sabato 29 novembre 2014

Viviane


un tribunale di rabbini deve giudicare se Viviane, una donna sulla cinquantina che ha abbandonato il tetto domestico da tre anni, può divorziare dal marito. Lui è contrario, vuole a tutti i costi che lei torni a casa e vuole dimostrare di essersi sempre comportato bene con la moglie con cui ha avuto quattro figli. Ronit Elkabetz (che ha scritto e diretto il film insieme al fratello Shlomi) è una splendida Viviane: una donna forte, decisa, che tiene a freno la lingua finché può, concentrata sull’obiettivo di riconquistare la propria libertà. L’azione si svolge tutta in una squallida stanza che è l’aula del tribunale e nei suoi corridoi; per cinque lunghi anni Viviane e il suo avvocato si trovano a presentare la loro richiesta, mentre il marito evita le convocazioni, o fa perorare la sua causa da un fratello rabbino in palese malafede. Il quadro che emerge poco a poco sotto gli occhi dello spettatore, e sotto gli occhi infastiditi dei tre giudici rabbini, è quello di un matrimonio disgraziato tra una ragazza inconsapevole e un uomo arido e assoggettato alla madre vedova. Viviane non ha subito violenze fisiche, ma ha sopportato per anni una privazione di amore che l’ha esasperata. Ma i suoi diritti contano meno della volontà dell’uomo che ha sposato e che la considera una sua proprietà. Il maschilismo, l’ottusità, l’arretratezza della legislazione ebraica che regola l’unione tra uomo e donna emergono in modo inequivocabile. Un film serissimo che sa mettere in scena anche il lato comico dei protagonisti e dei vari personaggi che sfilano in tribunale. Bello.

Nessun commento: