sabato 31 gennaio 2015

con Cristiano De Majo

il problema, quanto incontri per intervistarlo uno scrittore che ha riversato tutta la sua vita recente (e molta di quella passata) in un libro, è che ti sembra di conoscerlo bene e invece non lo conosci per niente; dovresti trattarlo come un estraneo, ma sai troppo di lui per farlo. De Majo ha rotto il ghiaccio dandomi subito notizie dei due gemelli la cui nascita è al centro di Guarigione: un momentaccio, hanno tutti e due la febbre, siamo pieni di virus. Dopo l'intervista siamo rimasti quasi un'ora a parlare di libri, dei suoi e di quelli che trattano fatti privati,  come la paternità, la morte, la malattia. E' questo il filone dominante nella letteratura italiana di oggi: c'è chi sceglie la terza persona e nomi di fantasia per mettere in scena la propria storia, chi come De Majo chiama tutti con il loro nome, e mette se stesso al centro della narrazione, non senza interrogarsi su solipsismo e delirio di grandezza. Dice De Majo che per raccontare la coppia di oggi, che combatte per trovare un suo equilibrio, il romanzo gli pare uno strumento antiquato, poco duttile, mentre il racconto in prima persona ha il vantaggio della presa diretta, a patto di non fornire una versione eroica, edulcorata di sé. Interessante.

venerdì 30 gennaio 2015

la sostituzione

la posta aziendale è prodiga di amene letture. Stamattina ho trovato la mail del presidente uscente di un ente collegato che saluta i suoi iscritti (chissà perché sono nel suo indirizzario: io non rientro tra questi). Li saluta dicendo che dopo 24 anni (24!) è scaduto il suo mandato e senza essere stato avvertito (ma se scadeva?) è stato sostituito. Il momento più alto della mail è il seguente:  ‘spero che l’”uomo” che mi sostituira’ possa essere la persona giusta al posto giusto……’. Uomo tra virgolette? Puntini minacciosi? In che mani siamo?

mercoledì 28 gennaio 2015

L'invenzione della madre

la morte dei propri genitori di solito si racconta per sanare un dissidio irrisolto o per accettare il distacco. Rientra in questa seconda tipologia il libro di Marco Peano, L’invenzione della madre, in uscita da Minimun fax.  Il protagonista, Mattia, ha ventisei anni, ha studiato cinema, non si è laureato, lavora in un negozio di videocassette, ha una fidanzata, vive con i genitori in un paese del Nord Italia. La mamma cinquaquattrenne postina ci viene presentata il giorno in cui esce dall’ospedale: non perché è guarita, ma perché non può più essere curata. Con una terza persona che funziona come una lente d’ingrandimento sull’oggetto narrato, Peano racconta il pre e il post lutto di Mattia nella cornice di un piccolo centro partecipe e pettegolo. Il cancro al cervello della madre (e il cancro al seno che l’aveva preceduto) sono scrutati da vicino; la morte non è mai stata tanto fisica come in questo libro: la strenua cura prestata al corpo materno è il modo che ha il figlio per restare in sé mentre tutto intorno perde di significato. Malato di cinema, Mattia vede tutto in un’ottica cinematografica: le scene dei film più amati si sovrappongono alle scene della vita; uno dei  terrori è quello di restare orfano della visione della madre. A tratti scopertamente morboso (le fantasie sul chirurgo che sega il cranio; la scena in cui lui nudo si offre alla vista della madre morente; la preparazione del cadavere con tailleur nuovo e carta telefonica in tasca), L’invenzione della madre è un libro di formazione anomalo e conturbante. Le domande da rivolgere al suo autore non mi mancano.   

un uomo felice

l'"eccomi" con cui mio padre risponde al telefono oggi era più squillante del solito. Non vedeva l'ora che lo chiamassi per raccontarmi la sua esaltante conversazione di ieri, nientedimeno che con l'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Lo ha incontrato al concerto all'Auditorium come altre volte, ma stavolta ha avuto il coraggio di accostarlo. Lo ha salutato e gli ha detto di essere un caro amico di Filippo Cassola, compagno di scuola di Napolitano. Il presidente si ricordava bene di Filippo, "peccato sia morto troppo presto" (dieci anni fa a ottant'anni). Per l'eccitazione papà è andato a letto a mezzanotte. Passerà la  mattina al telefono con le amiche napoletane a raccontare il suo incontro.

martedì 27 gennaio 2015

da Starnone

"Non ho capito con quale personaggio s'identifica: con la madre? con la figlia?" mi chiede Domenico Starnone alla fine della mia anomala intervista, in cui più che fargli domande sul suo romanzo Lacci lo accuso di aver fornito un ritratto di famiglia in cui padre madre figlia e figlio sono ognuno squallido a modo suo. La mia risposta - mi identifico con tutti, e identifico mio marito con quel marito, anche se non gli somiglia per niente, mio marito è abituato a sentirsi riversare addosso le colpe dei personaggi dei libri che sto leggendo - lo diverte molto. "E' giusto, è così che bisogna leggere, identificandosi, non tenendo le distanze", mi dice sulla porta di casa sua. "Mi sono stancato di scrivere libri umoristici come facevo all'inizio", "nella realtà i figli fanno ai genitori cose ben più gravi di quelle che racconto nel mio romanzo", "nei libri ci sono personaggi simpatici, positivi, nella vita se ne incontrano ben pochi": non sprizza felicità Starnone al momento. L'ironia però l'ha conservata: sentir definire da più parti il suo libro "bello ma amaro" gli strappa un sorriso.

granitico


il terzetto di economisti

il primo esame, quello di matematica, la figlia l’ha studiato con Virginia e l’esito non è stato particolarmente brillante né per lei né per l’amica. Ora, su macroeconomia, a loro due si è aggiunto un certo Andrea con la faccia da bambino. Studiano a casa nostra dalle dieci di mattina alle sette di sera; a pranzo si cucinano un piatto di pasta e poi è tutto un andirivieni dalla macchina del caffè. In questi ultimi giorni prima dell’esame si registra un nervosismo crescente; ieri sera, quando sono rientrata, le due ragazze discutevano dell’ora in cui vedersi oggi e non la finivano più. La voce di Andrea non si sentiva: trenta e lode in comportamento.

lunedì 26 gennaio 2015

In altre parole

“La scrittura è il mio unico modo per assorbire e per sistemare la vita. Altrimenti mi sgomenterebbe, mi sconvolgerebbe troppo”: è Jumpa  Lahiri, in In altre parole, il suo primo libro scritto in italiano, ora uscito da Guanda. Perché questo libriccino di sole 148 pagine a caratteri grandi, che racconta la storia dell’innamoramento dell’autrice per l’Italia e per la sua lingua, mi è piaciuto così tanto, mi ha commossa, divertita, emozionata? Credo sia perché Jumpa Lahiri è una grande: una grande scrittrice, ma anche una grande persona, una che non si accontenta mai, che ama profondamente il suo mestiere e gli strumenti del suo mestiere, le parole.  Per descrivere la fatica fatta a imparare l’italiano, Lahiri usa diverse metafore: attraversare un lago (che poi si rivela un oceano), entrare in un bosco con un cestino in mano (e raccogliere parole invece che funghi o fragole), scalare una montagna con scarsa attrezzatura. Ma è una fatica fatta con enorme slancio: mentre nei confronti del bengalese, appreso dai genitori, gravava l’ombra del disprezzo riservatogli dai coetanei americani, e nei confronti dell’inglese, lingua della scuola, della letteratura altrui e della propria, la diffidenza della propria famiglia che non si voleva omologare, l’italiano è una libera scelta, è una sfida lanciata a se stessa, una fuga d’amore. Come in tutti gli amori ci sono alti e bassi: ad agosto, appena trasferitasi a Roma con marito e figli, Lahiri finisce in una casa bollente di via Giulia, la porta non si apre, i padroni sono in ferie, il tecnico chiede duecento euro per un intervento di due minuti; in un negozio di Salerno la commessa si complimenta con l’italiano del marito della scrittrice (molto più incerto del suo) solo perché non ha l’aria di straniero che ha lei. Ci sono in questo libro considerazioni molto belle sulla traduzione, sul concetto di esilio, sulla necessità di cambiare prospettiva, sul valore della scrittura. Si è più contenti di parlare italiano dopo averlo letto.

domenica 25 gennaio 2015

La melodia di Vienna


ci sono due buoni motivi per tuffarsi (e la nuotata è piuttosto lunga) nella lettura di La melodia di Vienna, il romanzo di Ernst Lothar, pubblicato da e/o e tradotto da Marina Bistolfi: è un’immersione completa nell’atmosfera viennese dalla fine dell’Ottocento all’annessione da parte della Germania nazista e insieme è un gran bel racconto su una famiglia, sulle correnti di amore, risentimenti e odi che la attraversano.  Come spesso accade in questo genere di narrazioni, l’autore sceglie un palazzo nel cuore della città, ne descrive gli abitanti (tutti parenti per volontà del costruttore) e da lì dipana le sue storie. Al numero 10 della Seilerstatte vivono gli Alt, da sempre costruttori di celebri pianoforti. Il protagonista, Franz Alt, si fidanza con Henriette, ebrea da parte di padre, una ragazza bellissima che non lo ama e che tutti considerano inadatta a lui. Henriette avrà quattro figli; ne amerà uno solo, detestandone la moglie, al punto che verrà considerata da molti la sua assassina; Franz ucciderà in duello per lei; la prima guerra mondiale li separerà; lei scoprirà troppo tardi di voler bene al marito. Intorno a loro una folla di personaggi, tra cui si affacciano il giovane Hitler (Hans, il figlio di Franz e Henriette, partecipa insieme a lui al concorso per una scuola d’arte e insieme a lui viene bocciato, ma con risvolti meno tragici) e il professor Freud. Il libro si chiude con il trionfo della barbarie, la violenza elevata a sistema, gli ebrei massacrati. Hans, cacciato dagli usurpatori dalla fabbrica di pianoforti, non rinuncia a far sentire la propria voce e da una radio pirata difende la sua idea di Austria. Ora non mi resta che comprare un biglietto per Vienna.

di domenica

Matteo Colombo, il traduttore di Conroy (e di molti altri scrittori tra cui il Salinger del Giovane Holden), vive a Berlino. Per intervistarlo su Stop-time, non avevo altra scelta che farlo venire da me oggi alle 12,30. Considerando il disordine della domenica mattina, i figli in pigiama, mio padre che si presenta per pranzo, la mia irrinunciabile palestra domenicale, questo appuntamento non era il massimo. È andato tutto bene: prima della ginnastica ho messo a posto il salotto, lui è stato puntualissimo e in meno di dieci minuti abbiamo esaurito le nostre chiacchiere sul libro. Mentre beveva il caffè che gli ho offerto, ha pure visto le foto di mio padre in costume in Messico (naturalmente mio padre non poteva fare a meno di socializzare). Mio marito, chiuso in camera da letto, non sprizzava felicità per la mia iniziativa; "non devi fare entrare estranei in casa" per lui è una regola; le regole così sono fatte apposta per essere trasgredite.

venerdì 23 gennaio 2015

in Malawi

il mio secondo nipote (in ordine di età), quello che vive a Zurigo e studia medicina, è partito ieri per il Malawi. Ci starà tre settimane, è solo e si è portato una tenda. Non contenta delle preoccupazioni di mamma, ora ci aggiungo quelle di zia. Perché il Malawi? Perché da solo? Perché così a lungo? Sul Malawi ho appreso le seguenti cose: confina con Zambia, Tanzania e Mozambico. Ha il terzo lago più grande dell’Africa, nel parco nazionale si vedono elefanti antilopi e ippopotami. Le donne muoiono in media a 51 anni, l’Aids è diffusissimo; piove molto; si coltiva tabacco, zucchero e tè. Matteo ritorna, vai in gita a Torvaianica.    

Trastevere, di mattina

Anna Foa mi ha dato appuntamento alle nove sopra Santa Maria in Trastevere, per parlare dell’uscita di Portico d’Ottavia, il suo libro per bambini sulla deportazione degli ebrei romani. Così stamattina alle otto mi sono incamminata verso Trastevere e ho scoperto un mondo. Non ero mai stata in questo quartiere nelle prime ore del giorno: nessuno per strada (tranne qualche vecchio, qualche mamma con bambino da portare all’asilo, qualche spazzino), aperti solo i bar, finalmente vedevo i palazzi, le stradine, le chiese. Anna Foa l’ho incontrata con la cagnetta e siamo salite insieme a casa sua. Un’intervista veloce e sulla via del ritorno mi sono concessa  un ingresso alla Farnesina: sola per le sale affrescate.  Al lavoro riunione interminabile e la minaccia di venti puntate da fare in meno di due persone, ma carica della mia passeggiata non mi sono lasciata turbare.

mercoledì 21 gennaio 2015

le famiglie vecchio stampo

non so se la famiglia in cui sono cresciuta fosse vecchio stampo o nuovo: ci si poteva esprimere liberamente, erano ammesse parolacce, si parlava di tutto, ma il principio dell'autorità dei genitori c'era eccome. Loro erano loro e noi figlie eravamo noi; il confine, sia pur invisibile, c'era, e sapevamo che era nostro dovere renderli orgogliosi di noi (anche adesso mi capita a volte di restarci male quando mio padre mi rinfaccia che non ho fatto carriera come si aspettava da me; poi penso, e che cazzo, ma se a me della carriera non m'importa perché mi devo dispiacere per lui). Nella famiglia in cui vivo ora, questo confine si è perso, o non c'è mai stato: i figli non si sentono dei subordinati, e gratificarci non è certo in cima alle loro preoccupazioni. Non avendo soggezione dei genitori, non ne hanno neppure dei professori e questi se ne accorgono, altroché. Se quello scemo del figlio si mostrasse più rispettoso e contrito, i suoi voti ne gioverebbe, e a me non toccherebbe lo scorno di venir convocata a scuola sua per discutere delle insufficienze in pagella.

martedì 20 gennaio 2015

la controffensiva del caprone

arrivato al terzo anno di liceo scientifico, il figlio porta a casa la peggiore pagella di sempre: cinque in arte, in latino e in inglese. Non andrà a sciare in Svizzera dal cugino; tutta qui la sua punizione. A me che gli chiedo cosa ho fatto per meritarmi un figlio così caprone, ribatte, quando ero piccolo mi hai lasciato con Jasmine, la filippina che sapeva a stento due parole di italiano. In una prossima vita solo babysitter artiste e poliglotte.

Gli invincibili

che gli hanno fatto le donne a Franzoso? Perché qualcosa di brutto gliel’hanno fatto senz’altro. Gli invincibili (uscito da Einaudi l’anno scorso) non è il seguito de Il bambino indaco eppure in qualche modo lo è. Ci sono un padre e un figlio di sei anni: si parte dal primo giorno di scuola e si va a ritroso per tappe. A quel padre e a quel figlio succedono le  cose che succedono a tutti: il bambino sputacchia il cibo, il bambino fatica a dormire, il bambino ha una peritonite e rischia grosso, il bambino ha attacchi di rabbia e la psicologa dell’asilo lo aiuta a controllarli; il padre perde il lavoro per stare dietro al figlio; il padre assiste suo padre che sta morendo di cancro; il padre ha una relazione con una donna conosciuta al supermercato poi questa relazione finisce. La grande assente è la madre:  il primo giorno di scuola è lì fuori, ma sono sei anni che non vedeva suo figlio; se n’è andata senza un perché. Nel bambino indaco la mamma new age non nutriva il neonato (qui Isabel ricompare a un tratto nel parco e dà consigli alimentari), negli Invicibili lo abbandona da piccolo. Ripeto: che gli hanno fatto le donne a Marco Franzoso? Il libro è accurato, delicato, scritto bene, ed è un ottimo specchio della società in cui viviamo: l’impresa di allevare un bambino diventa mitica se affrontata da un padre.

Il bambino indaco

il film di Saverio Costanzo, Hungry Hearts mi ha lasciato il desiderio di saperne di più su  Mina e Jude, sull’amore che li lega e sulla lotta che si consuma tra loro per l’alimentazione del figlio. Ho letto Il bambino indaco, il romanzo di Marco Franzoso, pubblicato da Einaudi nel 2012, che è all’origine del film. Costanzo è stato bravissimo a rendere lo spirito del racconto senza restare aggrappato alla sua fonte, e in vari casi la soluzione cinematografica da lui adottata supera in forza drammatica quella del libro. La Isabel di Franzoso è una giovane commessa di un’erboristeria di Treviso; è di origine svizzera, ama la pittura e la montagna; va a un appuntamento al buio con Carlo organizzatole da un’amica e subito lo affascina (anche se dice “godiamoci questa bella cena” e poi ordina solo un’insalata: Carlo dovevi capirlo al volo chi avevi davanti e dartela subito a gambe).  Il bambino indaco comincia dal delitto e poi ricostruisce in prima persona dal punto di vista di Carlo il precipitare degli eventi; è una storia italiana in cui, oltre alla suocera, svolgono un ruolo il fratello medico che vive in America, il maresciallo dei carabinieri, un’assistente sociale stupida che si schiera dalla parte di quella che considera una moglie maltrattata. C’è anche un “cinque anni dopo”: la mia curiosità sul bambino denutrito e sui suoi genitori è stata appagata. Il film illumina il libro e viceversa. 

Il tempo della vita

la prima cosa che lo scrittore spagnolo Marcos Giralt Torrente mette in campo, affrontando la storia di suo padre, della sua malattia e morte, sono i mille ripensamenti che ha avuto nello scrivere questo libro e la ricerca di altri romanzi di questo genere. Da una parte l’urgenza di raccontare la figura paterna, dall’altra il proprio pudore e la consapevolezza che a un uomo desideroso di proteggere la propria intimità come il padre non sarebbe piaciuto venir descritto così da vicino. Tra i due impulsi vince il bisogno di fare i conti con il proprio dolore. Giralt Torrente parte dal matrimonio dei suoi, avvenuto nel 1964, descrive i primi anni familiari, piuttosto felici, con il padre che dipingeva e lui che gli ronzava intorno, poi l’abbandono paterno, la vita a due con una madre forte, spensierata, qualche volta sconsiderata.  Marcos patisce la mancanza del padre a cui lo uniscono gli interessi artistici, e cresce animato dal desiderio di contrapporsi a lui in ogni modo. Quando entra in scena “l’amica conosciuta in Brasile”, fidanzata del padre per oltre vent’anni, la situazione peggiora: la donna, indicata con una perifrasi raggelante per allontanarla anche con il linguaggio, non vuole parenti tra i piedi (salvo poi abbandonare il suo uomo quanto questo si ammala, non senza averlo depredato di quasi ogni bene). Sarà proprio la malattia a unire padre e figlio: a trentasette anni Marcos diventa il padre di suo padre che ne ha sessantacinque. Un anno e mezzo passato tra operazione, chemioterapia, ma anche viaggi all’estero, mostre, musica, libri. Stare accanto al padre, alleggerirgli per quanto possibile i disagi della degenza, aiuta Marcos a recuperare il tempo perduto: “ci siamo regalati un anno e mezzo delle nostre vite”. Un libro pieno di passione, che fa della propria esperienza di figlio un’esperienza universale in cui altri possono trovare parti di sé. Tradotto da Pierpaolo Marchetti, pubblicato da Elliot.

lunedì 19 gennaio 2015

le decisioni degli amici

io sono un'interventista, la guerra di posizione non fa per me. Preferisco farmi male che aspettare gli eventi. Questa mia linea autolesionista vorrei imporla agli altri: o bianco o nero, decidi, fai presto. Così stavo per buttare a mare un'amicizia che dura da più di trent'anni. Non sapevo cosa fosse meglio per il mio amico, ma pretendevo che compisse una scelta. Le cose sono più complicate di quanto io pretenda, gli equilibri tra le persone possono sembrare precari e invece risultare saldissimi. Il mio amico è ancora in mezzo al guado, e io ho finalmente capito che per aiutarlo posso solo ascoltarlo. L'ho esasperato con i miei consigli, siamo arrivati quasi alla rottura, poi gli è passata e abbiamo ripreso il dialogo. Lasciar vivere le persone a cui voglio bene, ecco l'obiettivo per me.

sabato 17 gennaio 2015

salvezza chiusa


Hungry Hearts


ho adorato la prima scena di questo film. Siamo a New York ma lo scopriremo solo dopo. C’è lei che entra nella toilette di un ristorante cinese, lui che dice occupato; loro due che restano prigionieri nell’antibagno con il lavandino perché la porta esterna s’incastra; lei che si tappa il naso per la puzza; lui che si tiene la pancia e si scusa perché ha la diarrea; loro che scoprono di piacersi e ridono per l’incongruità di condividere informazioni intime senza conoscersi. Amore. E infatti la scena dopo ce li mostra che dormono insieme, poi lei resta incinta, poi nasce il bambino. Già prima che il bimbo nasca, va tutto a rotoli, Mina non ce la fa ad avere un figlio in pancia, a nutrirsi. Non sappiamo se soffrisse di disturbi alimentari, se la fissa del cibo sano (quello che coltiva sulla sua terrazza) l’avesse da prima. Sappiamo solo che è una donna fragilissima e sola, la mamma l’ha persa troppo presto e con il padre anziano non ha più contatti. Jude (Adam Driver, che bello) è pazzo di lei (che è Alba Rohrwacher, al solito bravissima), ma non può assecondarla, lasciare che affami il bambino, che non lo faccia visitare da un medico. Il terzo personaggio è la mamma di lui, una signora molto ricca che vive fuori New York, in una casa inquietante, tutta piena di teste di cervi. Saverio Costanzo, il regista, cerca situazioni estreme, personaggi fuori dai binari consueti. Li racconta in modo secco, potente. Scuote lo spettatore, lo tocca nel profondo. Io ero la suocera.

venerdì 16 gennaio 2015

Pride


più che un film sui minatori inglesi in sciopero, Pride è un film su una piccola comunità gay, sulla solidarietà e l’allegria che la unisce, sulla voglia di battersi per le cause giuste e non solo per la propria. Il giovane Mark chiede agli amici londinesi di raccogliere soldi per gli scioperanti del Galles tenuti in scacco dalla polizia; nasce il movimento Lesbiche e Gay Sostengono i Minatori; il paese che riceve il contributo all’inizio è spaventato dall’arrivo dello strano gruppo di sostenitori e poi ne è entusiasta. Ai due poli opposti della storia ci sono un ragazzo di Londra che deve trovare il coraggio di rivelarsi ai suoi genitori e una vedova gallese che aizza i figli contro gli omosessuali.  Facce espressive e per niente stereotipate, musica trascinante. Da una storia vera una bella favola, tirata solo un po’ troppo per le lunghe.

giovedì 15 gennaio 2015

Gli anni al contrario


negli Anni al contrario Nadia Terranova, che alla fine degli anni settanta è nata, racconta come meglio non si potrebbe il grande spreco che ha connotato quel particolare periodo storico: spreco di vite, di entusiasmo, di ingegni (e a sottolineare il tema, l’incipit ci presenta la protagonista seduta sul gabinetto.) Aurora e Giovanni si amano molto; provano entrambi distacco dalle famiglie di origine (il padre di lei è “fascistissimo”, quello di lui è comunista, sono comunque il passato); hanno una bambina; lui è travolto dallo spirito del tempo e lei non riesce a salvarlo. Giovanni, figlio venuto tardi, cresciuto in una mansarda dove soffre di claustrofobia, è sempre sul punto di combinare qualcosa, ed è sempre insoddisfatto di quello che ha intorno. Quello che colpisce nel breve e intensissimo romanzo di Nadia Terranova è la precisione del linguaggio: non c’è una parola di troppo. La giovane coppia va a vivere in una casa “in miniatura” e in questa definizione c’è tutta l’angoscia dei due alle prese con un’esistenza che va loro stretta, che non somiglia a ciò che avevano immaginato. Aurora reagisce accentuando il suo senso di responsabilità: si occupa della figlia, continua a studiare, lavora; Giovanni che ha lambito la lotta armata, trova nella droga un diversivo potente e non riesce ad uscirne. Mara, la bambina dalle enormi pupille nere, cresce con le lettere che il padre le manda, apprezza i rari momenti che passa con lui. Sullo sfondo Messina, i suoi tramonti, lo Stretto, e poi Stromboli, la prima gita dei due giovani amanti, e Pantelleria, l’ultima vacanza del malato Giovanni. Che una scrittura così asciutta provochi nel lettore una commozione crescente è uno dei prodigi di questo libro. Che bell’esordio.

mercoledì 14 gennaio 2015

il coniglio nero

uscendo dalla mensa abbiamo visto nei vialetti della Dear un coniglio nero che correva spaventato. E' andato a rifugiarsi sotto un grande abete. Enrico ha avuto l'idea di chiamare Massimo, il tipo che inserisce i video sul portale. Massimo lo conosciamo da anni, è uno che dà poca confidenza, ma con Enrico parla e gli ha raccontato di amare gli animali, di essere vegano e di vivere in campagna. E' stato incredibile vedere con quanta facilità è riuscito ad avvicinarsi al grosso coniglio e a prenderlo in braccio. All'inizio il coniglio tremava tutto, ma dopo un po' sembrava conoscere Massimo da tutta la vita. E' stato amore a prima vista: dopo essersi informato dall'intendenza sulla provenienza dell'animale (pensavamo che potesse essere scappato da un programma di cucina e invece nessuno ne sapeva niente), Massimo se l'è caricato in macchina (aveva persino la gabbietta per ogni evenienza) e l'ha portato dai conigli che ha già (una decina). Le persone non finiscono mai di stupirci.