giovedì 17 luglio 2014

L'Avversario

nella vita di Jean-Claude Romand c’è una fitta rete di amori e di affetti: una moglie che conosce da sempre, due figli piccoli, i vecchi genitori devoti, amici intimi, un’amante. Quello che manca nella vita di Romand è un lavoro, una fonte di guadagno. Capita a tanti, che magari il lavoro l’hanno perduto. Romand però un lavoro non l’ha mai avuto, così come non ha mai avuto una laurea, ma tutti lo conoscono come  un luminare in campo scientifico, un ricercatore all’Organizzazione Mondiale della Sanità a Ginevra. Nell’Avversario Emmanuel Carrère ricostruisce l’esistenza di Jean-Claude Romand che, posto alle strette dalle menzogne da lui stesso elaborate, il 9 gennaio 1993 uccide moglie e figli; elimina i propri genitori; dà fuoco alla villetta in un blando tentativo di suicidio; finisce per salvarsi e viene condannato all’ergastolo. Un’esistenza dannata che non poteva non attirare l’attenzione dello scrittore francese, bravissimo a indagare nei sentimenti altrui, nel decifrarne le scelte, soprattutto quelle estreme, apparentemente inspiegabili. Come ha fatto Romand a inventarsi un impegno studentesco che non ha mantenuto, una successiva carriera di grande prestigio, entrate economiche ingenti? Come ha fatto a non cedere mai all’impulso a confessare? Perché non si è ucciso e invece ha ucciso tutti quelli che amava? Come si sopravvive a questo peso mostruoso? Sul progetto di scrivere di Romand, Carrère ha molti ripensamenti: contatta il detenuto, accantona l’idea, vorrebbe usare la prima persona, oppure calarsi nei panni del suo amico più stretto... Alla fine opta per il proprio punto di vista, assiste al processo e va suoi luoghi abitati dall’uomo. Rievoca l’infanzia triste di Romand, dominata dalla depressione materna e dal desiderio di non pesare sui genitori; le svolte casuali (salta un esame di medicina perché lasciato dalla fidanzata, perde l’appello successivo e da allora finge di dare gli esami, mentre si limita a studiare e a frequentare la facoltà); l’abilità di truffatore (ha un’aria così seria e affidabile che parenti e amici non esitano a dargli i loro risparmi, convinti del suo talento nell’investirli, quando è in difficoltà dice di essere gravemente malato); i pasticci amorosi (si lega a un’amica divorziata, la riempie di regali, costringendosi a fare il triplo gioco). L’ultima incarnazione di Romand, non meno inquietante delle precedenti, è quella del detenuto modello, adorato dai volontari che prestano servizio in carcere. Sul pentimento di quest’uomo, sul suo credo religioso, così come sul resto delle sue imprese, Carrère non esprime giudizi, limitandosi a ricostruire i fatti e a raccogliere il parere di altri. Libro dopo libro si rafforza il mio amore per la scrittura di Carrère, per il suo particolare modo di muoversi tra realtà e immaginazione. Traduzione di Eliana Vicari Fabris, Adelphi 2013. 

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