lire è la caratterizzazione e la recitazione dei tre personaggi principali: Valerio, l’aspirante attore; Serena, la sua fidanzata dottoranda che aspetta un bambino; Scheggia, l’amico d’infanzia che vive con la nonna e spaccia droga, più che realistici sono veri. Si avverte il punto di vista femminile nella sceneggiatura (scritta dal regista con Rosella d’Andrea, che nel film interpreta la parte della sorella del protagonista): per una volta il maschilismo del nostro paese viene tematizzato e ci si ride sopra (vedi i consigli di Scheggia a Valerio in tema di donne). I due colloqui di lavoro di Valerio, che si sforza di apparire un attore impegnato, corregge l’accento romano, e dice una serie di sciocchezze, sono molto divertenti; così come il suo litigio con la sorella che prega di fronte alla tomba della madre e gli rinfaccia di non essersi occupato della genitrice né da viva né morta. Un po’ fuori fuoco la storia della prostituta cinese aiutata a fuggire dal suo aguzzino. Perfetto per un’arena estiva di Roma; molto suggestiva quella di Castel Sant’Angelo, se non fosse stato per il ratto che giganteggiava sotto lo schermo.  

mercoledì 23 luglio 2014

Francesco, Enrico, Pietro e da oggi pure Carmelo

sono giorni strani, lavoro isolata come non mai a cose che sembrano non interessare nessuno. I figli in vacanza mi danno scarsissima retta (con la figlia in Spagna la comunicazione funziona meglio che con il figlio a pochi chilometri da qui: lui è sempre brusco e di fretta). Il marito, al contrario di me, è preso dal turbine delle attività, presto la mattina in ufficio, in viaggio, o comunque impegnato con la testa su gare e riunioni. Ma ci sono Francesco che passa a trovarmi, Enrico che mi chiama per il caffè, Pietro che mi telefona. E Carmelo che fa una sostituzione estiva in palestra? Giovane insegnante con particolare attenzione alle schiene delle sue allieve attempate. Una giornata che comincia con Carmelo non può essere una brutta giornata.

martedì 22 luglio 2014

un luglio piovoso

un luglio piovoso così non lo ricordo da tempo. Che poi se uno sta a Roma a lavorare (?) non è neppure spiacevole il fresco. Sento papà sconsolato dal mare (se non nuota e non attacca bottone con tutte le vicine d'ombrellone, che fa?), mentre il figlio che piove non se ne accorge nemmeno, svegliandosi all'una e vivendo soprattutto di notte. I film delle arene li ho visti quasi tutti, piuttosto che inumidirsi tanto vale restare in casa accoccolata di fronte alla tv (su Sky ci sono ancora Master of Sex, che mi appassiona tantissimo e l'adrenalico The Bridge, mentre è appena finito Top of the Lake: non ne ho perso una puntata). Quasi quasi non ci vado in vacanza.

lunedì 21 luglio 2014

il dilemma delle braccia

non ho mai avuto belle braccia. Ho ereditato la struttura fisica di mio padre che è tozza, compatta. Braccia e gambe muscolose vanno bene per un uomo, per una donna sono una iattura. Finché sei giovane il braccio grosso te lo puoi permettere: se è tonico, rivela i tuoi sforzi in palestra. Intorno ai cinquanta il braccio grosso presenta da una parte il muscolo, dall'altra la carne pendula. E' così, non puoi farci niente, non puoi ammazzarti di esercizi, se insisti rischi di fare peggio. Escludendo il ricorso al chirurgo plastico (troppi ne dovresti fare di interventi estetici e per piacere a chi?), non ti resta che affrontare il dilemma: maglietta senza maniche sì oppure no? Maglietta con le maniche, magari corte, stabilisci. Poi entri in un negozio, ti provi una canottiera bellissima e fresca. La compri senza pensarci un minuto e te la metti pure, magari evitando lo specchio. Benedetti i pantaloni, nascondere le cosce è più semplice.  

domenica 20 luglio 2014

Non abbiate paura


una coppia stranamente affiatata suscita la curiosità dello scrittore che la incontra per caso in un teatrino amatoriale dove recitano dei ragazzi. Questa la cornice di Non abbiate paura di Allan Gurganus (traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini, Playground): la storia della coppia occupa 125 pagine che avvolgono chi legge in una specie di vortice da cui fa fatica a uscire. Uno stile unico, sardonico e insieme partecipe; una vicenda che sfiora più di una volta i limiti dell’assurdo; un’indomita protagonista: questi gli ingredienti del libro, un incrocio tra un racconto di Cechov e una tragedia greca ambientato negli Stati Uniti di oggi. La protagonista è una quattordicenne molto carina, molto saggia, molto popolare. Le succedono quattro cose terribili in rapida sequenza: sotto i suoi occhi il padre viene decapitato per sbaglio dal motoscafo del suo migliore amico; la madre impazzisce; il migliore amico del padre per consolarla le sta sempre addosso, così addosso che la mette incinta; partorisce e le viene tolto il bambino. Come va a finire non ve lo dico. So solo che Gurganus più che uno scrittore è uno stregone e maneggia trama e linguaggio con un’abilità assoluta.

laguna blu

entrare in mare e vedere figlio e fidanzata abbarbicati l'uno all'altro in acqua come se invece di trovarsi in una spiaggia affollata del litorale laziale una domenica di luglio fossero a Bora Bora fuori stagione. Nuotare fino alla boa, facendo il giro largo per non sbatter loro contro. Tornare indietro e trovarli nella stessa posizione, anzi forse ancora più avvinghiati. Non te lo dicono quando diventi madre che nel pacchetto c'è pure tuo figlio in laguna blu. Riaccompagnata a casa l'enigmatica fanciulla. Mai conosciuta adolescente più silenziosa.

sabato 19 luglio 2014

partenze e arrivi

alle sei e mezza la figlia e l'amica sono sgaiattolate fuori di casa per andare a prendere il pullman per l'aeroporto. Qui si riunivano alle altre due e partivano per la Spagna. Le mie ansie riguardo al loro viaggio sono condensate intorno alla serata di stasera e alla parola "monegros". Monegros dovrebbe essere il posto dove si terrà una specie di rave party, un raduno musicale che comincia alle due per finire domani alla stessa ora. Ci sarà la peggio gente, si ingeriranno le peggiori sostanze. La figlia mi ha detto che da lì non si telefona, che devo stare tranquilla, mi chiamerà quando farà ritorno a Barcellona. Era felice come una pasqua; leggerà pure Guerra e pace, ma il gusto della trasgressione non l'ha certo perduto. Un po' meno felice il figlio, che alla fine ha accettato il compromesso che gli avevo proposto: la ragazza al mare sì, ma solo nel week end insieme a noi, niente fidanzatini soli sotto l'ombrellone. L'alternativa c'è ed è partire in due con il sacco a pelo (al figlio questa è sembrata una proposta irricevibile). Lei è intimidita a morte da noi, risponde a monosillabi. Le ho annunciato che il nonno stasera la tempesterà di domande e che invece di parlare bofonchia: almeno sa cosa l'aspetta. L'assetto è questo, ora devo solo rilassarmi e prendere in mano un bel libro.

venerdì 18 luglio 2014

sogno perverso

una giornata di lavoro frenetica: il telefono che squilla, scadenze, documenti da scrivere, persone da incontrare. Non avere il tempo di prendere un caffè, saltare il pranzo, non accorgersi che è scesa la sera. Questo è il mio sogno perverso al momento.

una lettrice a Medellín

ogni mattina controllo gli ingressi al blog: i numeri sono sempre più o meno gli stessi, quattro gatti fedeli. Così fedeli i quattro, che dal blog posso seguirne gli spostamenti geografici. In questo periodo ho perso una lettrice dalla Svizzera e l'ho acquistata dalla Colombia. E' Maddalena che, mentre esplora un nuovo mondo, non manca di tenersi costantemente aggiornata sul vecchio dove dimora la sua più stanziale sorella.

giovedì 17 luglio 2014

l'altra donna

è tornato il figlio dall'America. Non sono andata a prenderlo in aeroporto, ho lasciato che lo portasse a casa il padre del suo amico. Alle cinque in punto sono schizzata via dal lavoro incurante del temporale in atto. Aprendo la porta, ho fatto un balzo indietro, non mi aspettavo di trovare sul divano del salotto il figlio e la fidanzata in un unico groviglio. Lui mi è venuto incontro, gli ho dato due baci, sono andata a cambiarmi i vestiti bagnati di pioggia e sono uscita di nuovo a fare la spesa. Lì per lì ci sono rimasta un po' male, non vedevo l'ora di parlare con lui. Al mio ritorno, la ragazza se n'è andata, il figlio è venuto in cucina e, mezzo intontito dal sonno, ha risposto con garbo al fuoco di fila delle mie domande. Alle sette era già cotto, gli si chiudevano gli occhi, lo teneva sveglio solo la fame. La sorella l'ha provocato, chiedendogli se intendeva portarsi al mare la fidanzata. Io ho detto, può venire  il week end, poi tu resti e lei torna con noi. Si è immusonito di colpo, ha detto allora io non vengo. Ha finito di mangiare senza dire una parola. Ora dorme. Da lontano sono più facili i figli.

L'Avversario

nella vita di Jean-Claude Romand c’è una fitta rete di amori e di affetti: una moglie che conosce da sempre, due figli piccoli, i vecchi genitori devoti, amici intimi, un’amante. Quello che manca nella vita di Romand è un lavoro, una fonte di guadagno. Capita a tanti, che magari il lavoro l’hanno perduto. Romand però un lavoro non l’ha mai avuto, così come non ha mai avuto una laurea, ma tutti lo conoscono come  un luminare in campo scientifico, un ricercatore all’Organizzazione Mondiale della Sanità a Ginevra. Nell’Avversario Emmanuel Carrère ricostruisce l’esistenza di Jean-Claude Romand che, posto alle strette dalle menzogne da lui stesso elaborate, il 9 gennaio 1993 uccide moglie e figli; elimina i propri genitori; dà fuoco alla villetta in un blando tentativo di suicidio; finisce per salvarsi e viene condannato all’ergastolo. Un’esistenza dannata che non poteva non attirare l’attenzione dello scrittore francese, bravissimo a indagare nei sentimenti altrui, nel decifrarne le scelte, soprattutto quelle estreme, apparentemente inspiegabili. Come ha fatto Romand a inventarsi un impegno studentesco che non ha mantenuto, una successiva carriera di grande prestigio, entrate economiche ingenti? Come ha fatto a non cedere mai all’impulso a confessare? Perché non si è ucciso e invece ha ucciso tutti quelli che amava? Come si sopravvive a questo peso mostruoso? Sul progetto di scrivere di Romand, Carrère ha molti ripensamenti: contatta il detenuto, accantona l’idea, vorrebbe usare la prima persona, oppure calarsi nei panni del suo amico più stretto... Alla fine opta per il proprio punto di vista, assiste al processo e va suoi luoghi abitati dall’uomo. Rievoca l’infanzia triste di Romand, dominata dalla depressione materna e dal desiderio di non pesare sui genitori; le svolte casuali (salta un esame di medicina perché lasciato dalla fidanzata, perde l’appello successivo e da allora finge di dare gli esami, mentre si limita a studiare e a frequentare la facoltà); l’abilità di truffatore (ha un’aria così seria e affidabile che parenti e amici non esitano a dargli i loro risparmi, convinti del suo talento nell’investirli, quando è in difficoltà dice di essere gravemente malato); i pasticci amorosi (si lega a un’amica divorziata, la riempie di regali, costringendosi a fare il triplo gioco). L’ultima incarnazione di Romand, non meno inquietante delle precedenti, è quella del detenuto modello, adorato dai volontari che prestano servizio in carcere. Sul pentimento di quest’uomo, sul suo credo religioso, così come sul resto delle sue imprese, Carrère non esprime giudizi, limitandosi a ricostruire i fatti e a raccogliere il parere di altri. Libro dopo libro si rafforza il mio amore per la scrittura di Carrère, per il suo particolare modo di muoversi tra realtà e immaginazione. Traduzione di Eliana Vicari Fabris, Adelphi 2013. 

martedì 15 luglio 2014

Odessa Star

quello che Fred, l’io narrante del romanzo Odessa Star, non sopporta: le donne brutte, i parenti pallosi, le anziane con deambulatore, le proprietarie di cani, i vecchi professori, i ragazzini down, le macchine Fiat. Non è che non li sopporta e basta: vorrebbe eliminarli e quando incontra il suo vecchio amico di scuola Max G., che da teppistello è diventato un delinquente d’alto bordo, i suoi sogni in molti casi diventano realtà. Quello che Fred ammira: le jeep costose, gli occhiali da sole costosi, le camicie costose, le donne costose. Max G. gli procura parecchio di questa roba. Herman Koch è un signore olandese di sessant’anni. I suoi libri più famosi sono Villetta con piscina e La cena.  Odessa Star, tradotto da Giorgio Testa e uscito nel 2003, è il suo esordio: si resta ipnotizzati dalla meschinità del protagonista, il cui unico obiettivo è conquistare l’ammirazione del figlio (un figlio né buono né cattivo, ma abbastanza perspicace da farsi qualche domanda sulle mosse paterne). Non so se nei romanzi successivi Koch abbia raggiunto l’obiettivo programmatico di scandalizzare il borghese, offrendogli un ritratto deformato in cui specchiarsi; qui la narrazione è dispersiva, non c’è una grande tenuta narrativa, solo una serie di trovate (per lo più di ispirazione cinematografica). Non credo che approfondirò la conoscenza di questo scrittore.  

lunedì 14 luglio 2014

non ci credo più

in piena notte, sveglissima, formulo il testo di una mail da mandare al tizio che da mesi mi tiene in ballo per la mia richiesta di andare a lavorare da loro. La mattina mando la mail e inaspettatamente ricevo subito una risposta. Parla degli impegni ha avuto nell’ultimo periodo, mi dà appuntamento all’ultima settimana di luglio per discutere del mio trasferimento, esprime una cauta fiducia nelle mie possibilità. Dovrei gioire. Perché sono convinta che questo appuntamento slitterà a settembre per poi svanire nel nulla? 

domenica 13 luglio 2014

piove

stanotte il temporale scuoteva la casa; le ragazze (mia figlia, l'amica) sono tornate a casa alle quattro: la scusa era quella di aspettare in un bar del paese che spiovesse. Alle nove sono andata a fare la spesa; la figlia resta qui fino a giovedì, con il frigo vuoto ha la scusa per mangiare schifezze. Nel ruolo di mamma premurosa ci ricasco ogni volta. Stanca del libro che sto leggendo (ha un abominevole protagonista e di abonimii si fa presto ad essere saturi), ho persino passato l'aspirapolvere e pulito i bagni. Il tempo di partire per Roma e sarà tutto zozzo di nuovo, ma almeno la casa ora non è da ispezione sanitaria. Se uscisse un raggio di sole tornerei in spiaggia con il kindle e proverei a sbarazzarmi del cattivo olandese e delle sue azioni meschine.

sabato 12 luglio 2014

insofferenza

quando la figlia era piccola prendermi cura di lei e delle sue amiche al mare non mi pesava: era normale fare la spesa, preparare loro da mangiare, sciacquare i costumi, togliere la sabbia acculmulata nei letti e per terra. Ora che sono delle quasi diciannovenni mi pesa eccome: non alzano un dito per aiutare e in compenso si prendono tutto, il lettino, il pareo sopra il lettino, la crema solare, l'asciugamano per fare la doccia (ogni giorno uno diverso), si svegliano all'una, lasciano piatti e bicchieri se va bene nel lavandino. Che c'hai ma', sei nervosa, chiede serafica la figlia. Non sono nervosa, di più. E il figlio da New York mi ha annunciato che intende venire al mare con la fidanzata, un'altra abituata a farsi servire. Urge un cambiamento di strategia.

I Middlestein

"Il cibo era un luogo meraviglioso per nascondersi". Per arrivare a questa conclusione riguardo all'ossessione della sua ex moglie Edie per il mangiare, Richard deve passarne di sventure. E sventurati e feriti sono un po' tutti i Middlestein: Edie, che nonostante sia una donna forte, sensibile, intelligente, e molto amata si lascia morire di abbuffata in abbuffata; i suoi due figli Robin e Benny, la prima con l'inclinazione al bere, il secondo con il bisogno di una canna serale per scacciare i brutti pensieri; e i due gemelli di Benny, Josh e Emily, che a tredici anni cominciano a capire quanto sia faticoso e incomprensibile il mondo degli adulti. Il contraltare di Edie, che non programma nulla, se non il suo prossimo banchetto, la sua prossima incursione in frigorifero, si lascia licenziare dallo studio di avvocati in cui lavora con successo, ed esaspera il marito, finché questo non la lascia dopo trent'anni di matrimonio, è la nuora Rachelle, perfetta padrona di casa, magra, curata, oltranzista delle verdure: un'altra donna irrisolta, faticosissima per chi le sta accanto. È un gran bel libro, I Middlestein di Jamie Attenberg: affronta un tema delicato come l'obesità patologica e non cerca colpevoli, non sposa tesi precostituite. Racconta una famiglia ebrea di Chicago, le sue contraddizioni, i suoi sviluppi (sono molto belli e terribilmente inquietanti gli squarci che l'autrice apre sul futuro dei suoi personaggi, per cui sappiamo chi si allontanerà da chi, chi troverà pace, chi resterà solo). Limpido, efficace, ironico: lo stile di Attenberg avvince il lettore e il libro finisce troppo presto (facevo il tifo contro il mio kindle: no, non può essere che mi restino solo dieci minuti). Giuntina, traduzione di Rosanella Volponi.

venerdì 11 luglio 2014

l'assalto al treno

raggiungo la stazione con largo anticipo. Sul tabellone luminoso non ci sono indicazioni sul binario del regionale per Napoli. C'è parecchia folla. Venti minuti prima della partenza del mio treno, viene annunciato un arrivo da Napoli al binario sedici. Improvvisamente la stazione è travolta da un'onda umana: sembra che tutti corrano nella stessa direzione. Li seguo e, all'arrivo del treno (per fortuna vuoto), vengo sospinta su per la scaletta e riesco ad aggiudicarmi uno degli ultimi posti a sedere. Uno straniero, arrivato come me con largo anticipo, non aveva oggi nessuna possibilità sedersi su questo treno; da noi vige l'assalto alla diligenza, tanto peggio per gli ignari turisti.

La caduta

“Sono solo il padre di Tito”, così Diogo Mainardi sintetizza il senso del suo libro La caduta e insieme il senso della sua vita dal momento della nascita del figlio. Tito nasce il 30 settembre 2000; a Venezia perché a Diogo piace molto il palazzo della Scuola Grande di San Marco che ospita l’ospedale cittadino. L’attrazione per quell’edificio di grande bellezza mette a tacere le preoccupazioni per la cattiva fama dei medici che ci lavorano. Le prime pagine del libro ruotano intorno a questa scelta dettata da criteri estetici, che a posteriori si rivela tragicamente sbagliata. La dottoressa che prende in carico il parto fa una serie di errori e a causa di questi Tito subisce una paralisi cerebrale: camminerà male, afferrerà male, parlerà male. Il desiderio di esprimere il proprio  amore per Tito, per il ragazzo volenteroso e allegro che è (le foto che accompagnano lo scritto ce lo presentano sempre con un contagioso sorriso), si accompagna a un’ampia riflessione su abilità e disabilità che spazia dalla storia dell’arte, alla letteratura (Leopardi l’autore più citato, ma non mancano Proust, Dante, Joyce e tanti altri), alla storia (in particolare Mainardi si sofferma sulla spaventosa pratica hitleriana dell’eliminazione degli invalidi), al cinema, alla musica, ai fumetti, ai videogiochi. Un originale e potente ritratto di paternità, capace di mescolare echi culturali e vita quotidiana: possiamo fare errori in nome della cultura ma è la cultura a fornirci il migliore strumento di interpretazione del nostro vissuto. Mainardi è brasiliano, il testo è stato tradotto da Tiziano Scarpa per Einaudi.

In Another Country

di film coreani ne conosco diversi, ma nessuno mi ha divertito come In Another Country di Hong Sang-soo. L’occasione per vederlo è stata la rassegna della cinematografia di Isabelle Huppert organizzata in questi giorni a Villa Medici (prima della visione all’aperto c’è stata una visita guidata ai magnifici giardini dell’Accademia di Francia). Huppert ha presentato il film in un italiano buffo e incisivo: il regista coreano con cui si era incontrata ad un festival le ha detto che gli sarebbe piaciuto lavorare con lei, ha scelto una località balneare, e poi le ha cucito addosso tre personaggi. La cornice del film è costituita da una ragazza, costretta da debiti contratti dallo zio, a gestire con la madre una pensioncina a pochi metri da una spiaggia. Non sapendo come intrattenersi la ragazza scrive tre sceneggiature, la cui protagonista è sempre una donna francese. Huppert compare in scena la prima volta nei panni di una regista, la seconda in quelli della moglie fedifraga di un dirigente d’azienda, la terza in quelli di una donna lasciata dal marito. Intorno a queste diverse figure (l’attrice dona a ognuna una personalità tutta sua) si aggirano tre personaggi: un regista coreano che ama bere e corteggiare le donne, la sua bizzosa moglie incintissima e un atletico bagnino pieno di entusiasmo. Attraverso l’interazione tra le tre Anne e le persone che incontra sul posto, Hong Sang-soo mette in luce le dinamiche paradossali del rapporto uomo-donna e l’attrazione della sua gente per l’esotismo rappresentato da una straniera. Bel film, grandissima spiritosissima interprete.   

giovedì 10 luglio 2014

Criminali

di Djian avevo letto “Oh..”. e mi ero abbastanza divertita. Se lì l’umore dell'autore era nero, qui è grigio, depresso, e il girare a vuoto dei personaggi è più accentuato. Francis, la sua donna Elisabeth, suo figlio Patrick, il padre invalido, i loro amici sono tutti alla deriva. Spaventati dalla vecchiaia, si attaccano al sesso. Parlano, parlano, parlano. I dialoghi sono il punto di forza di Djian: molto realistici, molto francesi. Quanto si può parlare senza avere nulla da dire. Da Voland, nella traduzione di Daniele Petruccioli.

mercoledì 9 luglio 2014

Ninotchka

al cinema Eden di Roma c’è la rassegna Il cinema ritrovato, Classici restaurati in prima visione. Si vedono delle gran belle cose, come Ninotchka del 1939. Lo sfondo è quello della Guerra Fredda, ma è senza tempo il tema dell’attrazione tra un uomo e una donna divisi da steccati ideologici. Greta Garbo è una rigidissima ispettrice mandata dall’Urss a Parigi. I tre russi incaricati di vendere preziosi gioielli per rimpinguare le casse del popolo si stanno dando alla bella vita; lei dovrebbe fare chiarezza nel loro comportamento ed eventualmente mandarli in Siberia. Il caso vuole che s’imbatta nel conte Léon, un esemplare umano a lei sconosciuto: galante, infingardo, affascinante, spiritoso, gaudente. Ernst Lubitsch costruisce la sua commedia sullo scontro tra i due caratteri, la paladina del proletariato e il nobile amante dei piaceri; se ridicolizza le asprezze sovietiche, non manca di sottolineare le contraddizioni del capitalismo. Il concetto è che la vita va vissuta momento per momento, apprezzandone i momenti migliori, che siano il panorama notturno dalla Torre Eiffel, una risata fragorosa, una coppa di champagne, una omelette divisa con amici fidati. Che garbo, che leggerezza.

dolori post maturità

archiviato l’esame di maturità e il sollievo per avercela fatta, la figlia è caduta in preda a una grande inquietudine. Fisicamente si sente provata: ogni giorno tira fuori un sintomo diverso: mal di pancia, mal di schiena, mestruazioni dolorose, ma è soprattutto molto nervosa. Non ha le idee chiare sul suo futuro. Dice che s’iscriverà a Economia a Roma Tre, poi dice, mi fa schifo economia, la faccio per far contento papà. Dice che le piace il cinema, che vorrebbe studiare qualcosa di legato a questo, ma non s’informa, non chiede in giro, non cerca su internet.  Dice che non vorrebbe studiare, solo leggere e fare quello che le pare: le ci vorrebbe un marito ricco, ma anche su questo terreno non mi pare s’impegni in alcun modo. Per me è più impegnativa ora di quando era sotto esame, cerco di distrarla, intrattenerla, farla ridere sui suoi mali. Il 19 prende il volo per la Spagna; forse doveva partire prima e stare fuori più a lungo.     

martedì 8 luglio 2014

Giornate tranquille

“Qui ogni persona è una storia, una storia che nessuno vuole raccontare e nessuno vuole ascoltare”. Siamo in un quartiere periferico di Tel Aviv, la protagonista, Lèale, lavora nel negozio di parrucchiere di Zaytshik. Suo marito era sarto, lei è rimasta vedova con un figlio a ventitré anni e da allora fa le mani alle donne del posto. Si chiacchiera molto dal parrucchiere, ma l’atmosfera evocata da Lizzie Doron in Giornate tranquille (traduzione di Anna Linda Callow, Giuntina) è tutt’altro che spensierata. A partire dal gentilissimo proprietario, tutti quelli che frequentano il negozio sono sopravvissuti all’Olocausto. Ognuno sceglie la sua strategia per dimenticare: Zaytshik cerca di cancellare il numero impresso sul braccio; Tanya discute della sua spaventosa esperienza nel lager con il suo cane Rexy; Ida, l’estetista non fa che sognare la morte e il ricongiungimento con i suoi cari. Giornate tranquille è un libro spiazzante, che non offre al lettore la scorciatoia dell’identificazione con le vittime;  la scrittrice israeliana affida il racconto a un’antieroina. Lèale, che non ha mai conosciuto i suoi genitori, e dell’infanzia ricorda solo la buca in cui stava nascosta prima di finire in orfanatrofio e poi in kibbutz, è una donna fragile e caparbia, con scarsa presa sulla realtà. Passa trent’anni a fantasticare sul suo datore di lavoro, il parrucchiere, rifiutando di prendere in considerazione l’omosessualità di questo (al figlio che affronta l’argomento ribatte, queste cose succedono in America non da noi); detesta la nuora americana e aspetta che il proprio pargolo la lasci a New York e torni a casa; non fa che sognare matrimoni tra le persone che ama. Finito il romanzo, quell’angolo di Tel Aviv, con la bottega, il cimitero, le stradine animate, ci sembra di conoscerlo da sempre, avendone assorbito la stralunata atmosfera.

Chiamate la levatrice in tv

in italiano l’hanno chiamata L’amore e la vita (brrr) e la trasmettono su Rete Quattro: due ragioni per cui una serie inglese di grande valore come Call the Midwife, prodotta da Sam Mendes per la Bbc e scritta da Heidi Thomas rischia di passare inosservata. Avendo letto Chiamate la levatrice di Jennifer Worth, pubblicato da Sellerio (ne ho parlato qui), non me la sono lasciata sfuggire. La prima puntata è andata in onda domenica, la prossima sarà di lunedì (tanto per facilitare il pubblico che deve fare la caccia al tesoro nei palinsesti). Nel trattamento televisivo ho ritrovato lo spirito del libro: la ricostruzione di un mondo femminile fatto di innumerevoli gravidanze, abbrutimento, violenza, ma anche di slanci di abnegazione, di momenti sorprendenti e divertenti. Le suore in bicicletta, la miseria della Londra dei Docks, i panni stesi lungo la via e in primo piano le storie della quindicenne a cui il prete toglie la bambina per darla in adozione; della spagnola che non comunica con il marito se con gli sguardi e il sesso; della nonna che ha un parto podalico in casa durante la festa di matrimonio della figlia. Perché non sulla Rai e perché non in versione originale sottotitolata? 

stroncatura preventiva

non si stronca un libro senza averlo letto, così come non lo si loda senza averlo letto: per me più che una regola è un imperativo. Oggi faccio un'eccezione. Mi è arrivato il comunicato stampa di Figuracce, una raccolta di racconti di otto scrittori italiani (quelli che vanno per la maggiore: il promotore è Ammanniti, ma poi ci sono Piccolo, Giordano, la Stancanelli, Raimo, De Silva, Trevi, Pascale) pubblicata da Einaudi. Ognuno di loro si cimenta con una figuraccia; lo spunto - si legge nel comunicato stampa - è stata una serata tra amici, in cui si era bevuto troppo e ci si era aperti su questo tema. Bevete e raccontatevi tutto, ma per piacere non raccontatelo pubblicamente, non spacciate per libro il vostro giochino, più adatto a una rivista da parrucchiere che a una casa editrice dalla storia gloriosa. Alle porte di casa nostra l'Isis schiera le truppe, il califfato prepara l'attacco su Roma; in Israele un ragazzino palestinese viene massacrato e bruciato vivo: quelli che passano per gli intellettuali italiani non hanno di meglio da fare che soffermarsi a turno su una loro minuscola défaillance. Avevo appena finito di fare queste considerazioni, quando mi è arrivata una mail: facciamo un'intervistina su questo libro? In Patagonia, in Patagonia.

lunedì 7 luglio 2014

La gelosia

è difficile vedere sullo schermo un esercizio così smaccatamente narcisista e autorefenziale come il film La gelosia di Philippe Garrel (e colpisce che ci troviamo di fronte a un film scritto e diretto dal padre e interpretato dal figlio Louis). La prima sequenza ci mostra una giovane donna bionda che piange. Il suo compagno l’ha lasciata. Nella scena finale è il compagno, Louis a piangere perché a sua volta è stato lasciato. Louis fa l’attore in teatro e anche quando non è sulla scena sembra recitare un copione. Non può fare a meno  di dichiarare ripetutamente ed enfaticamente alla sua Claudia (Anna Mouglalis) di amarla, però non può neppure vietarsi di flirtare con tutte le altre donne, con l’attrice che recita al suo fianco, con la sconosciuta che siede accanto a lui al cinema. Claudia a sua volta non ha chiari  i suoi obiettivi: combatte la gelosia nei confronti del suo uomo rimorchiando tipi loschi nei bar, detesta il monolocale in cui vive, non lavora, finisce per diventare l’amante di un architetto che le assicura degli agi. L’unica con un po’ di sale in zucca appare la figlia di Louis, che si diverte a osservare i drammi amorosi del padre come i movimenti di un gorilla allo zoo. Peccato che un pessimo doppiaggio abbia dotato lei di una voce leziosa e non sia stato più clemente con gli altri, accentuando la debolezza del copione. Prima di vedere questo film di Louis Garrel ero un po’ innamorata; le pose studiate, le espressioni corrucciate che assume qui, mi hanno disamorato.  

domenica 6 luglio 2014

gruppo di lavoro con figli

Francesco e i suoi li ho visti già venerdì. Erano in albergo dall'inizio settimana e avevano molta voglia di scambiare due chiacchiere. Sabato mattina alle dieci è arrivato Enrico con la moglie e i due bambini, e a mezzogiorno Giulia con il figlio Davide e Federica. Ci vediamo quasi ogni giorno al lavoro ed è stato bello cambiare scenario e trovarci circondati di prole tra la sabbia e il mare. In spiaggia questo week end c'era talmente tanta gente che il nostro gruppazzo non dava più fastidio di tanto. I bambini sembravano impazziti di gioia: hanno subito socializzato tra loro e non ne volevano sapere di uscire dall'acqua. La sera cena in giardino e poi via con biliardino e ping pong (a un certo punto anche mia figlia si è degnata di giocare con i piccoletti). Tra noi abbiamo parlato parlato: due giorni interi senza prendere in mano il kindle. Ci farà impressione domani ritrovarci alle scrivanie.

tamerice


venerdì 4 luglio 2014

in treno con la figlia

stiamo partendo. Per ora è tutta una trattativa: andiamo in macchina, guido io,  (sulla scelta del treno mi sono impuntata); non mi svegliare prima delle nove (ieri è crollata prestissimo e stamattina alle sette era un grillo); mi compri un panino da mac che non ho fatto colazione, o almeno una pizzetta appena arriviamo; stasera mi porti al ristorante, poi esco e torno all'ora che voglio. Felice di questa vacanzina di quattro giorni (due di isolamento con la figlia, poi da sabato un bagno di socialità con il mio gruppetto rai che mi raggiunge con figli). Un primo vero  assaggio d'estate.

Istruzioni per un'ondata di caldo

fa caldo a Londra, un caldo anomalo, soffocante, esasperante. È il luglio del 1976 e un tranquillo pensionato esce di casa una mattina per comprare il giornale, ma a casa non torna. La moglie Grace chiama i figli e loro la raggiungono; anche Aoife che vive a New York e che non si fa mai sentire. Maggie O'Farrell ci conduce attraverso le vite complicate del primogenito, Michael Francis (voleva fare la carriera accademica, ha messo incinta la sua ragazza, ora insegna a scuola, ha due figli e con la moglie non si capiscono più), della secondogenita, Monica (la preferita dei genitori, sempre impeccabile; si è sposata due volte e le figlie del marito non la possono vedere), di Aoife, la più giovane, la figlia "difficile", la ribelle (scopriremo che una grave dislessia non diagnosticata ha rischiato di rovinarle la vita). Ogni tanto ci vuole un romanzo così: fatti familiari ben raccontati, segreti e bugie che vengono alla luce a distanza di tempo, affetti che riemergono sotto la polvere di rancori consolidati. Le scrittrici irlandesi sono maestre nell'arte di raccontare questo tipo di storie e Maggie O'Farrell non fa eccezione alla regola. Traduzione di Valeria Bastia, editore Guanda.

mercoledì 2 luglio 2014

Romanzo naturale

narratore dispettoso, Gospodinov rifiuta categoricamente di dare al lettore quello che il lettore vorrebbe da lui. Se in Fisica della malinconia racconta meravigliosi episodi di un’infanzia bulgara per poi muoversi in altre direzioni, al centro del suo libro precedente, Romanzo naturale, c’è la crisi di un matrimonio durato sette anni, c’è una moglie incinta di un altro, c’è un marito che va via di casa dolente: pagine di grande intensità, frammenti di Racconto. Il perché di questa scelta lo spiega lo stesso Gospodinov: “il romanzo ideale è quello in cui il filo conduttore fra i differenti episodi è una mosca che svolazza”. Interessanti e divertenti le divagazioni sui cessi e sull’espunzione dei bisogni corporali dalla letteratura e dal cinema, ma verrà il giorno in cui Gospodinov affronterà una storia senza sentire il bisogno di prenderne le distanze? Romanzo naturale è uscito ora in edizione economica da Voland, la traduzione è di Daniela Di Sora e Irina Stoilova.

in volo per New York

la capogruppo ha criticato la valigia di mio figlio, troppo piccola per i suoi gusti, riuscirai a cambiarti, gli ha detto? Al telefono dall’aeroporto, in attesa del primo volo per Zurigo, lui era tutto contento. Gli ho raccomandato, tu Rocco e Tommaso non fate i bulli romani con i ragazzi di Bari. Mi ha risposto, lo stiamo già facendo. Ieri ha passato (senza un errore, ne era fierissimo) l’esame per la patente, a diciotto anni dovrà fare solo la prova pratica. Voleva essere festeggiato e due cannoli gliel’ho comprati, ma questa patente che lo abilita a guidare una moto più grande non mi entusiasma per niente. Su whatsapp si è costituito un gruppo denominato the American Parents: è un continuo di foto (prima di salire sull’aereo, sull’aereo) , incoraggiamenti, saluti. Così New York è più vicina e siamo tutti in contatto. Non era meglio quando era lontana?

martedì 1 luglio 2014

la paglia gialla


persa

via Napoleone III è una parallela di via Giolitti, basta uscire sul lato sinistro della stazione Termini e ci si arriva. Oggi avevo lì appuntamento a mezzogiorno con lo scrittore Gospodinov per un'intervista. Ho studiato l'itinerario, ma come al solito non so orientarmi sulle mappe. Ho preso la metropolitana, sono arrivata in stazione e alle undici e mezza mi sono ritrovata in via Torino all'angolo con via Nazionale, sudata trafelata confusa. Non sapevo più dove andare, non avevo voglia di chiedere indicazioni ai passanti per paura di aumentare la mia confusione. Ho avuto un lampo di genio: ho chiamato Antonella. Antonella non guida, non sa neanche lei perché, ma conosce le strade di Roma molto meglio di un gps. E' bastato parlare con lei per riprendere la strada giusta e non mi ha neanche insultato come avrebbe fatto mio marito. (Gospodinov è un bell'uomo simpatico dalla faccia bulgara che più bulgara non si potrebbe, parla con calore; valeva la pena di perdersi per fare quest'intervista.)