sabato 3 gennaio 2015

a Yangon

abbiamo lasciato la spiaggia e siamo arrivati a Yangon, ultima tappa del nostro viaggio. L'ex capitale di Myamar è la tipica citta asiatica piena di traffico e con mille venditori per strada. I militari al potere però hanno vietato i motorini e quindi a girare sono solo una marea di taxi, pulmini e qualche auto privata. La nuova guida parla inglese a raffica, è stato in Italia su una nave da crociera, ed è il più sveglio dei suoi colleghi incontrati fin qui. Il programma di ieri prevedeva la visita alla pagoda Shwedagon: un complesso monumentale che domina la città con le sue cupole dorate. Quattro enormi ascensori, ognuno per lato portano su i visitatori e l'area ricoperta da pagode, campane, Buddha e altre statue è vastissima. È aperta dalle quattro di mattina alle dieci di sera; i buddhisti devono venirci una volta nella vita e quelli che arrivano dalle campagne si siedono per terra e consumano lì i loro picnic a base di riso. Domina il sincretismo: sembra di stare in Arabia per la voce che legge in continuazione la vita di Buddha e sembra di stare in India per i riti che vengono svolti. Dopo la visita, c'era il buffet in un enorme nave di legno sul lago con tanto di danze tradizionali sullo sfondo. Quegli snob dei miei figli non hanno apprezzato né il solito cibo, né i danzatori. Alle nove a letto. E oggi tutta Yangon, poi alle sei aereo per Bangok e aereo per Roma. Che fatica, ma la meta è casa e ce la faremo.

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