venerdì 31 ottobre 2014

senza tv

come sto bene senza tv! senza l'obbligo di sapere cosa va in onda, chi conduce, di che si dibatte! come ho fatto a resistere cinque anni in un programma che parlava solo di televisione? la domanda è: perché non me ne sono andata via prima?

bacca là


giovedì 30 ottobre 2014

Giuda

basta leggere le prime cinque pagine di Giuda, il romanzo di Amos Oz appena uscito in italiano da Feltrinelli nella traduzione di Elena Loewenthal, per essere catapultati nel libro insieme al suo precipitoso protagonista. Così Oz descrive Shemuel: “Era un ragazzo corpulento, barbuto, sui venticinque anni, timido, sensibile, socialista, asmatico, propenso tanto all’entusiasmo quanto alla precoce delusione”, un uomo “dalla lacrima facile”. Incontriamo Shemuel in un momento di crisi profonda: la ragazza lo ha lasciato per sposare l’affidabile ex fidanzato,  il  padre non può più pagare i suoi studi universitari. Il giovane sta andando via da Gerusalemme quando vede un annuncio: si cerca uno studente che faccia compagnia a un vecchio signore, si forniscono vitto alloggio e un piccolo compenso. Così comincia la convivenza di Shemuel con  Gershom Wald, un coltissimo anziano dalla “bruttezza accattivante”. Insieme a Gershom vive Atalia, una fascinosa  e brusca quarantacinquenne. Siamo a cavallo tra il 1959 e il 1960 e oltre a interrogarsi sul mistero che nascondono i suoi coinquilini, Shemuel si arrovella sulla figura di Giuda, su cui voleva scrivere la sua tesi di laurea. Il tradimento, o meglio, il presunto tradimento è uno dei  temi centrali del libro: come Giuda, secondo Shemuel non ha consegnato Gesù ai suoi nemici, bensì ha insistito perché andasse sulla croce per eccesso di fede (sicuro di un mirabolante miracolo voleva che tutti assistessero alla sua vittoria sulla morte), così il padre di Atalia, Shaltiel Abrabanel , emarginato da tutti per la sua teoria della pacifica convivenza con gli arabi e la sua avversità alla politica aggressiva di Israele, è rimasto un profeta inascoltato. Oz riesce in questo splendido romanzo a raccontare una storia intima, quella dell’attrazione di Shemuel per Atalia e per Gershom, che nel breve arco di tre mesi diventano per lui la famiglia che ha sempre sognato (con i suoi non è mai andato d’accordo, pur in assenza di veri motivi, e le accorate lettere che gli scrivono il padre e la sorella stanno lì a dimostrarlo) e a inquadrarla nel contesto della storia di Israele, del sangue di cui gronda e gronderà ancora. E’ Oz ma sembra Yehoshua. Imperdibile.

mercoledì 29 ottobre 2014

i due direttori

oggi ho intervistato il direttore della biblioteca nazionale di Roma. Più o meno venti anni fa avevo intervistato quello che era allora il direttore della biblioteca nazionale di Roma. Oggi sono andata con un operatore e un fonico e a chiederci l'intervista è stato lo stesso ufficio stampa della biblioteca per lanciare le nuove idee del direttore appena insediato. Venti anni fa ero sola con un foglio e una penna in mano: avevo proposto al giornale L'Unità diretto da Veltroni un'inchiesta sulla Nazionale, avendo ancora fresco il ricordo dei giorni passati a studiare per la tesi in quell'ambiente buio e inospitale che faceva pensare più alla stazione Termini che a un luogo di apprendimento. Il direttore dell'epoca mi aveva parlato per oltre un'ora dei problemi della biblioteca e l'articolo che avevo scritto non era mai uscito sul giornale: dubito che il responsabile delle pagine culturali a cui l'avevo proposto l'avesse letto, semplicemente non era interessato alla mia collaborazione: non ero amica sua, ero una sconosciuta qualunque. Il direttore attuale, pur a disagio di fronte alla telecamera, è stato chiaro e sintetico, ha parlato dei suoi propositi, sorvolando sui disservizi. La biblioteca è migliorata tantissimo: ora appare come un posto moderno e accogliente. Il video che abbiamo realizzato domani sarà on line sul portale. Questi venti anni non sono passati invano per la biblioteca e per me.

16 ottobre 1943

16 ottobre 1943 l'avevo comprato e letto tempo fa senza prestargli la giusta attenzione. È uno di quei libri per i quali la parola capolavoro non rappresenta un'esagerazione. Scritta a caldo, un anno dopo la deportazione degli ebrei dal Ghetto di Roma, la sintetica narrazione di Giacomo Debenedetti ci fa sentire i rumori della notte che precedette la retata, le voci dei deportati, di quelli che assistettero impotenti alla deportazione, di chi intervenne e salvò delle vite. Il testo è costruito in modo perfetto, come una tragedia greca: da una parte ci sono le vittime inermi, gli ebrei che restarono tranquilli in casa, dopo aver pagato il tributo d'oro ai tedeschi, e non diedero ascolto alla donna scarmigliata che urlava loro di scappare perché aveva visto la lista di nomi, dall'altra i tedeschi mandati a prenderli: metodici, indifferenti al punto da scegliere con i camion pieni di gente da mandare al macello il percorso più lungo per godersi la vista dei monumenti di Roma. Oggi ho intervistato il figlio di Giacomo, Antonio, su 16 ottobre 1943. Mi ha raccontato di averlo letto con fatica e anni dopo la sua pubblicazione: gli faceva troppo male confrontarsi con un destino che avrebbe potuto colpirlo se non fosse scappato, mi ha citato la pagina in cui una donna si ferma a vestire la bambina e così condanna a morte se stessa e la figlia. Ha detto che suo padre ha abbandonato in questo libro lo stile ricercato, estetizzante che lo caratterizzava per dar spazio alla commozione. Se non lo avete letto, leggetelo.

martedì 28 ottobre 2014

fiacchissima

in balia di un raffreddore che non si decide a scoppiare sul serio, mi trascino al lavoro. Il primo pensiero è annullare gli impegni che posso annullare (che poi sono quelli a cui terrei di più): niente Wenders al cinema con Giulia, niente intervista alla scrittrice persiana Goli Taraghi. Mi concentro sulla puntata scienza e letteratura e insieme ai dubbi quasi mi sale la febbre; rileggo 16 ottobre 1943 di Giacomo Debenedetti per un servizio che giro domani alla Nazionale di Roma. Esco barcollando dalla rai e in macchina mi inseguono telefonate della redazione: vogliono sapere quando entro al montaggio (ma non ho ancora intervistato il mio secondo interlocutore!). Fiacchissima mi butto in poltrona. Forse stamattina alle sette e mezza la palestra avrei potuto risparmiarmela.

vaso


lunedì 27 ottobre 2014

come essere felici

Armando Massarenti ha scritto Istruzioni per rendersi felici (Guanda). L'intervista in cui parla del libro su Rai Letteratura si chiude con "la formula generale della felicità": "che io sia abbastanza paziente per poter accettare le cose che non si possono cambiare, che io possa essere abbastanza forte e coraggioso per cambiare le cose che possono essere cambiate, che io abbia l'intelligenza per saper distinguere le une dalle altre". Bella, difficile.

piccione


domenica 26 ottobre 2014

Boyhood


è stato il week end dei film lunghi: se quello di ieri durava tre ore e un quarto, anche quello di oggi, con le sue due ore e quaranta non scherzava. Con la figlia siamo andate a vederlo in versione originale e ci siamo accontentate della prima fila perché non c’erano altri posti. Ma ne valeva la pena: Boyhood è il tipico film di Richard Linkalater che sembra raccontare solo un pezzo di vita dei personaggi e invece racchiude in sé tutte le questioni cruciali che ognuno di noi si pone (che sto facendo della mia vita, gli altri mi vogliono bene, come andrà a finire). In più il film è un esperimento particolare: è stato girato nell’arco di dodici anni e l’attore protagonista, così come gli altri, sono invecchiati insieme ai loro personaggi. Boyhood racconta infanzia e adolescenza di Mason con la mamma (Patricia Arquette) e la sorella (Lorelei Linklater, la figlia del regista), mentre il padre separato (Ethan Hawke molto bravo nella parte dell’eterno ragazzo) fa trascorrere ai figli memorabili week end e sparisce per lunghi periodi. La madre di Mason è una donna meravigliosa, piena di energia, che incappa sempre in pessimi compagni: sposa prima un professore alcolizzato e poi un rigido militare; se non altro, quando le cose si mettono male, è capace di darci un taglio. Mason litiga con la sorella; cambia scuola e città; corre pericoli vari (in bicicletta, con i bulli, con i compagni della madre, con amici più grandi); s’innamora; trova una ragazza; viene lasciato; parte per il college. Uno spaccato di vita americana (fantastica la scena in cui Mason festeggia il compleanno a casa dei suoceri del padre, che ha messo la testa a posto e ha avuto un altro figlio: la suocera gli regala una bibbia e il suocero un fucile da caccia) raccontato con humour e partecipazione, un intenso romanzo di formazione. Da non perdere.

L'ultimo arrivato


di Marco Balzano avevo letto e apprezzato Pronti a tutte le partenze (Sellerio), romanzo in cui si dava voce con leggerezza al precariato esistenziale di un giovane partito dal Sud per insegnare al Nord. In L’ultimo arrivato (sempre Sellerio), Balzano, che fa il professore a Milano in un liceo, si cala nei panni di Ninetto Giacalone, operaio all’Alfa Romeo per trentadue anni, emigrato dalla Sicilia che era solo un bambino. La fabbrica nel libro è solo rapidamente evocata, a interessare Balzano sono il prima e il dopo: l’arrivo a Milano del piccolo Ninetto che trova un primo impiego come galoppino di una lavanderia, gli insegnamenti del maestro Vicenzo che tornano a echeggiargli nella testa, il matrimonio precocissimo con la calabrese Maddalena, e poi la reclusione in carcere, il rilascio, la vita da pensionato. Ci sono pagine felici (Ninetto sessantenne alla deriva che familiarizza prima con i marocchini che fanno le pizze e si offre di consegnare queste a domicilio, poi con la coppia di cinesi che gestisce un bar) ma in alcuni punti la narrazione stride (si aspetta di capire perché l’uomo sia finito in carcere e quando lo si scopre si resta molto molto perplessi) e a non convincere è soprattutto la lingua usata: un italiano  fluido, forbito, a cui casuali inserti dialettali, qualche espressione bassa dovrebbero fornire la patente di autenticità. L’intenzione di raccontare l’emigrazione interna al nostro paese, i bambini che ne sono stati protagonisti involontari era buona; il risultato, dal punto di vista letterario, è riuscito parzialmente. Scrivendo di cose e persone a lui vicine Balzano può ritrovare la sua vena più autentica.

sabato 25 ottobre 2014

Il regno d'inverno


Il regno d’inverno è ambientato in una Cappadocia bellissima e freddissima. Aydin, ex attore, vive nell’albergo ereditato dal padre con la giovane moglie e la sorella divorziata. Ricco, colto, si è volutamente allontanato da tutto. Scrive per un giornale locale, medita su un’opera sul teatro turco, scambia due chiacchiere con i rari turisti. È un film d’impianto teatrale Il regno d’inverno: i lunghissimi dialoghi mettono a fuoco il personaggio di Aydin, la sua superbia, la sua sfiducia nell’umanità. Le due donne che gli vivono accanto soffrono la solitudine e gli riversano contro la loro frustrazione; ognuno desidera quello che gli è precluso: lui l’amore della sua donna; la sorella Istanbul e il crudele marito da cui si è separata; la moglie un’attività che la tenga occupata, delle persone con cui sentirsi viva. Dura tre ore e un quarto e il gelo che i personaggi hanno dentro si comunica pian piano allo spettatore. Non c’è scampo per nessuno nel regno sperduto raccontata dal turco Nuri Bilge Ceylan; come in Cechov a dominare sono il desiderio di essere altrove e una realtà di rapporti avvelenati. Ha vinto Cannes e per me meritatamente, anche se qualche sforbiciata qua e là gli avrebbe giovato.

un'antica storia cinese


c’era un’antica storia cinese di un cinese che aveva un solo cavallo e un solo figlio. Una mattina si accorge che il cavallo era scappato nella notte. Tutti i vicini a dirgli “Che sfortuna. Tuo unico cavallo scappato. Come fare tu adesso?”. E il vecchio cinese rispose “Non sapere: potere essere sfortuna, potere essere fortuna”. Due giorni dopo il cavallo ricomparve: si era innamorato, c’era con lui una cavalla brada. Ora i cavalli erano due. Tutti i vicini: “Che fortuna! Ora hai due cavalli”. E il vecchio cinese rispose: “Non sapere: potere essere fortuna, potere essere sfortuna”. L’unico figlio del vecchio cinese domando la cavalla cadde e si ruppe una gamba. Tutti i vicini: “Che sfortuna! Tuo unico figlio gamba rotta”. E il vecchio cinese rispose: “Non sapere: potere essere sfortuna, potere essere fortuna”. I messi dell’Imperatore arrivarono ad arruolare tutti i giovani atti alle armi per quelle guerre che duravano qualche secolo e da cui non tornava mai nessuno. Ma il figlio avendo la gamba rotta fu lasciato a casa. E la storia continua, continua, continua…
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questa antica storia cinese me l'ha regalata via mail Dario Voltolini. Non ci conosciamo, mi ero rivolta a lui per lavoro, ci siamo raccontati dei fatti. Questa antica storia cinese l'ho letta stamattina e ha continuato a ronzarmi nelle orecchie.

venerdì 24 ottobre 2014

il mio furoshiki

ieri sera sono tornata a casa trafelata con le buste della spesa, un'amica che stava arrivando per portarmi al cinema e una cena da mettere in tavola. Ho fatto appena in tempo a vedere che c'era una busta per me dal Giappone. Dentro c'era un pacchetto ben confezionato contenente un quadrato di stoffa rosso scuro con dei fiorellini beige. Nessun biglietto, solo il mittente, il mio amico Ryuji, e un foglietto di istruzioni attraverso cui ho scoperto che il nome dell'oggetto misterioso è furoshiki e si usa per avvolgere regali di pregio. Sapere che c'è un signore a Yokohama, conosciuto quando avevo vent'anni, che ancora pensa a me, m'incoraggia e mi emoziona.

giovedì 23 ottobre 2014

Class Enemy


Zupan, l’insegnante di tedesco, arrivato ad anno iniziato per sostituire una professoressa vicina a partorire, non prova disprezzo solo per i suoi alunni dell’ultimo anno, indisciplinati e ignoranti, ma anche per i sorridenti colleghi e l’accogliente preside, mettendo subito in chiaro con occhiate gelide di non desiderare alcun rapporto con loro. Succede che una ragazza del liceo si uccide; i suoi compagni l’hanno vista parlare con l’insegnante e uscire demoralizzata da quel colloquio; lui stesso insiste a fare lezione invece di aderire al clima di lutto generalizzato; Zupan diventa il capro espiatorio su cui accanirsi. Il film di Rok Bicek (ventinove anni, sloveno) ricostruisce in modo perfetto il microcosmo scolastico: le dinamiche tra ragazzi, tra ragazzi e docenti, e dei docenti tra loro, l’intervento dei genitori (più rissosi e meno simpatici dei figli), la mediocrità che regna sovrana. Zupan, che all’inizio è odioso allo spettatore quanto a chi viene da lui interrogato, alla fine fa quasi simpatia per la sua testarda coerenza. Bellissimo il tema che l’amica della suicida scrive sul senso di abbandono che la pervade. In quella scuola, in quella classe alla fine sembra di esserci stati davvero.