sabato 27 settembre 2014

Chiamate da Amsterdam

in un'ottantina di pagine appena, lo scrittore messicano Juan Villoro sintetizza la sensazione comune a tutti gli amanti di non conoscere fino in fondo l'oggetto del loro amore. La sua è una scrittura potente, ironica, evocativa. Juan Jesus e Nuria erano stati sposati dieci anni e il momento più felice della loro vita coniugale era stato la vigilia della partenza dal Messico per Amsterdam. Lei guadagnava molto più di lui, ma non aveva esitato a rinunciare al suo prestigioso incarico di direttrice di riviste per seguirlo in Olanda, dove Juan aveva una borsa di studio. Nella casa spoglia di tutto, liberi da impegni, i due avevano sperimentato una grande euforia. Ma il padre di Nuria, un potente senatore, si era ammalato di leucemia; lei era disperata all'idea di lasciarlo; Juan aveva annullato la partenza e rifatto il trasloco. La lunga malattia del suocero, la dedizione di Nuria avevano allontanato la coppia, il matrimonio era finito in divorzio, lei era partita per New York. Quando Juan Jesus viene a sapere che Nuria è tornata, la chiama al telefono Sceglie una cabina di fronte alla casa di lei. Non si capiscono bene, lei crede che lui sia ad Amsterdam, gli parla con affetto. Queste paradossali telefonate (lui che la vede da sotto alla finestra, lei che lo immagina nel luogo in cui avevano desiderato trasferirsi), li avvicinano di nuovo, anche se in un modo strano, pieno di omissioni. Finché un giorno, lui non sale a casa sua... Traduzione di Enrico Passoni, Ponte alle Grazie.

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