venerdì 19 settembre 2014

Anime nere

l’inizio è da film d’azione: vediamo brutti ceffi in una metropoli sull’acqua, un passaggio di soldi, degli uomini caricati in velocità su un gommone, una trattativa in una mega barca tra un boss latinoamericano e un boss italiano che si esprime in uno spagnolo perfetto. C’è tensione, si capisce che sta per succedere qualcosa di brutto. L’attenzione si sposta rapidamente in Calabria, la terra da cui viene il boss (e le inquadrature calabresi, quella della spiaggia di sassi con sopra le capre e quella del paese semi abbandonato in Aspromonte con case distrutte dal tempo e altre costruite a metà sono l’aspetto più suggestivo del film). Tre fratelli, tre diversi atteggiamenti nei confronti della malavita che ha portato via loro il padre quando erano ancora bambini. Il più grande, Luciano, si dedica agli animali e ai campi e soffre perché il figlio Leo ama solo sparare; il terzo Luigi, il più espansivo e vitale, è il boss poliglotta che abbiamo incontrato in apertura; il secondo, Rocco, vive una vita borghese, usufruisce dei traffici illeciti, ma cerca di sporcarsi le mani il meno possibile. E’ il giovane Leo a innescare la tragedia: sfida il capoclan locale per farsi bello agli occhi dello zio Luigi. Questo ritorna in paese, tronfio dei propri successi internazionali, della propria ricchezza: sarà una carneficina, basata sul nulla: gli uomini si uccidono tra loro, le donne piangono e alla fine le capre tornano sulla spiaggia deserta. E’ tutto il contrario di un film d’azione Anime nere: la faida familiare si svolge sotto i nostri occhi con tempi lunghissimi. Ognuno recita la sua parte, quella che gli è capitata in sorte; manca lo scarto, la sorpresa, il coinvolgimento emotivo dello spettatore. Interessante, ma faticoso, molto faticoso a fine giornata.

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