mercoledì 29 ottobre 2014

16 ottobre 1943

16 ottobre 1943 l'avevo comprato e letto tempo fa senza prestargli la giusta attenzione. È uno di quei libri per i quali la parola capolavoro non rappresenta un'esagerazione. Scritta a caldo, un anno dopo la deportazione degli ebrei dal Ghetto di Roma, la sintetica narrazione di Giacomo Debenedetti ci fa sentire i rumori della notte che precedette la retata, le voci dei deportati, di quelli che assistettero impotenti alla deportazione, di chi intervenne e salvò delle vite. Il testo è costruito in modo perfetto, come una tragedia greca: da una parte ci sono le vittime inermi, gli ebrei che restarono tranquilli in casa, dopo aver pagato il tributo d'oro ai tedeschi, e non diedero ascolto alla donna scarmigliata che urlava loro di scappare perché aveva visto la lista di nomi, dall'altra i tedeschi mandati a prenderli: metodici, indifferenti al punto da scegliere con i camion pieni di gente da mandare al macello il percorso più lungo per godersi la vista dei monumenti di Roma. Oggi ho intervistato il figlio di Giacomo, Antonio, su 16 ottobre 1943. Mi ha raccontato di averlo letto con fatica e anni dopo la sua pubblicazione: gli faceva troppo male confrontarsi con un destino che avrebbe potuto colpirlo se non fosse scappato, mi ha citato la pagina in cui una donna si ferma a vestire la bambina e così condanna a morte se stessa e la figlia. Ha detto che suo padre ha abbandonato in questo libro lo stile ricercato, estetizzante che lo caratterizzava per dar spazio alla commozione. Se non lo avete letto, leggetelo.

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