martedì 8 luglio 2014

Giornate tranquille

“Qui ogni persona è una storia, una storia che nessuno vuole raccontare e nessuno vuole ascoltare”. Siamo in un quartiere periferico di Tel Aviv, la protagonista, Lèale, lavora nel negozio di parrucchiere di Zaytshik. Suo marito era sarto, lei è rimasta vedova con un figlio a ventitré anni e da allora fa le mani alle donne del posto. Si chiacchiera molto dal parrucchiere, ma l’atmosfera evocata da Lizzie Doron in Giornate tranquille (traduzione di Anna Linda Callow, Giuntina) è tutt’altro che spensierata. A partire dal gentilissimo proprietario, tutti quelli che frequentano il negozio sono sopravvissuti all’Olocausto. Ognuno sceglie la sua strategia per dimenticare: Zaytshik cerca di cancellare il numero impresso sul braccio; Tanya discute della sua spaventosa esperienza nel lager con il suo cane Rexy; Ida, l’estetista non fa che sognare la morte e il ricongiungimento con i suoi cari. Giornate tranquille è un libro spiazzante, che non offre al lettore la scorciatoia dell’identificazione con le vittime;  la scrittrice israeliana affida il racconto a un’antieroina. Lèale, che non ha mai conosciuto i suoi genitori, e dell’infanzia ricorda solo la buca in cui stava nascosta prima di finire in orfanatrofio e poi in kibbutz, è una donna fragile e caparbia, con scarsa presa sulla realtà. Passa trent’anni a fantasticare sul suo datore di lavoro, il parrucchiere, rifiutando di prendere in considerazione l’omosessualità di questo (al figlio che affronta l’argomento ribatte, queste cose succedono in America non da noi); detesta la nuora americana e aspetta che il proprio pargolo la lasci a New York e torni a casa; non fa che sognare matrimoni tra le persone che ama. Finito il romanzo, quell’angolo di Tel Aviv, con la bottega, il cimitero, le stradine animate, ci sembra di conoscerlo da sempre, avendone assorbito la stralunata atmosfera.

Nessun commento: