venerdì 26 dicembre 2014

gita a Pindaya

alle sette di mattina il lago era coperto da una fitta nebbia. Faceva un gran freddo sulla piroga lanciata verso la terraferma e al pensiero che avremmo potuto urtare un'altra imbarcazione o un qualsiasi ostacolo (non si vedeva nulla) i miei brividi  crescevano d'intensità. I ragazzi si erano messi la coperta in faccia e così stavano più caldi e tranquilli. Al momento di sbarcare la nebbia si era alquanto diradata e la gita in pulmino verso Pindaya ci ha rianimato. Abbiamo attraversato ampie colline coltivate seguendo una strada a tratti priva di asfalto. Bambini al pascolo con le mucche, aratri trainati dai buoi, case di muratura senza luce né acqua, operai al lavoro con in mano solo un piccone: un notevole salto nel passato. Il rosso intenso della terra, le piantagioni basse di tè verde, i tipici capelli spioventi, i cesti in bilico su un bastone: il panorama non poteva essere più suggestivo. L'attrazione del posto è una lunga caverna naturale che ospita al suo interno più di ottomila Buddha dorati, alcuni molto grandi, altri minuscoli. Sono frutto di donazioni e chiunque può aggiungere la sua statua con sotto il suo nome o quello del dedicatario. La guida ci ha fatto entrare in un grotta per la meditazione e lì comodamente seduti a gambe incrociate gli abbiamo fatto domande sul buddismo, di cui lui, come il settanta per cento dei birmani, è un seguace. Ci ha lasciati nel fatiscente aeroporto di Heho. Ci aspettano un'ora di aereo, un altro scenario, un'altra guida locale.

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