domenica 26 ottobre 2014

L'ultimo arrivato


di Marco Balzano avevo letto e apprezzato Pronti a tutte le partenze (Sellerio), romanzo in cui si dava voce con leggerezza al precariato esistenziale di un giovane partito dal Sud per insegnare al Nord. In L’ultimo arrivato (sempre Sellerio), Balzano, che fa il professore a Milano in un liceo, si cala nei panni di Ninetto Giacalone, operaio all’Alfa Romeo per trentadue anni, emigrato dalla Sicilia che era solo un bambino. La fabbrica nel libro è solo rapidamente evocata, a interessare Balzano sono il prima e il dopo: l’arrivo a Milano del piccolo Ninetto che trova un primo impiego come galoppino di una lavanderia, gli insegnamenti del maestro Vicenzo che tornano a echeggiargli nella testa, il matrimonio precocissimo con la calabrese Maddalena, e poi la reclusione in carcere, il rilascio, la vita da pensionato. Ci sono pagine felici (Ninetto sessantenne alla deriva che familiarizza prima con i marocchini che fanno le pizze e si offre di consegnare queste a domicilio, poi con la coppia di cinesi che gestisce un bar) ma in alcuni punti la narrazione stride (si aspetta di capire perché l’uomo sia finito in carcere e quando lo si scopre si resta molto molto perplessi) e a non convincere è soprattutto la lingua usata: un italiano  fluido, forbito, a cui casuali inserti dialettali, qualche espressione bassa dovrebbero fornire la patente di autenticità. L’intenzione di raccontare l’emigrazione interna al nostro paese, i bambini che ne sono stati protagonisti involontari era buona; il risultato, dal punto di vista letterario, è riuscito parzialmente. Scrivendo di cose e persone a lui vicine Balzano può ritrovare la sua vena più autentica.

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