lunedì 17 novembre 2014

Longbourn House


in Longbourn House (tradotto da Giulia Boringhieri per Einaudi) Jo Baker ripercorre la trama di Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, riscrivendola dalla parte della servitù. Chi lavava i vestiti infangati delle ragazze Bennet, chi metteva a bollire le pezze che usavano nel periodo mestruale, chi cuoceva gli arrosti messi in tavola per gli ospiti, chi guidava la loro carrozza nella pioggia e nel vento? Baker arriva a ipotizzare una relazione pregressa di Mr Bennet con Mrs Hill, la cuoca, e un figlio illegittimo, affidato a mani estranee, che torna a casa sotto le vesti di valletto. Sceglie come indomita protagonista Sarah, una ragazza rimasta orfana di entrambi i genitori, che fa la cameriera con scrupolo e sacrificio, non rinunciando nel pochissimo tempo libero a sua disposizione a leggere i romanzi che le signorine annoiate le passano. Lontano dal fascino fragrante di Downton Abbey, la serie televisiva imperniata sulle vicende di una ricca famiglia inglese e dei suoi domestici, Longbourn House più che un omaggio alla Austen (di cui Baker nei ringraziamenti finali si dichiara devota lettrice) sembra un dispetto alla Austen: la grande assente è la leggiadra ironia della grande scrittrice, mentre abbondano geloni, verruche, denti marci, piscio, persino sperma (tutta roba messa al bando nel mondo austeniano). Jo Baker insegna letteratura creativa e sicuramente questo suo romanzo, molto documentato, sa di esperimento letterario. Con un difetto grave: è noioso.

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